“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Lunedì, 30 Maggio 2016 00:00

NTFI: chiedere è un dovere, rispondere anche

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Sopporto, da giorni, una sorta di sentimento d’offesa, un senso di risentimento che non passa. Si tratta di orgoglio ferito in quanto cittadino? O è forse soltanto una mia fissazione, una preoccupazione stupidamente personale, un pensiero pensato troppo spesso?

Da giorni sopporto il mio silenzio e mi confronto con la scelta fatta di non scrivere: ho sempre pensato che un festival, nelle sue dinamiche e nelle sue proposte, debba essere valutato a posteriori e che sia impossibile sancirne qualità e successo, o disvalore e fallimento, prima: prima che l’ultimo spettacolo sia finito, prima che l’ultimo spettatore sia uscito dal teatro, prima che sia varcata la soglia che tramuta ciò che sta avvenendo in ciò che è già avvenuto. Da giorni sento quindi come un fastidio: ne avverto la presenza, senza riuscire a comprenderne fino in fondo la sostanza: “Cos’è che mi sta facendo male?” mi chiedo, cercando una risposta. L’arroganza di chi si stima abitatore d’una torre d’avorio politica e culturale? Il disprezzo per le più consuete forme di rispetto formali ed informali? Questa esplicita noncuranza rispetto all’obbligo di rendere conto del proprio modo di interpretare un ruolo pubblico, che prevede agi e onori ma che impone anche doveri, una corrispondenza esterna, una presenza da offrire alla collettività di riferimento? O, ancora, è il soporifero torpore cittadino, questa sorta di rassegnazione dispiaciuta che riscontro negli addetti ai lavori o questa incapacità generale di pensare che è ancora possibile indignarsi e che se anche non servirà in concreto – ma chi te lo fa fare? ma che t’importa? perché non lasci stare? ti va una birra? – per me rappresenta ancora uno dei fondamenti per cui si prova a fare informazione, fosse pure in questa strana forma che è la critica teatrale? Sono – mi chiedo ancora – i sospiri dopo i quali non seguono parole, di cui sono costante spettatore nei foyer accaldati dei teatri in questo maggio così afoso? Sono i sorrisi carichi di amarezza che mi fanno uffici stampa, attori, registi, qualche collega quando sollevo il tema, parlandone a margine di uno spettacolo? Sono l’insieme delle mezze frasi, degli accenni, dei nomi soltanto farfugliati, degli episodi detti e non detti assieme, raccontati “ma ti raccomando, non dirlo però a nessuno”, sono questi continui “ma lo sai che...” con cui iniziano puntualmente brevi racconti d’umiliazione subita, artistica ed umana, fatti di ritardi, rinvii, riduzione di budget e di cambi di programma, silenzi, improvvisi annullamenti? Non lo so. So solo che sopporto – da giorni – un sentimento d’offesa, un senso di risentimento che non passa.


La conferenza stampa del Napoli Teatro Festival Italia. Fatta a Napoli. Questa è di fatto la ragione. Possibile, dopo lo show d’assenza e il formalismo delle dichiarazioni di routine andato in scena a Roma il 5 maggio – che l’assessore regionale alla Cultura Sebastiano Maffettone, il presidente della Fondazione Campania dei Festival Luigi Grispello, il direttore del Napoli Teatro Festival Italia Franco Dragone non abbiano ancora sentito il bisogno, la necessità, l’urgenza – il dovere – di presentarsi al cospetto della città che dà nome e sede principale alla rassegna, rendendo conto di quest’anno complessivo di sua ideazione, preparazione, scelta e allestimento? Possibile che Maffettone, Grispello e Dragone non sentano l’obbligo di riferire pubblicamente di ogni loro atto, di ogni loro scelta, assumendosene in pieno – com’è giusto che sia – la responsabilità preventiva, che non provino un moto d’orgoglio personale e di moralità dovuta alla funzione cui assolvono (e alla natura dello stipendio che percepiscono) esponendosi al loro pubblico (che coincide con il loro datore di lavoro) ovvero alla cittadinanza alla quale per prima dovranno, dal 15 giugno, rendere conto? Possibile che siano così insensibili al contesto di cui pure fanno parte, di cui sono rappresentanza istituzionale e non espressione padronale, e – forse è peggio ancora – che siano così incapaci o disorganizzati da non prevedere un atto di decenza minimo qual è una conferenza stampa programmata con adeguato anticipo per rispondere non alle domande di qualche giornalista napoletano ma per esporre il loro volto a Napoli esponendo a Napoli nel contempo il loro progetto rispetto al quale – poi – saranno giudicati? Possibile questa intoccabilità da stanza del potere, questo far riferimento soltanto interno come se essere un assessore regionale, il presidente di una Fondazione che si nutre di contributi europei e il direttore di un Festival che, questi contributi, è chiamato a tramutarli in proposta artistica adeguata non debbano invece – e maggiormente – volgere lo sguardo fuori, alla luce, in esterno? Così mi chiedo ancora cosa dà loro la tranquillità, che con il silenzio manifestano, di non dover rispondere a niente ed a nessuno se non al sistema da cui dipendono in concreto (basato sulle pratiche partitiche della lottizzazione, dell’uso dei beni pubblici come proprietà privata, della nomina clientelare)? E come si concilia, questo silenzio durato già troppo, con – comincio a usare le parole di Dragone – il “forte senso di condivisione e di partecipazione non solo rispetto alla fruizione degli spettacoli ma anche, e fin da subito, riguardo alla gestazione delle linee programmatiche e alla loro festosa esplosione nel calendario degli eventi” che viene definito tra i principi fondanti di questo Festival? Ecco, anche questo non lo so. So solo che sopporto – da giorni – un sentimento d’offesa, un senso di risentimento che non passa.


Sono sicuro che questo articolo sarà smentito, a breve, dai fatti. Sono sicuro che, a breve, sarà indetta la conferenza stampa che reputo necessaria tanto quanto reputo vergognoso il ritardo accumulato in merito. Verrà allora il tempo d’interrogare lo strambo spettacolo cui Maffettone, Grispello e Dragone hanno già dato vita attraverso interviste sporadiche, veline informative, comunicati stampa, risposte e controrisposte per mezzo dei quotidiani cartacei. Verrà allora il tempo – e l’occasione – per fare tante domande, a volerle fare. Ne scrivo qui qualcuna.
Perché – onorevole Maffettone – si è reputato impossibile procedere, per il Napoli Teatro Festival Italia, ad un bando pubblico – come avviene non solo per molti festival europei ma ormai anche per diverse rassegne italiane e per alcune direzioni di Teatri Nazionali e TRIC – ed invece si è scelto il metodo della chiamata diretta? E quali sono i criteri che hanno determinato la scelta di Franco Dragone? Quali erano – ammesso che vi siano mai stati – gli altri candidati presi in esame per il ruolo di direttore del Napoli Teatro Festival Italia? Quando è concretamente avvenuta la scelta e quale programma Dragone ha presentato perché tale scelta fosse definitivamente avallata? Ed ancora, assessore regionale: ricordato che la Fondazione è in house providing alla Regione e che il Comune di Napoli non ha alcuna responsabilità nell’organizzazione del Festival, il sindaco Luigi de Magistris e l’assessore comunale alla Cultura Gaetano Daniele sono stati almeno preventivamente informati o consultati, hanno espresso un parere in merito e, in qualche modo, hanno compartecipato alla nomina? Ed è pensabile una modifica dello Statuto della Fondazione perché anche il Comune abbia un ruolo nella stessa, fosse anche solo di controllo rispetto alla maniera nella quale i fondi europei vengono destinati ed impiegati? E lei, presidente Grispello, potrebbe chiarire i rapporti intercorsi, in questi mesi, con Franco Dragone? A cosa sono dovuti i costanti contrasti con il direttore del Festival, contrasti che né lei né lo stesso Dragone avete smentito con le dichiarazioni diffuse tramite giornali? Ed a quanto ammontava veramente – chiedo a lei, avendo lei reagito con un diniego netto e definitivo – la spesa per l’ospitalità dello spettacolo di Al Pacino? Perché ha ritenuto che questo progetto, con il quale Franco Dragone assicurava di poter garantire al Festival utili economici da re-impiegare sulla giovane teatralità napoletana, è stato ritenuto inadeguato e dunque impraticabile? Direttore Franco Dragone, potrebbe dire perché il percorso che ha portato alla gestazione del suo primo Napoli Teatro Festival Italia è stato – uso parole sue – “a lungo sofferto” e “tormentato per mesi da ritardi” (di chi?), “inefficienze” (chi è stato inefficiente?), “malumori, dissapori, tensioni e spesso anche conflitti” (con chi?)? Lei ha dichiarato – cito la sua lettera pubblicata su Il Mattino il 6 maggio 2016 – di aver sperato di poter “fare conto su una piena sintonia d’intenti con la Fondazione e la Regione Campania” per “imprimere al Festival una svolta significativa” ma “così non è stato”: quali sono le mancanze dei due soggetti citati e, a quindici giorni circa dall’inizio del Festival, reputa ch’esso non sia in grado di realizzare la svolta culturale che auspicava? A cosa fa riferimento, nello specifico, quando denuncia la “concezione verticistica e di comando, autoritaria e autoreferenziale, voluta e tenacemente mantenuta dal Presidente Luigi Grispello”? Come si è manifestata, nel concreto quotidiano, questa concezione? Ed ancora: ha scritto di aver trascorso mesi “ad ascoltare, ragionare e ricercare per elaborare l’idea di Festival” che aveva in mente; ha scritto che si è “confrontato con energia e convinzione, ma anche con umiltà e con delicatezza, con i mille volti e voci del teatro e dello spettacolo di Napoli e dell’intera regione” ed allora le chiedo: quanti giorni è stato fisicamente presente a Napoli ed in quale sede (inevitabilmente ufficiale) sono avvenuti questi incontri? Ed inoltre: potrebbe chiarire che ruolo hanno assunto – per limitarmi ai nomi più chiacchierati di questi mesi – Jean-Louis Collinet (direttore del Théâtre di Bruxelles), Raffaele Riccio (al tempo “ufficioso portavoce tuttofare dell’assessore Miraglia”, cito Terza pagina del 30 gennaio 2015, che ricopre – tra gli altri – anche l’incarico di responsabile dell’ufficio coordinamento dei cerimoniali del Napoli Teatro Festival) e Michele Mangini (tra i suoi assistenti, ad esempio, per l'Aida in scena al San Carlo)? E quanto peso o influenza hanno avuto nella composizione del programma definitivo del Napoli Teatro Festival Italia? Volendo continuare, come posso mettere in relazione la sua assenza alla conferenza romana e questo ritardo nel presentarsi pubblicamente alla città di Napoli con la sua voglia di avere “un confronto aperto e leale”, un confronto che lei addirittura afferma di cercare “da tempo”? Infine, su un piano pratico: come e da chi sono stati scelti gli spettacoli, quale idea di Festival dovrebbe emergere dal suo programma, che relazione effettiva vuol stabilire col territorio e in quale maniera ritiene che il Festival di cui lei è direttore sia in grado di “agire in profondità nella complessa e ricca realtà artistica napoletana e campana” divenendo, “da evento periodico, uno strumento di intervento sistemico e permanente”? E quali sono i contenuti dell’annunciata parte autunnale del Festival, sono stati già redatti contratti con compagnie ed artisti che vi saranno presenti? Che strategie promozionali sono state realizzate, a Napoli ed altrove, per coinvolgere “un pubblico il più possibile vasto e di ogni fascia sociale”? Ritiene corretto che – come già accaduto ripetutamente con Luca De Fusco – il direttore del Napoli Teatro Festival produca e/o metta in calendario anche sue regie?
Mi fermo qui, per ora. In attesa di poter rivolgere queste o altre domande alla (sicuramente) ormai prossima conferenza stampa napoletana.


Infine. Iside Moretti chiude un suo articolo su Doppiozero – dedicato alla (perdurante) crisi del teatro italiano ed alla precarietà materiale e di progetto del suo sistema – con queste parole: dovremo “tenere le orecchie dritte e gli occhi attenti, guardare con lucidità a quello che sta succedendo in concreto, andare a pescare i veri cambiamenti e a smascherare vecchie abitudini che riemergono. Dirli, raccontarli, fare e farsi domande. Essere presenti e pensanti. Tornare a dividere il grano dal loglio, stando sulle cose concrete e urgenti, che è quello che fra l’altro tradizionalmente ed etimologicamente avrebbe il dovere di fare la critica”. Io ho provato con questo articolo – e come già in altre occasioni, in passato – a rispettare il ruolo che mi sono scelto, contro ogni convenienza, rispetto al teatro. Mi auguro, anzi mi aspetto, che anche voi – assessore Maffettone, presidente Grispello, direttore Dragone – rispettiate il vostro così rispettando il teatro e, nel caso specifico, il suo quotidiano farsi nella città di Napoli.

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