"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 24 Marzo 2016 00:00

A un'immagine dall'addio

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Fuori piove. Si sentono, in lontananza, voci di bambini. Rumore di auto: traffico in strada.
Dentro c'è un vecchio.

Solo. Nel buio. Ha una coperta a quadroni sulle gambe. Indossa la vestaglia. Non parla. Se ne sta seduto per quasi un'ora – la durata dello spettacolo – così facendomi capire che passa intere giornate proprio stando seduto. A fare che? Questo vecchio legge il giornale, appisolandosi tra una notizia e l'altra. E poi: carica la sveglia, perché siano puntuali le sue abitudini, scaccia le mosche che gli si adagiano sulla fronte o su una mano, fa la conta per scegliere quale caramella mangiare e poi le mastica entrambe; questo vecchio guarda la televisione, addormentandosi fino a russare per poi svegliarsi, sussultando, mentre divampa (luce verdognola, da tubo catodico) la pubblicità de l'Oréal di Garnier. Questo vecchio è un residuo, la rimanenza di quello che è stato, è l'avanzato stato di abbandono (comodo, protetto, impigrito) di un corpo che forse un giorno ha studiato, lavorato, fatto l'amore, che forse ha viaggiato ed ha pianto ed ha riso ed è stato felice e infelice; che forse un giorno non era solo. Forse.
Durante Homologia vedo questo vecchio, posizionato frontalmente, fatta eccezione per la prima immagine dello spettacolo, che serve da flash introduttivo e che ce lo posiziona di lato, sempre in poltrona. Vedo lui e vedo le proiezioni di se stesso ovvero la maniera con cui DispensaBarzotti ne rende i ricordi, le nostalgie, i pensieri autoreferenziali. Di questo vecchio non scopro nulla – non so se sia stato sposato, che impiego abbia svolto, di dove sia e dove abiti adesso, quanti anni abbia e se ha figli, se è malato o sta bene, qual è la sua condizione economica –; di questo vecchio vedo solo il corpo, fossilizzato nell'immobilità casalinga, ed il volto, che corrisponde teatralmente a una maschera. E vedo – sul fondo prima, di lato poi – gli altri se stesso, vecchi ugualmente o giovani (viso d'attore scoperto, per qualche minuto) prendere parte alla scena, manifestare la propria presenza, così diventando gli spettri che lo accompagneranno alla morte.
La morte, approdo che coincide con la fine di Homologia, ed è su questo che rifletto. Dunque vedo questo vecchio tra il morire e la morte, lo vedo cioè nell'ultimo giorno (le ultime ore?) di una vita che è stata vita e che non lo è più, ridotta com'è all'esercizio della commemorazione. “È come se la morte stesse lì. La morte è lì. Sta dietro di lui e, inconsciamente, il vecchio la sta cercando”. “Lui vede molto chiaramente che – ormai – per lui è finita con l'amore, con la religione, con la vita”. “Non dev'essere che un uomo anziano, molto abbattuto”, che “induce in riflessioni sul passato o che si rammarica degli insuccessi trascorsi” o che, semplicemente, è “deluso dalla nullità di ciò che ci piace chiamare realizzazione di noi stessi”; ho – in definitiva – la “sensazione di spiare lo strano incontro tra un vecchio patetico e un estraneo che egli sa essere stato, un tempo, se stesso”. Non sono frasi che appartengono a Homologia – essendo Homologia una visione muta o meglio: che parla per immagini – ma sono espressioni che riguardano il Krapp di Samuel Beckett. Ecco, questo vecchio un po' mi ricorda quel vecchio: non che sia scorbutico, miope, duro d'orecchio, irascibile e impaziente come Krapp infatti ma, come lui, cede alla “velenosa ingenuità del cancro del tempo” che – quando non può più ammalare l'uomo, peggiorandone il carattere – si limita a importunarlo mettendolo di fronte al ritratto precedente di sé, obbligandolo alla presa di coscienza di ciò che è diventato, di quello che è accaduto.
Una torta con una candelina – ad un punto – fa da innesco scenico: mi sembra anch'essa una proiezione mentale, un elemento ritornante: forse il giorno in cui muore coincide con il giorno in cui è nato – penso – ed allora è il suo compleanno oggi, adesso, questa sera in cui siamo – io e lui – in un  teatro ed allora, proprio perché siamo in un teatro, il pacco dalla carta a quadretti che appare, grande, alla sua destra non è che la metafora vedibile di un dono, l'ultimo che riceve: la possibilità di prendere congedo da sé.
Dunque c'è un vecchio. Solo. È il giorno del suo compleanno. Sarà anche il giorno in cui muore.
Fuori intanto i bambini continuano a giocare, in lontananza, mentre le macchine scorrono, facendo rumore.

Homologia è un saluto all'esistenza, che avviene per frammenti, per accumulo d'immagini, singoli abbagli posti in sequenza. Ha fondo nero e se questo è funzionale alla creazione – con gli interpreti, mimetizzati, che fanno da attrezzisti – mi piace pensare che quest'oscurità sia anche un rimando alle tenebre da cui proveniamo e a cui siamo destinati oltreché l'esercizio del percorso inevitabile che compie ogni figura teatrale, che viene espulsa dal buio pre-spettacolo e che torna ad appartenere al buio, quando lo spettacolo è finito. Non c'è sofferenza in questo addio – così almeno mi sembra – ma una consapevolezza progressiva, non c'è strazio ma la comprensione (chissà quanto intimamente addolorata) della propria condizione penultima. Il vecchio riascolta dunque musiche da una radio a transistor, ripete numeri che una volta gli riuscivano e che adesso non gli riescono più (la sparizione di un oggetto), accende una stellina di capodanno perché sia evidente, prima che il suo bagliore, la velocità con la quale si consuma e si spegne, lasciando solo un ricciolo di zolfo nell'aria. Fugacità, perché la vita dura solo il tempo di viverla, e ciclicità perché – durante la sua messa in pratica – gesti, circostanze, illusioni e tentativi, stati d'animo, sensazioni tendono a ripetersi. Così una scatola chiama un'altra scatola, un calice un altro calice, una candela un'altra candela, un gesto un altro gesto, un rumore lo stesso rumore – il martello che batte sul legno – mentre è lo specchio, strumento inclinato nell'ultima scena ad inquadrare il cadavere, che sancisce ciò che è avvenuto: il vecchio s'è visto, prima di darsi l'addio.
DispensaBarzotti elabora una drammaturgia lieve, che non dice una storia ma una condizione, che non fa biografia ma ne espone una piccola parte: l'estrema frazione, viene da scrivere. Basa il lavoro sul dualismo bianco/nero imponendo in uno spazio vuoto – che accoglie qualche elemento d'arredo – tagli di luci, alti, obliqui o frontali, che servono a disegnare, sul supporto compatto del buio, le inquadrature teatrali delle immagini. Inoltre smaglia la percezione del tempo lavorando sull'attesa e la lentezza (mi pare, inizialmente, di sentire un gocciolio che cronometra l'andamento adagio); arricchisce le suggestioni emotive con qualche dettaglio perturbante (il braccio di stoffa che scatta ripetutamente); gioca con le proporzioni (la scatola piccola e grande) e l'uso straniato dell'oggetto consueto (l'antenna della radio che diventa una candela); imprime pennellate chiare (le buste di plastica) al fondale scuro che fa da tela; fa dimostrazione di abilità trasformistica, di manualità da “piccolo mago” e genera ora micro-coreografie individuali ora, più che dissolvenze, scatti da fermo-immagini a due.
È quest'insieme di pratiche artigianali che fa di Homologia la vicenda combattuta tra due principi antagonisti (vita/morte), in un tempo non quotidiano e che ha per protagonista una figura che affiora dall'ombra, cui la maschera dona l'impassibilità del simbolo.
Lontane, che sia chiaro, le ardite e rischiose sperimentazioni che, negli anni Settanta e Ottanta, mutarono davvero la lingua visiva del teatro (esempi: L'apprendista stregone o Ritorno ad Alphaville di Falso Movimento, in cui i personaggi dialogavano per sottrazione con lo spazio, creato a sua volta da proiezioni illusorie; Luci della città di Gioia Scienza, che produceva il raddoppiamento moltiplicando l'ambiente attraverso la continua intersezione tra elementi reali e irreali; il Pirandello chi? di Amelio Memé Perlini, in cui frammenti di testi pirandelliani costituivano una drammaturgia buona a generare un accostamento evocativo ed onirico) Homologia – più che il cinema di Lynch (Mulholland Drive o Eraserhead, come ho letto in qualche intervista o recensione) – a me  ricorda vagamente le creature che Emma Dante ha fatto danzare sulla musica della memoria (Ballarini) prima ancora che le donne che la stessa regista palermitana ha strappato all'oblio familiare (Le sorelle Macaluso), imponendone l'esistenza in ribalta per poi farle sparire, piano piano, facendole retrocedere nel silenzio, verso il fondo.
Suggestioni anche queste – chiamiamole “omologie critiche” – perché DispensaBarzotti sta cercando e sviluppando certamente una propria poetica e perché Homologia, più che davvero alla sperimentazione (trovo, al contrario, alcune sue scelte tradizionali), sembra una messinscena votata ad affermare la bellezza come principio, l'estetica come norma grammaticale su cui si fonda il proprio lessico.

C'è infine una riflessione – l'ultima – che parte da una domanda: di che tipo di solitudine si tratta?
Me lo chiedo perché – sempre più spesso – il teatro degli anni Duemila si trova a raccontare la solitudine del ripiegamento in se stessi, della rinuncia all'esistenza e alle sue opportunità (ai suoi fallimenti); la solitudine di chi – pur avendo l'età giusta e dunque la forza, l'energia e l'impegno da spendere –  manca di prospettive o di obiettivi, lasciandosi andare. La stanza – che è ambiente emblematico di questo teatro – diventa così una tana più che una galera, nella quale l'individuo si preserva, si cela e rinuncia, così autoproteggendosi. Qui mangio, bevo, dormo, qui passo le giornate impiegandole in nulla, qui penso e mi distraggo col mio stesso pensare, qui – stando da solo – sopravvivo rannicchiandomi, dando ogni tanto – spostata la tenda, poggiata la fronte al vetro della finestra – uno sguardo a ciò che avviene fuori.
Orizzontale, sincronica, questo tipo di solitudine mette l'individuo in rapporto al suo tempo nel momento stesso in cui se ne ritrae: non c'è passato, non c'è futuro, mentre esiste soltanto una condizione di continuo presente, che si aggiorna senza determinare un progresso. Non studio, non lavoro, non so cosa fare in questo perdurante nel frattempo; non so cosa ne sarà di me, non so a cosa sono o sembro destinato, sono incapace di muovere un passo. Vedeteci in questo ciò che volete: la fine dell'agorà collettiva e politica, la polverizzazione delle possibilità concreta di realizzarsi, l'affermazione della società liquida, la conseguenza del trionfo del pensiero individualista, l'isolamento indotto dai social media, la condizione metaforizzata degli ultimi, dei più fragili, degli (auto)esclusi. Vedeteci tutti coloro che non riescono neanche più a immaginare di poter davvero riuscire: a svolgere il lavoro per il quale si sono preparati, a comprare una casa, a formare una famiglia, a pensare di poter avere e di dover affrontare il futuro.
Homologia di DispensaBarzotti narra invece un'altra solitudine, più estranea ai trenta-quarantenni e perciò più rara nel nuovissimo teatro. È una solitudine verticale, diacronica, perché coinvolge il trascorso, ciò che è alle spalle, quello che è successo. È la solitudine degli anziani, dunque, di coloro che hanno vissuto più anni di quelli che restano da vivere; è la condizione del rimpianto o del richiamo; è la posteriorità all'esperienza già fatta. Messa in scena da un'altra stirpe di teatranti − esempio: il Dipartita finale di Branciaroli; tre secoli anagrafici per quattro attori, per intenderci −, questa solitudine è tempo che avanza al tempo vissuto e che fa del presente l'occasione in cui riappare, ristagna o si trascina il passato.
Ebbene, appuntato che si tratta di una scelta che differenzia e caratterizza compagnia e spettacolo (giovani che mettono in scena la soltudine dei vecchi), mi chiedo quindi: come può entrare in relazione con una generazione che è stata indotta (e si è abituata a mettere in pratica) il costante rinvio dell'urgenza, dell'affermazione e della rivendicazione dei propri bisogni, assuefacendosi all'abulia caratteriale, al sonnambulismo politico, all'inefficacia o all'incapacità dell'azione?
La risposta che trovo – l'unica che mi si prospetta, volendola cercare, poiché non penso a (questo) spettacolo soltanto come una visione estetica – è che DispensaBarzotti abbia spostato in avanti le lancette degli orologi fino a coniugare al futuro la data dei calendari per dirmi – per dirci – che questo presente di cui stiamo facendo spreco sarà destinato a consumarsi diventando, in futuro, il nostro passato e – quando il nostro volto si sarà fatto grinzoso, quando i nostri movimenti faranno più male, quando non avremo più voglia neanche di pronunciare una frase, preferendo il mutismo – ci troveremo a rimpiangere i gesti che – adesso – non abbiamo compiuto, le scelte che non abbiamo fatto, le parole che non abbiamo detto.
Fuori giocheranno i bambini, in lontananza, mentre le macchine continueranno a scorrere.
Dentro, saremo intenti al ricordo: osservandoci a uno specchio, prima di dirci addio.

 

 

 

 

 

MutaVerso
Homologia
di Rocco Manfredi, Riccardo Reina, Alessandra Ventrella
regia Alessandra Ventrella
con Rocco Manfredi, Riccardo Reina
produzione DispensaBarzotti
residenza artistica Teatro delle Briciole
durata 55'
foto a corredo dell'articolo Matteo Gallo (Studio Loft)
Salerno, Auditorium Centro Sociale, 17 marzo 2016
in scena 17 marzo 2016 (data unica)

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