“Cunto cantanno schiante... / Chiagne scuntanno cunte... / Sconto cuntanno chiante... / Schianto cantanno... punto”.

Mimmo Borrelli

Sabato, 11 Marzo 2017 00:00

La poetica 'bestiale' di Emma Dante

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In più occasioni la Dante è ricorsa alla rinuncia: la sua poetica – quella che noi conosciamo oggi come la maniera, o che più ampollosamente ci piace definire il metodo Emma Dante – è cresciuta in bilico tra la volontà di mostrarsi e l’incertezza di fare passi falsi nel provarci. Su questo filo sottile la teatrante palermitana ha sempre camminato a passi pesanti che hanno restituito concretezza al suo lavoro.

Bestie di scena, presentato al Piccolo Teatro, che lo produce, il 28 febbraio, è l’opera che più si è nutrita di tutto questo e che ora soccombe all’esigenza di interiorizzare: questo lavoro, scevro di parola e ricco di gesto, è una riflessione sull’attore, sul fare teatro. Ma rinunciando, appunto, a un’esplicazione del tema, è venuta fuori una verità che, pur essendo propria della bestia appartiene, più in generale, all’uomo.
C’è molto di personale in Bestie ed è probabilmente questo che ci lascia insicuri e incapaci di definirlo. I quattordici corpi che si muovono insieme come un grande organo vitale, che pulsano di tensione sotto la nuda pelle sulla scena vuota, mettono in atto non solo qualcosa di nuovo, ma qualcosa che ci riguarda. Di fronte al caos l’uomo resta sempre sospeso in uno stato di eccitazione e di rifiuto da cui gli sorge la necessità di metabolizzare prima di rendersene consapevole. Bestie di scena è un mare in tempesta che, come scriveva Conrad, “non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza”. In questa marea, tra la spuma delle onde, a riva vengono sbattuti e risucchiati tutti quegli elementi su cui Emma Dante ha fondato il suo teatro. Su tutti il movimento che qui pare memore di quel sistema di domanda e risposta del Tanztheater di Pina Bausch, ora declinato in una poetica molto intima: agli oggetti che vengono lanciati sulla scena da un direttore invisibile i performer rispondono con l’azione/reazione; tornano così, come fantasmi (ancora questo tema), il burattino guerriero, la bambola rotta, il carillon, la scimmia, i ballerini, la madre sadica, il figlio agonista. Tutti protagonisti del passato della compagnia Sud Costa Occidentale, un passato che non è mai dimenticato, non è mai alle nostre spalle, ma che resta a segnarci la vita come ci hanno insegnato spettacoli simbolo dell’ensemble a partire da Vita Mia (2004) fino a Le sorelle Macaluso (2014). E, tornando a parlare di rinuncia, non possiamo non pensare a quanta rinuncia hanno comportato quegli spettacoli che hanno segnato dei punti di partenza (e non di arrivo) di un cammino teatrale lungo molti anni: in entrambi casi, e oggi ancora una volta, Emma Dante rinuncia a parlare didascalicamente di relazioni ma ce le mostra nella loro precarietà, morbosità, nel loro essere carnali e terrene con immagini cariche di una sottigliezza di sensi lontana dall’aggressività di cui una parte della critica le addita.
Scivolano sul palcoscenico bagnato a uno a uno corpi nudi incapaci di reggersi da soli ma che contano sul sostegno del gruppo che li venga a recuperare come se, per non perdersi nel flusso delle emozioni, ogni interprete debba avere la certezza di non essere da solo. Non sono questi delle isole incontaminate, ieratiche, non sono sciamani gli attori, né rappresentanti di un mondo olistico e lontano da noi. Sono terre di mezzo, invece, soggette alle dinamiche dello scambio, della migrazione, dell’amore e della sofferenza umane. Era Diderot a dire che l’attore stava incastrato in un paradosso che gli permetteva di rendere “vero” un personaggio sfruttando al contempo la propria sensibilità e la capacità di restarne distaccato. Dovremmo ripensarci, metabolizzare cosa è oggi il teatro, elaborarne l’idea, senza conformarci a uno stile o aggrapparci a un dogma. Ci troviamo di fronte a una nuova manifestazione di quel sublime sette-ottocentesco che mette in crisi l’essere umano, di cui mai si è liberato il pensiero occidentale dal Romanticismo in avanti.
Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli sono un corpo che pensa: la testa cede alle spalle e agli arti che si contorcono in movenze primitive, originarie. La nudità è essenziale a raccontare questo: Bestie di scena è una danza della vita in cui l’attore è sempre nudo, è una puttana che sceglie di mostrare il suo corpo; un corpo che sa dire più delle parole, che segue un ritmo arcaico e non convenzionale, proprio dell’attore.
Chissà in che termini dovremmo parlare di quest’opera domani: non c’è distinzione qui tra teatro e performance, né distinzioni di ruoli laddove la regia non demanda nulla ma agisce direttamente, si mostra, afferma la sua presenza, consapevole del rischio che la strada appena intrapresa con Bestie sancisce un momento di passaggio e che ora ci si aspetta – come dopo l’Ubu delle Macaluso – ancora molto altro. Un nuovo giro di giostra ha inizio.

 

 


Bestie di scena
ideato e diretto da Emma Dante
con Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli, Daniela Macaluso, Gabriele Gugliara
elementi scenici Emma Dante
luci Cristian Zucaro
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo, Festival d’Avignon
Milano, Piccolo Teatro Strehler, 1° marzo 2017
in scena dal 28 febbraio al 19 marzo 2017

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