“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Domenica, 29 Maggio 2016 00:00

"Dio grande!"

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TAV sta per Teatro Animazione Visioni, è un piccolo spazio che t’accoglie garbato in un cortile che si apre in una traversa del corso di Frattamaggiore, assieme agli altri locali dell’associazione Il Cantiere; il TAV è uno dei tanti piccoli spazi teatrali geograficamente ‘eccentrici’ rispetto al Capoluogo che perseverano nella coltivazione ostinata di una passione che talvolta assomiglia ad un’utopia, talaltra assume i contorni di una speranza a cui si riesce a dar forma concreta.

Il TAV è uno di quei piccoli spazi in cui è bello andare per veder accadere quel teatro che altrove non vedresti, per andarti a cercare quella piccola chicca che solletica la tua curiosità. Succede così che da un romanzo breve che hai molto amato qualcuno decida di cavar fuori partitura drammaturgica e succede che quella partitura compaia in Campania nel piccolo spazio che avevi voglia di esplorare; il romanzo breve è Amore e ginnastica, di Edmondo De Amicis – sì, proprio lo stesso autore di quel Cuore che a scuola ti viene propinato come una caramella al miele – e la riscrittura per la scena è di Stefano Massini.
È un De Amicis differente da quello che gli stereotipi di Cuore hanno consegnato alla nostra letteratura, è un De Amicis, quello di Amore e ginnastica, che con una prosa elegante e minuziosa affresca un bozzetto torinese tardo-ottoentesco facendo esercizio di una ironia sottile, per certi versi non aliena da una punta di maliziosa salacità; è uno sguardo, quello di De Amicis, che si appunta sulla piccola morbosità accennata e sottaciuta di un condominio borghese che trascorre da un fine secolo ad un’epoca che si annuncia nuova ed è uno sguardo, quello di De Amicis, che su quella morbosità intrisa di compunta pudicizia si posa con un che di sardonico, come a voler alludere senza dire a quella prurigine che s’annidava e covava sotto il reticolo esteriore di relazioni sociali ispirate al più decoroso rispetto formale.
Sicché le camarille di un condominio borghese sono lo spaccato di una società che sta vivendo il suo divenire nei primi anni postunitari di un’Italia che si comincia a dividere tra ancoraggio al passato e volontà di guardare al futuro; questo nodo di passaggio è esemplato in Amore e ginnastica nel tema per l’appunto dell’esercizio ginnico e della opportunità del suo insegnamento nelle scuole, in ciò traslando diatriba ben più ampia tra conservazione e rinnovamento. Su questo argomento più ampio s’innerva poi quello privato di un amore timido fra un ex seminarista, cui l’antica pratica curiale ha lasciato addosso modi, movenze e atteggiamenti che riecheggiano nell’appellativo con cui con vago dileggio lo definiscono i vari condomini – “Don” Celzani – e la tornita insegnate di ginnastica Maria Pedani, lombarda trapiantata a Torino, pasionaria della disciplina ginnica nonché strenua propalatrice del nuovo corso in materia di tale insegnamento.  
Nel passaggio dalla pagina alla scena riscontriamo un rispetto sostanziale dell’unità narrativa, affidata alla voce di Silvia Frasson, la quale modula i propri toni vocali connotando in base alla provenienza geografica i diversi inquilini del palazzo torinese, flettendo e adeguando le proprie intonazioni ai differenti momenti emotivi, ricorrendo a toni iperbolici che rimarcano qua e là la componente ironica del testo e accompagnando la propria recitazione narrata molto calcando sulle espressioni della propria mimica facciale.
C’è però un impulso maggiore, rispetto al testo, alla personalizzazione della vicenda sentimentale, come si evince dal ricorrere dei nomi dei protagonisti e come soprattutto si coglie dalla reiterazione di quel nome e cognome (“Maria Pedani”) che nel testo originario era quasi spersonalizzato in un rigido appellativo formale (“la Pedani” la appella sempre o quasi De Amicis, senza ripeterne il nome di battesimo).
La musica eseguita dal vivo da Tommaso Ferrini è più che un semplice accompagnamento, è paesaggio sonoro che contrappunta in parallelo l’evoluzione narrativa del racconto, ne segue la delicatezza, rimarca tenerezza e distanza nel loro ondivago trascolorare nelle emozioni dei personaggi; il racconto è sezionato in quattro parti con opportune cesure e illuminato da luci cangianti che irrorano a seconda dei frangenti emozionali il volto di Silvia Frasson, cui si riconosce indulgenza per qualche inciampo verbale di troppo, compensato da una vivacità interpretativa che le consente di reggere il monologo a più voci su un livello di interesse che mai scema, ma che anzi appassiona ricreando l’atmosfera di quel tempo passato, grazie alla capacità di far percepire quel tenue imbarazzo e quella allegra delicatezza che restituiscono clima sociale e sfumature psicologiche di un’epoca e di chi l’abitava.
Pur necessariamente sfrondato nell’adattamento di Massini, Amore e ginnastica nella sua forma teatrale conserva l’attenzione per la minuzia e per il dettaglio, conserva ed anzi forse amplifica – puntandovi molto – il gusto per la sottolineatura maliziosa, indirizzando uno sguardo ammiccante su una vicenda amorosa di tenero impaccio, concedendosi il piacere di guardarla con la simpatia bonaria di chi sorride e non deride.
Simpatia che diventa empatia con chi assiste, fino al climax del momento finale ed al prorompere di quell’esclamazione tipica del buon Celzani, che giunge a suggello di un racconto di deliziosa delicatezza: “Dio grande!”.

 

 

 

 

Amore e ginnastica
da Edmondo De Amicis
adattamento teatrale Stefano Massini
diretto e interpretato da Silvia Frasson
musiche dal vivo Tommaso Ferrini
produzione Centro Nazionale di Drammaturgia Teatro delle Donne
lingua italiano
durata 1h 15’
Frattamaggiore (NA), TAV – Teatro Animazione Visioni, 21 maggio 2016
in scena 21 e 22 maggio 2016

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