“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Lunedì, 12 Giugno 2017 00:00

Ragionando su Frosini/Timpano

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Due spettacoli in due sere. Acqua di colonia e Carne, andando in scena fra Salerno e Caserta, si offrono in visione come due lavori che, pur nella sostanziale diversità di forma e contenuto, suggeriscono una continuità poetica ed espressiva della coppia artistica formata da Elvira Frosini e Daniele Timpano.

La nota comune agli spettacoli, evidente legatura di una poetica, è ravvisabile in due cardini, uno espressivo l’altro concettuale: il teatro di Frosini/Timpano sceglie una posizione, prende parte, si assume una responsabilità etica su un dato tema (per lo più inerente a tematiche sulle quali si dibatte e nelle quali è chiamata in causa quella che – con espressione ormai usata in senso estensivo – si definirebbe “società civile”), mentre, dal punto di vista più strettamente teatrale, riconoscibile è un taglio espressivo che s’impronta ad una apparente leggerezza parolaia per farsi veicolo di una fine costruzione teorematica (ipotesi, dimostrazione, tesi), condotta con un rigore documentale che – soprattutto in Acqua di colonia – sorregge tutto l’impianto drammaturgico.
In Acqua di colonia li troviamo, Elvira e Daniele, già in scena che ci aspettano, confabulano fra loro mentre noi spettatori si prende posto in platea; con loro sul palco c’è un ragazzone di colore (scopriremo poi trattarsi di un “esemplare” scelto a caso, elemento esterno ed estraneo che cambia ogni sera e che incarna lo sguardo distante di chi è suo malgrado oggetto di una diatriba che subisce e non l’interpella), il cui broncio affresca in viso un distacco tra chi è protagonista della scena (gli attori) e chi invece ne è spettatore estraneo, portatore simbolico di un’esclusione.
“È tutta colpa del colonialismo”, dirà di lì a pochi istanti Daniele Timpano, ed è affermazione che contiene in nuce il significato condensato di Acqua di colonia, spettacolo che parte dalla narrazione teatralizzata dell’avventura coloniale in Africa dell’Italia nella prima metà del Novecento, dalla Campagna di Libia alla conquista dell'Etiopia, fornendone storia documentale, per alludere sottilmente – ma poi neanche tanto – a quanto l’emergenza migratoria di questi ultimi tempi sia figlia non riconosciuta della cattiva coscienza troppo in fretta e troppo facilmente rimossa di chi – italiani, come francesi e inglesi – ha nella propria storia la macchia nera del colonialismo. “Una cosa è certa: non sappiamo nulla”: affermazione che rimarca quanto una cappa di distratta nonchalance abbia avvolto ormai le radici emergenziali dell’oggi, residenti nelle campagne coloniali di ieri; la rimozione viene evidenziata nel corso dello spettacolo – congegnato come una messinscena in fieri all'interno dello spettacolo stesso – evocando con dovizia di particolari una serie di elementi e fatti storici che rendono vivido il quadro non solo dell’esperienza coloniale italiana in Africa, ma anche il quadro culturale di riferimento, i cui retaggi ancora permangono nella toponomastica contemporanea (Axum, Amba Aradam), per non dire del moumento che il Comune di Affile ha eretto in tempi recenti al generale Graziani, gassificatore dell’Africa Orientale e conclamato criminale di guerra.
La forma teatrale mantiene costantemente il suo impianto metateatrale, snodandosi come cronaca diretta di uno spettacolo possibile; Elvira e Daniele dialogano sulle cose da dire e sui dati da dare: “No, facciamoli entrare piano piano”, si dicono riferendosi agli spettatori, sottolineando la necessità di un approccio lieve e delicato per sobillare verità quiescenti.
Le luci lasciano via via il posto al buio di una penombra progressiva, com’è buia la storia del colonialismo, una storia che viene punteggiata di episodi significativi, che vanno dalla sposa bambina etiope di Montanelli alle esplorazioni di Gustavo Bianchi, storie di stupri, reali e metaforici, come quello perpetrato contro quelle terre e contro i loro abitatori.
Il film Luciano Serra pilota (con Amedeo Nazzari e sceneggiato addirittura da Rossellini), Rodolfo De Angelis che canta Sanzionami questo, Gea della Garisenda che canta – fasciata dal solo tricolore – Tripoli bel suol d’amore, la Libia, l’Eritrea, l’Abissinia, Faccetta nera, le banane di Mogadiscio, la littorina per raggiungere Asmara: il panorama teatrale illustrato ha raggio ampio, la ricostruzione storica – doviziosa di particolari e accuratamente documentata – è funzionale alla resa dell’idea di politica di fondo, che poi sottende a demistificare questa presunta intelligenza occidentale, sconfessata anche da stralci impregnati di razzismo rintracciabili persino in Kant, Hegel, Croce, Rousseau e la cui deriva contemporanea è nel becerume razzista diffuso, che sul palco prende la forma del coro da stadio (Odio il kebab / ed il ramadan).
Attraverso il gioco giocato del teatro, con l’evidenza del contrario, Frosini/Timpano dimostrano, in un dramma tematico, quali e quante siano le origini lontane (ma non troppo) della cultura soggiogante che si fa egemone a scapito dei più deboli (in questo caso gli abitanti dell’Africa) e vi aggiungono anche la refrattaria negghienza di certa cultura pseudo-progressista, rimasta ancorata a miti di facciata, emblemi – come una prima pagina de l’Unità esibita in scena – di questo lavacro della cattiva coscienza che derubrica l’accaduto ad acqua passata, “acqua di colonia”, appunto.

Di diversa fattura, ma soprattutto di consistenza differente è invece Carne, della cui drammaturgia è autore Fabio Massimo Franceschelli: dura meno della metà di Acqua di colonia ed affronta un tema necessariamente più leggero, quantunque tutt’altro che frivolo, inscenando la relazione tra due individui fra i quali sussiste una relazione incentrata su una contraddizione di fondo: irrimediabilmente carnivoro lui, decisamente vegetariana lei.
La linea di continuità immediata (e non la sola) che si ravvisa con Acqua di colonia sta nell’attenzione posta – da angolazione differente rispetto all’altro spettacolo – alla società di consumi: se in Acqua di colonia protagonista è la distrazione da un problema emergente, in Carne il centro nevralgico è dato da ciò che occupa quello spazio lasciato libero dalla rimozione del problema, ovvero la necessità di appagare i propri bisogni da parte di una società bulimica, in cui i due soggetti contrapposti, in uno scambio senza esclusione di colpi inscenato stando in piedi davanti a un microfono, non sono altro che due facce di una stessa medaglia, fatta di integralismi distratti, che perdono di vista i fulcri essenziali della vita sociale per impelagarsi in una diatriba feroce e partigiana, portata avanti attraverso dialoghi graffianti e battute salaci, su un tappeto sonoro fatto di rumorose masticazioni, di sfrigolii, di evocazioni ambientali che chiamano in causa Apocalypse Now e che incorniciano dialoghi immediati e sferzanti, in cui animalismo e determinismo si mescolano in quel confuso bailamme che anima gli integralismi di cui si nutre la società del benessere, in ogni caso votata ai consumi (della carne, dei cibi, ma anche dei corpi, delle passioni e degli amplessi che di quelle passioni sono a un tempo espressione e consunzione); il tutto fino ad un piccolo ribaltamento finale, che avviene nel momento in cui lei si scopre incinta e si vede costretta a ricalibrare le proprie convinzioni, spazzate via da un vagito di bimbo che sarà “carne della loro carne”.

Nel complesso, entrambi gli spettacoli, come si diceva, seguono la linearità di un percorso artistico e di una cifra espressiva, le cui peculiarità sono rintracciabili da un lato nella già citata propensione a certa metateatralità ricorrente, oltre che un taglio propendente al registro comico per veicolare tematiche che allegre non sono; dall’altro ad una serie di riferimenti al proprio teatro pregresso che, disseminati qua e là lungo i vari spettacoli, creano una traccia interna, sottile eppure percepibile che va dalla citazione testuale al disegno luci, dalla disposizione scenica agli ambiti tematici. E mi pare, questo gusto per l’autocitazione, tutt’altro che compiaciuta autocelebrazione, ma proprio filo organico di una tessitura complessiva che, nell’insieme contribuisce ad assemblare in corpus congruo la teatrografia di Elvira e Daniele (o almeno buona parte di essa).
Sicché, se Carne ha il proprio antecedente tematico in Digerseltz, capita poi che il disegno luci del finale di Acqua di colonia richiami quello di Zombitudine e capita anche che quegli stessi zombie siano evocati in apertura di Carne da una citazione nel testo. E ancora: la disposizione scenica di Elvira e Daniele in Carne richiama quella di Sì, l’Ammore no e il piccolo dinosauro che ne occupava il centro del palco in questo spettacolo diventa la fetta di carne su cui si consuma l’unione fino ad allora insanabile tra le due polarità incarnate (e mai termine ci parve più appropriato) da Daniele ed Elvira in Carne.
Tutto ciò denota la consapevolezza interna di un percorso che, all’atto di andare in scena, offre tutta la propria solidità drammaturgica, sorretta da un altrettanto solido impianto attorale, affiatato ed affinato, che si traduce in una cifra espressiva riconoscibile e personale, che coniuga ancora una volta – e ancora una volta felicemente – leggerezza e sostanza.

 

 

 

 

Mutaverso Teatro
Acqua di colonia

testo, regia, interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano
consulenza Igiaba Scego
voce del bambino Unicef Sandro Lombardi
aiuto regia e drammaturgia Francesca Blancato
scene e costumi Alessandra Muschella, Daniela De Blasio
disegno luci Omar Scala
progetto grafico Valeria Pastorino
foto di scena Stefania Tirone
produzione Frosini/Timpano, Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti
con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio
in collaborazione con C.R.A.F.T. Centro Ricerca Arte Formazione Teatro
lingua italiano
durata 2h
Salerno, Auditorium Centro Sociale, 22 aprile 2017
in scena 22 aprile 2017 (data unica)


Carne
testo
Fabio Massimo Franceschelli
regia e interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano
disegno sonoro e musiche Ivan Talarico
collaborazione artistica Alessandra Di Lernia
assistente alla regia Sonia Fiorentini
progetto grafico Davide Abbati
missaggio e mastering Antonio Maresca – Fourth Mile Studio
produzione Frosini/Timpano – Kataklisma, Accademia degli Artefatti
lingua italiano
durata 50’
Caserta, Teatro Civico 14 – Spazio X, 23 aprile 2017
in scena 23 aprile 2017 (data unica)

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