“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Martedì, 11 Aprile 2017 00:00

Un Hamlet, mille specchi

Scritto da 

Hamlet, sempre lui. Attraversa le epoche come un eroe immortale, senza essere scalfito dal tempo passato, proiettato verso il futuro che lo vede oggetto di studio e di sperimentazione, analizzato a teatro in ogni piega della sua anima eppure sempre più sconosciuto, sempre più ricco di sfumature nascoste e di letture diverse.

A Hamlet basta una scenografia essenziale, una poltrona verde con un mantello poggiato sopra, sulla sinistra del palcoscenico, al centro un piccolo tavolino su cui poggiano due maschere, a destra una chitarra elettrica, una consolle e un microfono. Fabrizio Paladin, che della pièce è anche regista e autore delle canzoni, si presenta sulla scena in maglietta, pantaloni e bretelle cascanti sui fianchi rivolgendosi agli spettatori quasi singolarmente, intessendo una dinamica tra lui e il pubblico da attore consumato, che sa ben dosare tecnica, ironia e improvvisazione. Paladin chiarisce il fine della sua rivisitazione che è tutto nell’immagine di Amleto come una fisarmonica, contrattura e espansione, e come musica elettronica (l’Hamle-Tronic) che non ha armonia, ma i suoni metallici della psiche dei personaggi del dramma.
In fondo la trama è: ”Hamlet ha dei dubbi e alla fine muoiono tutti”, perciò la scelta di presentare dei quadri rispettosi della cronologia della tragedia che si soffermano sui momenti salienti, risulta essere funzionale a quanto si era prefisso il regista. Indossato il mantello e seduto sulla poltrona che è diventato il trono, si presenta il primo personaggio, il re Claudio, il fratello assassino usurpatore del trono di Danimarca, dalla voce greve, carica di morte e ambizione, soddisfatto di aver raggiunto il suo scopo, poi seguono i vari personaggi: Amleto, Gertrude sua madre e sposa di Claudio, il fantasma del padre di Amleto, Polonio, Ofelia. La tragedia si sviluppa tra loro, passando da un quadro all’altro, da una voce all’altra, tutti interpretati da Paladin che usa il mantello e le maschere per entrare nei personaggi. Il fido Orazio è mimato dalla mano dell’attore che ha una vocina sciocca con difetto di pronuncia, scelta poco comprensibile se non si esclude il voler volontariamente abbassare la tensione, come con Polonio dall’accento che sembra emiliano, Laerte milanese e Gertrude, vacua e superficiale.
Le scene sono intervallate da interpretazioni al microfono, suoni lunghi e sincopati della consolle, canzoni che raccontano e legano i momenti della narrazione tra loro. Questi suoni cosi elettronicamente allungati, distorti, rimandano a letture metaforiche, anche oniriche, come la celeberrima scena del monologo di Amleto sicuramente la più suggestiva e intelligente del dramma. In ginocchio quasi sul boccascena, con la testa chinata, ma con la maschera sulla testa a guardare verso il pubblico, la voce amplificata dal microfono, Amleto sembrava rivivere il dubbio lacerante che Shakespeare suggerisce nel suo testo. Altra scena affascinante è il dialogo tra Amleto e Ofelia in cui i due ruoli sono interpretati da Paladin investito una volta dal colore delle luci blu e l’altra dal colore rosso per distinguere i due personaggi. Paladin è molto bravo nel condurre la sua rivisitazione in un gioco metateatrale tra l’attore che recita il personaggio e questi sulla scena, uscendo ed entrando in lui con fluidità e senza momenti di calo. Tutto risulta orchestrato con intelligenza e questo spiega perché Fabrizio Paladin abbia trionfato alla rassegna teatrale Stazioni d’Emergenza atto VIII, per Nuove Creatività, svoltasi lo scorso settembre.
Ogni volta che si assiste a un nuovo Hamlet su un palcoscenico ci si domanda sempre il perché di questa scelta, perché assistere ad una ennesima replica di un dramma di cui si conosce tutto. Anche le nuove letture producono raramente sorprese, ma sicuramente portano alla conclusione che ciò avviene perché lo spettatore ama Hamlet, perché vi ritrova la sua stessa indecisione esistenziale, quel dubbio che rode e scava dall’interno ogniqualvolta preme prendere la decisione che cambi la vita. Non solo nel protagonista si ritrova un poco di se stessi, ma anche la giuliva Gertrude, l’appassionata Ofelia, il fedele Orazio, il perfido Claudio ci restituiscono una parte di noi stessi, come in gioco di specchi che rimandano la propria immagine oltre l’infinito.

 

 

 

 

Hamlet Routine / / Hamle-Tronic
spettacolo mentale per luci, musica ed elettronica
tratto da William Shakespeare
regia Fabrizio Paladin
con Fabrizio Paladin
musica ed elettronica Tommaso Mantelli
maschere Carlo Setti
luci Loris Sovernigo
foto di scena Ester Carbonetti
produzione TSM Polveriera Teatro
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 5 Aprile 2017
in scena dal 4 all’8 Aprile 2017

Lascia un commento

Sostieni


Facebook