“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Venerdì, 17 Giugno 2016 00:00

Cartoline da Castrovillari – 1

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Castrovillari, pendici del Pollino, verso un Sud in procinto di farsi profondo, giornate calde che di sera cedono ad una frescura a tratti pungente, spaghetti "al fuoco di Bacco" e lambrette d’epoca che conducono da un teatro all’altro, musica al Castello Aragonese e chiacchierate “critiche” ad ogni ora del giorno e della notte: Primavera dei Teatri, ovvero tanto teatro concentrato in sette giorni, teatro che “respira” la città, la anima dal mattino fino a sera, frutto del lavoro di Saverio La Ruina, Dario De Luca, Settimio Pisano e di tutti coloro che si raggruppano intorno a Scena Verticale, la compagnia stabile che da ormai diciassette anni porta avanti il Festival.

Un’edizione, questa di Primavera dei Teatri, che partiva gravida di aspettative, visto che si sarebbero succeduti, tra il palco del neonato teatro ricavato nel Capannone dell’Autostazione ed il Teatro Sybaris all’interno del Protoconvento francescano, alcune delle realtà più interessanti del panorama teatrale contemporaneo, affermate ed emergenti; aspettative che però nel complesso sono rimaste al di sotto di quanto fosse lecito prevedere, sicché, facendo un bilancio consuntivo di una settimana di Festival, tastando il polso alla drammaturgia contemporanea – almeno ad una sua parte significativa – è emerso un collage di istantanee che raccontano di un momento di sostanziale impasse, che coinvolge la scrittura e la regia, le idee e la loro messa in atto.
In questo credo di poter dire che un Festival come Primavera dei Teatri rappresenti un momento significativo proprio per suggerire una riflessione, rivestendo pertanto un’importanza che travalica la qualità specifica delle messinscene, offendo altresì uno spaccato utile su cui ragionare per analizzare un momento, ancorché parziale, della scena contemporanea. Occasione di confronto per quanti il teatro lo fanno, lo guardano, lo distribuiscono, lo criticano e lo analizzano ad ampio spettro, Primavera dei Teatri, in una sorta di apparente paradosso, ha finito per assolvere ad una funzione ancor più benemerita proprio quando le scelte operate in sede di programmazione si sono poi rivelate, all’atto della rappresentazione, di valore complessivo mediamente inferiore a quanto i nomi in cartellone lasciassero presagire; un paradosso apparente, questo, in quanto fornisce una chiave di lettura di un festival che, anziché fungere da semplice vetrina promozionale assume l’aspetto di una dialettica progressiva, che mette a confronto stilemi e poetiche molto spesso ancora in fieri, ponendoli dinanzi ad un banco di prova primario che fornisce i primi spunti proficui per riconsiderare quei progetti teatrali giunti ancora in una fase embrionale o al più aurorale, bisognosi quindi di un ulteriore labor limae, sia sul piano della scrittura drammaturgica, sia sotto l’aspetto della declinazione scenica.
Non che in quest’edizione di Primavera dei Teatri siano mancati spettacoli che abbiano impressionato favorevolmente e di cui daremo conto nel dettaglio, ma è chiaro che a colpire maggiormente sia stato proprio il trend al ribasso, pur nella estrema opinabilità riscontrata intorno ai fatti teatrali con tutti gli operatori, per cui, confrontandosi dopo ogni spettacolo è capitato di riscontrare praticamente sempre una variabilità di valutazioni che coprissero tutto l’arco costituzionale del gusto, rendendo così ancora più interessante il piano della discussione sulle poetiche.

Nello specifico, si è cominciato con Giovanna d’Arco – La rivolta, di Carolyn Gage, un vibrante testo al femminile che incornicia fra diciotto luci al neon un’invettiva che opera un gioco di sovrapposizione semantica presto scoperto, attraverso il quale di un’eroina storicizzata si svela l’essenza plurima e autentica, come d’un corpo di donna che si sveste e si riveste si tenta di manifestarne – quasi fosse un grido disperato d’affermazione di sé: “È ora che cominciamo a dire la verità sulle nostre vite” – l’essenza reale e profonda. Sicché Giovanna che si spoglia del ruolo che la storia le ha cucito addosso, che si riappropria del cognome materno (Romée) e che tenta, per dirla con De André, di nascondere quella sua “vocazione al trionfo ed al pianto” per riappropriarsi di una vita diviene pretesto per un'affermazione di genere. Quest’io monologante che attraversa lo spazio scenico metaforizza una condizione femminile individuale, trasformandosi progressivamente in invettiva e comizio, con tanto di – invero inutile – sfondamento della quarta parete, scendendo dal palco, microfono alla mano nel tentativo di rafforzare la propria perorazione.
Buona prova d’attrice fornisce Valentina Valsania, purtroppo non suffragata da una drammaturgia che si dimostri capace di trasformare l’invettiva di genere in una partitura scenicamente accattivante e che le essenziali scelte registiche non salvano da una convenzionalità che non fornisce il necessario spessore al tema di partenza del doppio proiettivo incentrato sull’umanizzazione metaforica della figura storicizzata della Pulzella d’Orléans.
A seguire è la volta de Gli uccelli migratori, della Compagnia Teatrodilina, che offre preventivamente allo spettatore una lettera in cui gli si augura di riuscire a mandarlo a casa “con un grammo di qualcosa in più nel cuore”.
Ebbene, il lavoro porta in scena una rete di rapporti umani possibili (un fratello, una sorella gravida, un padre biologico ed un estraneo capitato lì per caso) calata in una dimensione avulsa da un contesto sociale urbano: ci troviamo in una casa immersa in una pineta, strisce di iuta a far da pareti e la comunicazione fra i soggetti a denotare, attraverso una cifra espressiva grottesca, una incomunicabilità che troverà il proprio simbolo metaforico nel linguaggio degli uccelli. Uccelli che sono metafora sottesa di una condizione umana di sospensione tra presente e altrove, tra paura e necessità di volare (di decidere di vivere, nel caso degli esseri umani).
Pur denotando un leggero limite di tenuta sul finale, Gli uccelli migratori riesce a lasciare qualcosa di più di quel grammo nel cuore auspicato e ci riesce in virtù di una scrittura agile e ironica, che si trasfonde in un modo di stare in scena abile a bilanciare incomunicabilità e straniamento, definendo i rapporti umani e le incertezze che li permeano con un modalità comunicativa fatta di frasi sospese e gestualità incline all’impaccio, stilemi interpretativi che – suffragati da un ottimo livello attoriale – concorrono ad identificare una cifra espressiva efficace e riconoscibile, ad un tempo leggera e capace di trasmettere un senso di intima introspezione.  

La seconda giornata del Festival si apre con i Fratelli Dalla Via, che presentano Drammatica Elementare, un’opera linguisticamente raffinata, gioco verbale in punta di acrostici che mostra un sofisticato apparato linguistico prendere forma di drammaturgia. L’uso sovrabbondante della parola è intento dichiarato (“Siamo quello che parliamo”) e gli sono ancillari le due figure in scena, vestite d’arancio come due prigionieri di Guantanamo (successivamente prima da marinaretti, poi in tute verdi, colore che unito all’inflessione veneta sembra alludere a quel Nord-Est “padano” che è il sostrato culturale da cui attingono i Dalla Via), mentre la scena riproduce un interno scolastico con due piccoli banchi. Progressivamente i Fratelli Dalla Via snocciolano tutto l’alfabeto, dopo aver programmaticamente sparpagliato fogli con le lettere all’intorno. Gli accuratissimi giochi verbali costruiti riescono ad avere una pregnanza di senso che tenta di descrivere un universo contemporaneo con i suoi guasti sistemici; resta però un tabarro verbale troppo pesante da indossare per una drammaturgia che fatica ad affrancarsi dalla pur notevole impalcatura lessicale, che finisce per strutturarsi come una prigione di parole, collettore d’attenzione che soffoca le azioni sceniche. Drammatica Elementare resta pertanto, nella forma in cui l’abbiamo visto apparire, un apprezzabile esercizio di stile che abbisogna però di una strutturazione che meglio amalgami testo ed azione scenica in più snello connubio.
A seguire è la volta del Vania portato a Castrovillari dalla compagnia Òyes, che si conferma realtà interessante nel mettere in scena una rivisitazione del classico cechoviano capace ad un tempo di rispettare e trasformare il classico d’origine; il Vania a cui assistiamo (e che già questo giornale recensì nella sua rappresentazione eugubina), infatti è un felice connubio tra il rispetto della struttura dell’originale cechoviano (dal quale sono espunti i personaggi di contorno) e la sua trasposizione in un interno lombardo contemporaneo (i nomi dei personaggi sono giustamente italianizzati), fatto al pari dello Zio Vanja originale di stagnazioni frustranti e insoddisfazioni striscianti. Poche ed efficaci scelte registiche danno la misura di questo interno che ruota intorno ad un malato terminale che in scena non apparirà mai, se non sotto forma di una luce blu che aleggia intorno al suo comatoso letto, mentre all’intorno si consumano i destini irrisolti di un’umanità neghittosa, fatta di personaggi che – al contrario del vecchio Sergio che non vi apparirà mai – non usciranno mai di scena, un’umanità che abita la penombra di uno spazio cupo, immerso in una immobilità che sembra avvolgerlo affossando ogni anelito di fuoriuscita vivificante. E c’è, come in Čechov, anche quell’ironia soffusa che alleggerisce quella cappa di immobilità senza tuttavia svilirne e diluirne la portata, ma anzi amplificandola in maniera funzionale alla descrizione di una condizione contemporanea – quella della irrisolta generazione “di mezzo” – che consuma il proprio presente in un’agonia sospesa fra rimpianto di un passato mancato e castrazione di ogni futuro possibile.
Rispettando l’essenza di un classico, Òyes ne rende vitale la portata trasversale ai tempi consentendogli di abitare un tempo ed un luogo specifici, riutilizzando Čechov come cartina di tornasole di un presente asfittico confinato in una provincia lombarda. Ed è operazione che convince senza riserve.

Il terzo giorno di Festival si apre con un monologo, che si dichiara tale già nel titolo (ove mai potessimo non accorgercene!): Ma perché non mi dici mai niente? Monologo. Ed è un ininterrotto flusso di coscienza, scritto da Lucia Calamaro, immerso in uno spazio buio, dal fondale chiaro, una sedia in scena, un’attrice che con corpo e voce dà vita a gesti e parole che sono evocazione (dis)percettiva di spettri del passato, di una vita sospesa, di una psiche confusa che è sulla soglia di una consapevolezza inseguita e mai raggiunta, più incline a perdersi ancora che a ritrovarsi per la prima volta dopo chissà quanto tempo: “Cosa stavo dicendo?” ripete sulla scena Elisa Pol più di una volta, in bilico tra il silenzio e l’impaccio di una memoria che sfuma, mentre la voce si fa a tratti flebile nel solfeggiare brandelli di senso strappati alla coscienza.
Cambi di tono e cambi di luce sottolineano le variazioni coscienziali di quest’anima scandagliata ma non resa del tutto intellegibile a chi si dedica al suo ascolto; il flusso di coscienza di una creatura rimasta sola sembra rimanere confinato ben oltre la quarta parete, ostaggio di una psiche che è reticolato chiuso verso l’esterno, ripiegata in un monologo interiore il cui proposito empatico si arresta sulla soglia, impigliato nelle vesti d’altri tempi che abbigliano la protagonista.
È stata poi la volta di VicoQuartoMazzini, con il loro Little Europa, libero rifacimento di un’opera minore di Ibsen, Il piccolo Eyolf, che segue il solco già tracciato dalla giovane compagnia pugliese di prendere il classico e rielaborarlo totalmente in una scrittura che dal classico di partenza si affranca ben presto per declinarlo al servizio di un’idea contemporanea. Ed anche in questo caso l’idea di base è molto accattivante: il piccolo Eyolf dell’originale ibseniano si trasforma in quel parziale aborto a noi coevo che è l’Europa così come le politiche comunitarie l’hanno strutturata, ovvero un ammasso dalle coordinate non ben definite, che reca in sé i geni recessivi di un’unione forzosa e non del tutto compiuta e che nella sua forma attuale si mostra infetta di bubboni purulenti sempre in bilico tra il deflagrare e l’essere curati: ed è così che ci appare l’Eyolf – ribattezzato “Europa” – di Gabriele Paolocà.
Purtroppo la validità dell’idea sconta più di una incertezza registica, sebbene bilanciata da momenti che efficacemente perseguono la metafora europeista messa in discussione da Little Europa. Riprendendo quanto dicevamo in apertura di questo articolo circa la fase aurorale dei progetti proposti, ritengo che Little Europa sia, fra gli spettacoli visti a Castrovillari, quello che presente i maggiori margini di miglioramento, in virtù del fatto che il lavoro di VicoQuartoMazzini offre più di uno spunto valido su cui soffermarsi, benché paia ancora alla ricerca di un linguaggio scenico (leggasi scelte di regia) che ne valorizzi appieno il portato.
L’ambientazione consiste in un interno borghese, all’interno del quale un cuscino con la bandiera svedese ne connota la dimensione nordica; in questo luogo lontano si consuma l’infelice connubio europeista, tra una moglie svedese isterica ed un marito italiano prevaricatore che si esprime in un inglese da turista: VicoQuartoMazzini ci dice da subito che l’Europa è un matrimonio d’interessi contrastanti che genera infelicità distanti e dalla cui unione scaturisce la deformità di un botolo pustoloso. Molto si indugia – forse anche troppo – sull’aspetto della deformità di Europa, che appare in scena dapprima zoppicante, poi sempre più sofferente, fino a percuotersi con una frusta dopo aver rantolato oltremodo, gemendo in uno spasimo straziante e dopo che ai suoi occhi si è materializzato lo spettro di una Mary Poppins, bambinaia cattiva che ne frantuma le illusioni – mentre significativamente risuona l’Inno alla Gioia di Beethoven, che dell’Europa unita è inno ufficiale – facendogli capire “di essere un mostro”.
La voce fuori campo che accompagna la messinscena assolve ad una funzione didascalica che, data la valenza politica del testo, sembra essere congrua allo sviluppo drammaturgico, il cui congegno impiega un po’ a mettersi in moto, per poi svilupparsi con espressionismo che si muove in punta di eccesso, in alcuni momenti decisamente potente. C’è però una dilatazione eccessiva di tempi e azioni e manca qualche legame strutturale, in particolare nel procedere verso il finale, che appare collegato troppo labilmente alla traccia iniziale, con questi personaggi di un mondo futuribile infilati in mute da palombari che sembrano evocare un futuro post-apocalittico e che si cimentano in un amplesso difficoltoso che sembra foriero del concepimento di un nuovo mostro, così suggerendo un vichiano ritorno ai corsi e ricorsi storici.
Resta comunque la sensazione di un’opera destinata a crescere e migliorare e che quantomeno conferma le doti d’invenzione e di scrittura della compagnia.
E questo è quanto per ciò che pertiene ai primi giorni di Primavera dei Teatri.

 

(continua)

 

 

Primavera dei Teatri 2016
XVII Edizione

Giovanna d’Arco – La rivolta
di Carolyn Gage
traduzione Edy Quaggio
regia Luchino Giordana, Ester Tatangelo
con Valentina Valsania
assistente alla regia Giulia Cosentino
musiche Arturo Annechino
light designer Diego Labonia
scena Francesco Ghisu
costumi Ilaria Capanna
video e post produzione Michele Bevilacqua
foto di scena Angelo Maggio
produzione Hermit Crab
lingua italiano
durata 1h 15’
Castrovillari (CS), Capannone Autostazione, 29 maggio 2016
in scena 29 maggio 2016 (data unica)

Gli uccelli migratori
scritto e diretto da Francesco Lagi
con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Mariano Pirrello
luci Martin Emanuel Palma
disegno del suono Giuseppe D’Amato
scene Salvo Ingala
organizzazione Regina Piperno
foto di scena Angelo Maggio
produzione Teatrodilina/Progetto Goldstein
residenza produttiva Teatro dell’Orologio
lingua italiano
durata 1h 10’
Castrovillari (CS), Teatro Sybaris, 29 maggio 2016
in scena 29 maggio 2016 (data unica)

Drammatica Elementare
di e con Marta Dalla Via, Diego Dalla Via
direzione tecnica Roberto Di Fresco
foto di scena Angelo Maggio
produzione Fratelli Dalla Via
in collaborazione con Piccionaia Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di B-Motion Bassano Opera Festival
lingua italiano
durata 1h 15’
Castrovillari (CS), Capannone Autostazione, 30 maggio 2016
in scena 30 maggio 2016 (data unica)

Vania
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia collettiva
liberamente ispirata a Zio Vanja
di Anton Čechov
con Francesca Gemma, Vanessa Korn, Umberto Terruso, Fabio Zulli
costumi e realizzazione scene Stefania Coretti, Maria Barbara De Marco
disegno luci Marcello Falco
organizzazione Giulia Telli
foto di scena Angelo Maggio
produzione Òyes
con il sostegno di
fUnder 35, MiBACT, Regione Umbria, Comune di Gubbio
lingua italiano
durata 1h 15’
Castrovillari (CS), Teatro Sybaris, 30 maggio 2016
in scena 30 maggio 2016 (data unica)

Ma perché non mi dici mai niente? Monologo
di Lucia Calamaro
regia Maurizio Lupinelli
con Elisa Pol
costumi Sofia Vannini
foto di scena Angelo Maggio
produzione Nerval Teatro
coproduzione Armunia – Festival Inequilibrio
con il sostegno di Regione Toscana – Settore Spettacolo
in collaborazione con Santarcangelo Festival, Zut!
lingua italiano
durata 1h 10’
Castrovillari (CS), Capannone Autostazione, 31 maggio 2016
in scena 31 maggio 2016 (data unica)

Little Europa
liberamente ispirato a Il piccolo Eyolf
di Henrik Ibsen
idea e drammaturgia Gabriele Paolocà
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
con Michele Altamura, Gemma Carbone, Gabriele Paolocà, Maria Teresa Tanzarella
scene Alessandro Rat
sound design e musica Daniele de Virgilio
light design Daniele Passeri
costumi Cristiana Suriani, Flavia Tomassi
tecnica Marco Oligeri, Stefano Rolla
produzione VicoQuartoMazzini, TRIC Teatri di Bari, Associazione Culturale Gli Scarti
con il sostegno di Straligut Teatro, Corte Ospitale, FuoriLuogo, Jobel Teatro
lingua italiano, inglese, svedese
durata 1h 10’
Castrovillari (CS), Teatro Sybaris, 31 maggio 2016
in scena 31 maggio 2016 (data unica)

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