“Ci sdoganiamo da soli. Ci scriviamo i testi, ce li recitiamo e ci applaudiamo. Ti ringrazio”.

Roberto Latini

Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Uomini, insetti e degradazione

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Continuando a recuperare quanto veduto e a restituirne testimonianza, ritorno sullo spettacolo del Teatro delle Bambole Se Cadere Imprigionare Amo, visto al Teatro Elicantropo lo scorso novembre.
Lo spettacolo trae spunto da un fatto di cronaca recente, ovvero le sevizie inflitte ad un quattordicenne da tre persone che lo deridevano e che, mediante l’uso di un compressore, gli causarono lesioni gravissime lacerandogli l’intestino.

Questo spunto però non dà luogo sulla scena ad una ricostruzione pedissequa dei fatti, ma viene rielaborato da Andrea Cramarossa in una libera creazione evocativa, che dallo spunto si discosta per elaborare, con il proprio armamentario poetico, più che la narrazione di un singolo (e feroce) episodio, l’evocazione truce e poetica ad un tempo di un sostrato culturale nel quale affonda le radici il disagio di una società che diventa evidente soltanto allorquando sfocia in fatti di cronaca eclatanti, ma che in realtà persiste in diffuse sacche di marginalità che sono tali anche quando non deflagrano in episodi che destino scalpore e attenzione mediatica.
Per interpretare la realtà questo lavoro del Teatro delle Bambole si avvale di una metafora poetica, applicando l’entomologia (la scienza che studia gli insetti) all’etologia umana, nel tentativo di scandagliare le scaturigini profonde di taluni comportamenti umani attraverso un parallelismo con quanto avviene in natura; la differenza sostanziale sta nel fatto che mentre i comportamenti animali rispondono ad un istinto naturale, nel caso degli esseri umani sussiste un apparato di sovrastrutture etiche e morali alla luce del quale determinati modi d’agire finiscono per entrare nell’ambito della devianza. E questa devianza s’inscena in Se Cadere Imprigionare Amo, in cui la “crisalide” che vive la sua metamorfosi è una madre degenere, e tale “metamorfosi” (il ritorno in famiglia) avviene all’ombra di una ragnatela più grande e comprimente che è il tessuto sociale, che imprigiona coi suoi gangli e influenza coi suoi condizionamenti, chi non possiede i mezzi e le capacità per affrancarsene.
Quello che si compone sulla scena è un quadro famigliare di degradazione e depravazione, che si frastaglia in una sequela di immagini che scientemente non seguono un impianto drammaturgico lineare, ma procedono per strappi e lampi, affrescando con l’evidenza del gesto e con l’icasticità di un gergo basso e violento un’atmosfera di sordido degrado: due figlie già sepolte, una delle quali nata dall’incesto con uno dei propri figli, l’abbandono della famiglia, infine il ritorno. Il tutto improntato ad una (non) narrazione che destruttura il testo in senso classico per fondere in desultoria amalgama l’alto e il basso, la parola scurrile e certo lirismo dell’evocazione (e non a caso nei crediti stessi dello spettacolo si parla di “canto della scrittura”, “canto della regia”, “canto attoriale” e così via, proprio a rimarcare l’afflato poetico che funge da strumento espressivo per descrivere qualcosa che ne è concettualmente agli antipodi, ovvero la bruttura del degrado).
C’è, ed è forte, il rischio che il codice espressivo di Se Cadere Imprigionare Amo rimanga incagliato a tratti in un apparato simbolico e concettuale troppo etereo, che disarticola il proprio sviluppo, puntando in maniera decisa sulla forza straniante dell’evocazione e dei linguaggi scenici adottati, sulla discrasia evidente tra certo lirismo e la truculenza di ciò che accade. Gli attori in scena si fanno appieno portatori del carico energetico racchiuso nel nucleo concettuale dell’opera, la loro forza espressiva, fisica e verbale, scattosa e violenta, è forte e trasmette d’impatto quel senso grottesco dell’esistere che rende spesso gli esseri umani disumani, simili ad insetti che sfrigolano in un disegno più grande di loro, in una tela intessuta che è gigantesca metafora contenitiva, prigione sociale dalla quale non si può fuoriuscire, sia essa un nucleo famigliare stretto o la società largamente intesa.
Di contro, questa forza espressiva votata alla frammentarietà, il cui fine espressivo ha come mezzo una voluta discontinuità drammaturgica, corre il rischio di perdere parte della propria efficacia a causa di un impianto che a tratti e in taluni passaggi sfugge alla comprensione immediata, benché mantenga sempre vivo e coerente quel fiume carsico concettuale che l’attraversa in profondità; certi cambi di ruolo non nitidi, così come una variazione di registro linguistico che vede l’immissione ex abrupto di espressioni in dialetto settentrionale, sfuggono ad una decodifica immediata e lasciano qualche dubbio irrisolto sull’effettivo senso espressivo di alcuni snodi nell’economia drammaturgica.
Complessivamente però la forza espressiva di Se Cadere Imprigionare Amo travalica i suoi stessi limiti, perché riesce a trasmettere l’essenza del proprio discorso al di là di qualsiasi idea di coerenza drammaturgica. Disagio, depravazione, la mancanza di ogni forma di tatto e di sensibilità, elementi che sembrano caratterizzare le dinamiche interpersonali dei personaggi rappresentati (evocati) in scena, sono connotazioni che emergono grazie al complessivo apparato simbolico inscenato, socialmente e geograficamente collocato – l’apparire di un tricolore sul finale non lascia adito a dubbi – raccontando di fatto la cronaca squallida di un depauperamento valoriale diffuso, di un ordinario degrado nel quale ci si muove inconsulti, come insetti nella tela d’un ragno.
Non c’è – o almeno non appare – possibilità alcuna di redenzione, ma c’è – o almeno appare – una sorta di ineluttabilità della caduta in un baratro verso il quale la società attuale sembra irrimediabilmente incamminata.

 

 

 

 

 

 

Se Cadere Imprigionare Amo
Suggestioni dal respiro di una crisalide
canto della scrittura
 Andrea Cramarossa
canto della regia Andrea Cramarossa
canto attoriale Silvia Cuccovillo, Federico Gobbi, Domenico D. Piscopo
canto delle luci e della musica Vincenzo Ardito
canto dei costumi e della sartoria Silvia Cramarossa
canto delle meccaniche di palcoscenico Francesco Martone
foto di scena Massimo De Melas, Luca Di Bartolo
produzione Teatro delle Bambole
lingua italiano, dialetto barese
durata 1h
Napoli, Teatro Elicantropo, 16 novembre 2017
in scena dal 16 al 19 novembre 2017

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