“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Lunedì, 12 Settembre 2016 00:00

Perché, ad esempio, noi non siamo stati pagati?

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Uno spettacolo
Nel 2010 – nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia – va in scena Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli), per la drammaturgia e regia di Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino. Sette attori – compresa “la piccola Arianna Boccamiello” –, due musicisti per una colonna sonora eseguita dal vivo, con la traduzione di Giorgio Kraiski. “Produzione Napoli Teatro Festival Italia” recita la brochure aggiungendo, subito dopo: “Produzione esecutiva Nuovo Teatro Nuovo Stabile di Innovazione”.

L'opera ha una durata complessiva di sei ore, tre per ognuna delle due “parti”; ogni parte è divisa a sua volta in undici capitoli, che fanno riferimento alle sei macrosezioni che formano il romanzo (si comincia con “All'inizio di un lungo giorno caldissimo” – citazione dell'incipit di Dostoevskij – e si finisce con un ”Epilogo” di trenta minuti). Va in scena in prima il 9 giugno, alle 21:30; replica fino al 19 – con un giorno di pausa per ogni completamento della messinscena: appare dunque per otto sere, offrendo quattro rappresentazioni complete del capolavoro russo (più una quinta straordinaria).
Leggo dal libretto di sala: “I Quartieri Spagnoli prestano a questa versione di Delitto e castigo la loro dimensione corale e polifonica in cui voci, scorci di strade e frammenti di vita, compongono il mosaico che sta sullo sfondo della caduta e della redenzione di Raskol'nikov. Così i vicoli del centro di Napoli diventano il labirinto pietroburghese in cui l'indigente Raskol'nikov, dopo aver ucciso un'usuraia, vaga alla ricerca di un riscatto che avverrà solo grazie al confronto umano con gli altri personaggi”.
Un'orchestra ambulante accompagna attori e pubblico, i palazzi – con le loro pareti scrostate, i balconi dalle inferriate ristrette, i bassi che sfociano sui marciapiedi – sono l'unica scenografia prevista. In un'osteria si mangiano bruschette e si beve vino, un androne diventa una camera da letto mentre il cortile interno di un edificio è il luogo nel quale l'omicida confessa la propria colpa agli spettatori, a se stesso e a Dio. Nell'aria suona la musica di De Andrè, il fracasso dei piatti rotti si fonde al vociare pulsante delle strade.
È un altro Festival, quello; è un Festival che – prima dell'avvento di Luca De Fusco e della conseguente reclusione della rassegna in spazi sempre più chiusi – tenta e talvolta riesce ad attraversare la città, a renderla sfondo partecipe e funzionale, a coniugare specificità antropologico-culturale e paesaggistica con la fattura degli spettacoli da mettere in scena; non a caso – negli stessi giorni – avviene L'attesa ovvero un insieme di micro-spettacoli capaci di accadere in non-luoghi cittadini (la fermata di un autobus, il supermercato, l'ufficio delle Poste, la funicolare o la metro, la scalinata che collega due piazze) e in grado così di teatralizzare quegli stessi luoghi, facendoli diventare palco e platea, teatralizzando nel contempo anche passanti e avventori: uomini e donne la cui percezione del posto muta, dei quali muta andamento cronologico della giornata, la direzione del proprio cammino, l'ordine prestabilito e quotidiano di impegni ed eventi.



Di quello spettacolo
Di Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli) Graziano Graziani scrive che si tratta di “uno spettacolo monumentale”, affidato interamente “all'arte dell'attore” e durante il quale “il teatro torna a smuovere” quel “nodo essenziale che è il rapporto con l'invisibile”, pur calandosi “in una scenografia naturale: le vie di Napoli”: in questo modo, continua Graziani, “l'universalità della storia, che ci riguarda tutti, entra in risonanza con quest'altra universalità e allora non è più strano sentire nomi russi riecheggiare per le vie di Napoli”. Poi conclude: “Tra i tanti lavori che non rinunciano sul tasto della napoletanità, Delitto e castigo è uno spettacolo in grado di evocare la magia di questa città senza neppure il bisogno di citarla”. Claudia Provvedini lo descrive come “qualcosa che si sente dentro come una cosa vissuta in qualche altra vita” mentre Diego Vincenti parla di “una complessiva difficoltà realizzativa che ha i tratti dell'eroico” e che “nonostante limiti e cali di ritmo” resta un “lavoro che possiede apici teatrali e momenti di reale condivisione”.
A me piace qui ricordare soprattutto il saggio che Piermario Vescovo gli dedica ne Il tempo a Napoli. Durata spettacolare e racconto (Marsilio, 2011) quando ne sottolinea “il richiamo alla presenza del libro inteso come oggetto concreto” tant'è che lo spettacolo si conclude “leggendo ad alta voce” ampie porzioni del romanzo, standosene “seduti in cerchio insieme al pubblico, fatto salire sul palcoscenico del Teatro Nuovo”, passandosi il volume “di mano in mano”; quando ne ricorda l'inizio – Raskol'nikov “qui appare nello spazio raccolto di un normale ristorante-pizzeria di quartiere, a via Speranzella”, dove, intanto, gli spettatori mangiano qualcosa per ingannare “l'attesa del teatro” –; quando ragiona sulla “vocalizzazione della parola romanzesca”, capace di “aprire spiragli alle voci individuali” generando una “polifonia di presenze e forme” che sembra far quasi apparire ombre e spettri ulteriori, ossia quell'invisibile di cui già scrive Graziani. Un bicchiere d'acqua viene dato a uno spettatore, si sente l'odore intenso del cibo, una bambina e qualche adulto – assai lugubre – si mostra/non mostra dietro la soglia di un basso semisotterraneo. “La vita della sera e della notte” dei Quartieri cinge l'opera, offrendo la realtà alla letteratura mentre questa diventa teatro.



Una conversazione su Facebook
A seguito della pubblicazione di un articolo di Andrea Porcheddu – Nuova stagione, vecchi difetti: pronti a lavorare gratis? – su Facebook inizia un vivace confronto: su forma e sostanza dell'articolo stesso, sulla necessità di far comprendere anche ai non addetti ai lavori ciò che avviene quotidianamente nel settore-teatro, su ciò che possono fare gli attori a fronte della gratuità loro imposta della prestazione lavorativa, sul grado di responsabilità che hanno o possono avere istituzioni, fondazioni, l'amministrazione burocratica della teatralità italiana e locale. “Fuori i nomi” scrive, ad un punto, Anna Maria Monteverdi: "Chi non paga gli attori? Chi lascia a metà le produzioni?”. “Bisogna fare i nomi” conclude.
Ed è qui che – d'improvviso – la conversazione diventa partenopea riportando i lettori al Napoli Teatro Festival, al 2010, a Delitto e Castigo (Dostoevskij  ai Quartieri Spagnoli). La riporto integralmente:

Gaetano Ventriglia: “Ha ragione Anna Maria Monteverdi. Facciamo qualche nome e qualche cifra. Napoli Teatro Festival 2010. Mettiamo in scena Delitto e Castigo ai Quartieri Spagnoli, 6 ore per 5 repliche: 30 ore in scena. Jean Louis Perrier della rivista francese Mouvement scrive che abbiamo fatto a pezzi I demoni di Stein, pure in programma. Il cachet compagnia, 13000 euro NON È MAI STATO PAGATO, in un estenuante (per noi) rimpallo di responsabilità tra il Festival e il "produttore esecutivo", il Nuovo Teatro Nuovo.
Io immaginerei che il Nuovo abbia ricevuto il budget dal Festival, perché sono stati pagati tutti, TRANNE LA COMPAGNIA.
Direttore del Festival era Renato Quaglia. Direttrice del Nuovo Teatro Nuovo era Igina Di Napoli.
Parlai anche con l'ufficio del Presidente della Regione Campania, credo fosse la dott.ssa Miraglia”.

Renato Quaglia: “Hai ragione Gaetano e lo sai bene, perché molto già ne parlammo: ti cercai io stesso da direttore per produrre un tuo spettacolo; stabilimmo il sostegno coproduttivo che il Festival poteva dare; Igina Di Napoli (era il produttore esecutivo) a fine produzione ricevette per intero quel compenso pattuito, che evidentemente non ti versò mai.
Ti mostrammo anche il versamento fatto al Nuovo, ma non ricordo più.
Altri non furono pagati perché quell'anno – quando il centrodestra di Caldoro, vinte le elezioni, volle effettuare un ricambio totale del CdA della Fondazione – per forzare quelle dimissioni in blocco, fermò l'erogazione dei contributi alla Fondazione stessa. Non arrivarono per mesi dalla Regione importi che erano dovuti e rendicontati, si rese impossibile il prosieguo e si resero inevitabili le dimissioni, che permisero alla nuova maggioranza regionale di prendere il governo della Fondazione e del Festival, dove arrivò Luca De Fusco.
La gestione dei fondi, da quel momento sbloccati, non rispettò l'ordine che era stato programmato dal CdA precedente: la nuova gestione preferì altre destinazioni, lasciando la responsabilità dei pagamenti non effettuati su chi "c'era prima". Ma il tuo caso, Gaetano, riguarda non la vicenda del Festival, ma quella di un teatro che ti ha prodotto e, pur essendo stato pagato, non ti ha corrisposto quanto ti doveva. Vicenda che legalmente non dovrebbe essere difficile risolvere.
Ti ho risposto, Gaetano, su un tema di cui già parlammo, solo perché mi hai chiesto ieri l'amicizia e oggi mi coinvolgi in questa discussione.
Cinque anni dopo non ho più strumenti, dati, informazioni per parlarne”.

Gaetano Ventriglia: “Ricordo bene. Magari io avessi visto quel versamento fatto al Nuovo, avrei forse avuto qualche strumento in più.
Comunque non capirò mai perché ci fu assegnato un produttore esecutivo (con cui abbiamo dovuto firmare il contratto), come il Nuovo Teatro Nuovo che, come scoprimmo soltanto in seguito, si era già reso protagonista di numerosi episodi di insolvenza e che dalle visure della Camera di Commercio risulta quasi nullatenente.
Questo pasticcio andava evitato a priori. Appunto, dici che ci hai prodotto: dunque avremmo dovuto firmare con te.
Ancora una volta, NESSUNA tutela per gli artisti e per il loro lavoro”.

Renato Quaglia: “Vero, fu un errore. Allora era un tentativo di mettere in rapporto teatri (era uno stabile di innovazione anche il NTN – ndr. Nuovo Teatro Nuovo) e artisti, che in qualche altro caso funzionò e creò rapporto”.



Qualche domanda, in seguito a una conversazione su Facebook

Il diritto/dovere di cronaca coincide, in questo caso, col diritto/dovere di critica: difficile rispettare il proprio ruolo di testimone del teatro napoletano e rimanere, nel contempo, impassibile al cospetto di tale conversazione pubblica. Stiamo parlando del Napoli Teatro Festival Italia, della sua gestione (allora il presidente della Fondazione era Rachele Furfaro, Renato Quaglia era il direttore artistico della rassegna) e di un suo spettacolo che ha coinvolto – nel processo produttivo – uno dei teatri più importanti e significativi per la storia artistica e la sperimentazione creativa di questa città ("un patrimonio", cito dal sito, "strategico non solo per Napoli ma per l'interno panorama italiano"; passato, nel 2012, dopo il fallimento, da Igina Di Napoli alla direzione di Alfredo Balsamo e del Teatro Pubblico Campano).
Inevitabile, dunque, porre una serie di domande.
A Igina Di Napoli: corrisponde al vero quanto dichiara Gaetano Ventriglia e cioè che "sono stati pagati tutti tranne la compagnia"? E corrisponde al vero quanto dichiarato pubblicamente da Renato Quaglia ossia che il Nuovo Teatro Nuovo “a fine produzione ricevette per intero” il compenso pattuito, sulla base di un prestabilito “sostegno coproduttivo”? E, ammesso che ciò corrisponda al vero, come mai la compagnia – a distanza di sei anni, tre mesi e quattro giorni dalla prima – non è stata ancora retribuita per il lavoro regolarmente svolto?
Ancora: nel caso in cui dovesse corrispondere al vero, sussistono e sono consultabili i documenti – “il versamento fatto al Nuovo” cui accenna Renato Quaglia – che permettano la verifica di tale pagamento e consentano di comprendere cosa avrebbe impedito, da allora a oggi, di versare l'onorario ai lavoratori impiegati in Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli)? Che fine hanno fatto quei soldi? In quale cassa si trovano? Di chi sono le inadempienze (burocratiche, amministrative, organizzative, finanziarie) che – se ciò corrisponde al vero – hanno reso impossibile il pagamento, ovvero ciò che fa di un lavoro davvero un lavoro?
Alla Fondazione Campania dei Festival, per quanto la questione riguardi un socio coproduttore: possibile che risultino ancora non retribuiti lavoratori dello spettacolo che hanno preso parte ad un Napoli Teatro Festival risalente al 2010? Si tratta dell'unico caso? Quante compagnie, quanti lavoratori, devono – ad oggi – ancora ricevere il pagamento di una prestazione artistica e lavorativa effettuata durante una qualsiasi delle passate edizioni del Festival? Vi sono – allo stato attuale – cause giudiziarie pendenti, che riguardino il mancato pagamento di stipendi e retribuzioni? Renato Quaglia scrive di una “gestione dei fondi” mutata e votata “ad altre destinazioni”, dopo le sue dimissioni: ciò è effettivamente avvenuto e – nel caso sia avvenuto – quali sono le “altre destinazioni” alle quali sarebbero state dedicate tali risorse? Ed è effettiva la circostanza cui accenna lo stesso Quaglia, per cui ci sarebbe stato un voluto blocco dei finanziamenti europei, per altro già rendicontati, per indurre alle dimissioni i membri della Fondazione favorendo l'arrivo di Luca De Fusco? Inoltre: la Fondazione Campania dei Festival – nel caso accertasse che la compagnia di Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli) “non è mai stata pagata” – come afferma Gaetano Ventriglia – sarebbe in grado di assumersi, oggi e davvero, l'impegno di ovviare a tale mancanza?
Al MiBACT, alla Regione Campania: il Napoli Teatro Festival Italia è finanziato dai contributi europei, gestiti dalla regione Campania e resi un programma amministrativo, produttivo e distributivo da una Fondazione in house providing alla stessa Regione: si tratta, dunque, di fondi pubblici, di soldi “nostri”. Possibile che non ci sia chiarezza sull'utilizzo di questi fondi, che rimangano inevase regolari retribuzioni pattuite, che possa venir meno il rispetto dei contratti di lavoro, che una compagnia teatrale – a sei anni di distanza – affermi di non avere ancora ricevuto ciò che le spetta e che non abbia interlocutori credibili a cui rivolgere la propria richiesta di pagamento, con la speranza (concreta) che venga ascoltata? E inoltre: della questione sollevata nello specifico sono protagonisti soggetti individuali e/o collettivi che erano/sono riconosciuti dal MiBACT e/o ricevono – a diverso titolo, in diversa misura – parte del Fondo Unico per lo Spettacolo: possibile che il Ministero non abbia attenzione, e strumenti di analisi e di controllo adeguati, per verificare la credibilità aziendale e la correttezza dei soggetti che – in base a parametri qualitativi e quantitativi – decide di finanziare?
Possibile infine − e ampliando il discorso − che al Ministero nulla si sappia di inadempienze, ritardi, fallimenti e rinascite, opache gestioni, svendite e trasferimenti d'attività, cause pendenti, stagioni teatrali rimaste sulla carta, rassegne fantasma, vuoti di sala gonfiati in successo di pubblico ovvero di tutto questo plateale spettacolo che contraddistingue parte della quotidiana teatralità nazionale?



A meritare chiarimenti e parole che rigenerino un dialogo interrotto e che necessita evidentemente di essere coniugato in fatti concreti non è la persona che firma questo articolo, sia chiaro: c'è una compagnia teatrale che è andata in scena e che sostiene di non essere mai stata pagata; ci sono uomini e donne che hanno ideato, scritto, provato, allestito, recitato – ossia hanno lavorato – rispettando l'impegno assunto: a loro siano perciò destinate le risposte, poiché ne sono in attesa da più di sei anni.
È per questo motivo che trovo giusto concludere riportando (e ricordando), per intero, scheda e protagonisti dello spettacolo:


Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli)
da Delitto e castigo
di Fëdor Dostoevskij
traduzione Giorgio Kraiski
drammaturgia e regia Silvia Garbuggino, Gaetano Ventriglia
con Silvia Garbuggino, Gaetano Ventriglia, Francesco Forni, Ilaria Graziano, Luciana Zazzerra, Annalisa Zoffoli, Arianna Boccamiello
musiche eseguite da Francesco Forni, Ilaria Graziano
direzione tecnica e disegno luci Thomas Romeo
produzione Napoli Teatro Festival Italia
produzione esecutiva Nuovo Teatro Nuovo – Stabile d'innovazione
paese Italia
lingua italiano
durata 6h
in scena dal 9 a 19 giugno 2010

 

 

NB: Per completezza e correttezza d'informazione segue anche il link della conversazione riportata nell'articolo.
Dalla pagina FB di Andrea Porcheddu

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