“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Sabato, 27 Febbraio 2016 00:00

Occhi sul mondo drag queen

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Palco nudo. In proscenio, quattro sedie dorate; per terra, specchi, trucchi, smalti. Ai lati, due file verticali di lampadine, che incastonano la scena a mo’ di camerino. Sullo sfondo, tre file di attaccapanni con vestiti brillanti, tra colori sgargianti e scialli piumati. In fondo a destra, una tv accesa su quella che ha tutta l’aria di essere (e ne avremo poi conferma) una soap opera sudamericana. Odore d’incenso che si sparge nell’aria. È questo l’interno in cui irrompe “Alice”, nome d’arte del giovane protagonista che, con i suoi occhi di ragazzo ingenuo e impacciato, ci conduce nel mondo misterioso e attraente delle drag queen: la platea è lo specchio verso il quale questi esseri perturbanti e narcisi si scrutano continuamente e metateatralmente, per tutta la durata dello spettacolo.

Alice è la new entry del gruppo, ancora non sa come muoversi, come vestirsi, come camminare sui tacchi, come truccarsi per ammaliare e confondere la platea. Attorno a lui/lei si muovono, nervose e uterine, altre quattro figure di drag ormai rodate, tra cui un ragazzo dal marcato accento umbro che è l’unico che sembra volere aiutare Alice; altri due giovani un po’ più spigolosi e competitivi e infine l’anziana della casa che, spesso da dietro le quinte, dà ordini agli altri in dialetto veneto, svolgendo anche il ruolo di voce off che racconta la storia, retrospettivamente, dall’inizio.
Per circa un’ora, assistiamo a una sorta di rito d’iniziazione en travesti, fatto di parole rimangiate o non dette, allusioni, vite segretissime con risvolti normalissimi, nomi d’arte altisonanti e trucco, tanto trucco per disegnare una realtà magica, che sia molto più bella, sensuale e sfolgorante di quella vera. L’impianto scenico e narrativo sono solidi, fin troppo: nella scrittura, come sulla scena, mancano il ritmo e le sfumature – chiamiamole slabbrature – necessarie per raccontare un’umanità così particolare, oltre l’esecuzione – forse un po’ scontata, in quanto unico elemento “noto” di questa realtà – del travestimento. Il lavoro, scritto a quattro mani dal giovane regista Massimiliano Burini e dall’attore e co-drammaturgo Daniele Aureli, è frutto di un periodo di studio e osservazione indiretta nella realtà delle drag queen che, nonostante offra molti spunti per una lettura meta o para teatrale, è poco praticato, anche dal teatro. Alice Dragstore apre una piccola crepa di luce su un mondo sconosciuto ai più, lasciandoci con la voglia di esplorarlo, magari con meno filtri e con un po’ d’immaginazione in più. Elemento notevole dell’allestimento e della costruzione dello spettacolo è il lavoro di raccolta di materiale che l’ha preceduto. Di questo e di altro ho parlato con Massimiliano Burini, trentanove anni, attore, drammaturgo e regista della compagnia umbra OcchiSulMondo, attiva da circa dieci anni a Perugia. Di seguito, l’esito della nostra lunga chiacchierata mattutina, avvenuta in uno splendido casale antico, poco distante dal centro di Perugia, che il regista considera una sorta di “tana” della compagnia.


Da dove viene l’idea di raccontare il mondo delle drag queen?
Io sono sempre stato in contatto con il mondo drag fin da ragazzino, frequentavo alcuni locali come il Red Zone che a Perugia, precisamente a Ponte Pattole, è stato un locale storico negli anni ’90: c’è passata tanta musica internazionale di genere dance, house ma soprattutto ha ospitato le prime performance di drag queen. Sono sempre stato affascinato da questo mondo che stava tra il teatro, la danza, il trasformismo. Poi c’è stato un buco temporale. Questa cosa è passata ma è rimasta nel mio immaginario. Il caso ha voluto che nella compagnia, circa quattro anni, fa arrivò Samuel [Salamone]. Io all’epoca stavo preparando una produzione sostenuta dallo Stabile e per cui avevo bisogno di nuovi elementi, così feci una call nazionale. Samuel fu scelto da me e dagli altri, da lì è nata una grandissima amicizia. Ha vissuto qui per un anno e mezzo. Devo dire che la compagnia ormai sta prendendo la forma di una famiglia. Samuel aveva già iniziato un suo percorso a Milano nella costruzione di un suo personaggio di drag queen [come “Alice”, nome d’arte del protagonista della storia messa in scena]. Essendosi trasferito da Milano a Perugia, aveva bisogno di punti di riferimento qui nel mondo drag. Io conoscevo Nikita, la regina del “Be queer” umbro, una tra le più influenti drag d’Italia. Samuel mi ha chiesto di dargli una mano nella costruzione del suo numero, così ho iniziato a seguirlo. Le storie che mi ha raccontato, il mondo che ho visto dietro di lui, mi hanno fatto scattare qualcosa. Gli ho chiesto se era possibile seguirlo e farmi conoscere direttamente le drag con cui lavorava e proporre loro una sorta d’intervista sul campo. Volevo stare dentro, trovare una via di mezzo per non sembrare troppo esterno. La via di mezzo è stata fare l’assistente di Samuel e quindi essere accettato dal gruppo come un elemento che facesse parte del percorso della performance. Questo mi ha permesso di guardare senza essere troppo osservato, di esserci nei momenti più intimi come se fossi invisibile. Per esempio, nei camerini: c’è una grandissima competizione, anche nel truccarsi, e nell’inventarsi modi e segreti per farlo più velocemente possibile. E poi c’è tutto questo nonsense. Loro parlano di tante cose ma sembra che non dicano niente. E invece vedevo gli occhi, i corpi che erano diversi, le tensioni e i rapporti erano diversi. E questo cambiava molto se eravamo in una fase prettamente performativa, subito prima dello spettacolo e se magari era l’inizio una giornata. E lì ho scoperto tutti i codici, il fatto che si chiamassero soltanto col nome d’arte, per esempio mi chiamavano sempre “tesoro”, mai col mio nome vero. E poi la gerarchia, molto segnata.

Quindi tu hai fatto proprio delle interviste?
Ho passato un anno e mezzo a esplorare questo mondo. In quest’arco temporale, ho trascorso anche del tempo a focalizzarmi su alcune persone in particolare, ho intervistato cinque o sei drag, approfittando dei momenti di reunion perché ognuno viene da posti diversi. Alcune hanno delle storie incredibili. Incredibili. Molte cose non ho neanche potuto inserirle nel lavoro, ne è rimasta solo qualche battuta. Ho cercato di mettere nel testo tutto quello che loro mi avevano raccontato, rispetto a cos’è la drag, il mondo drag, come viene visto, come vorrebbero che fosse visto. Poi chiaramente ho romanzato.

Quindi hai usato un espediente narrativo, per raccontare la storia come una sorta di filtro, penso al protagonista...
Quello sono io. Io e Daniele (il co-drammaturgo e attore) eravamo convinti che questa storia non si potesse raccontare senza un tessuto narrativo, perché è troppo legata alla loro quotidianità. Tra l’altro, per noi è stata una sfida, è stata la prima volta che abbiamo raccontato una storia che avesse una parvenza d’inizio, sviluppo e una fine. Le altre scritture erano molto più virate su una scrittura scenica.

Quali sono stati i riscontri delle persone direttamente coinvolte nel progetto?
Io ho fatto leggere la bozza a Nikita e all’Onphalos (associazione lgbt di Perugia) perché volevo capire se era stato superficiale, se le drag si fossero sentite un po’ prese in giro o utlizzate. Ottenemmo riscontri positivi.

Non è usuale che si faccia un lavoro su queste tematiche...
A Milano c’è un gruppo drag, “Le divine”, che fa spettacoli sulle drag ma raccontano la parte più spettacolare, quella “paillettes, colori, ironia”, mentre a noi interessava andare dietro e vedere come si costruisce una maschera. L’elemento che come gruppo ci attraeva di più è il fatto che questa probabilmente è la più contemporanea delle maschere, vive con noi. Mentre qualsiasi altra maschera costruita nella tradizione dell’arte rimane connotata all’interno di un contenitore – che può essere un’opera teatrale di Goldoni o il periodo carnevalesco – queste qua vivono qua. Ieri sera Nikita [presente alla replice dello spettacolo] era dentro un teatro vestita nei suoi panni. Come se tu domani vai a fare la spesa e trovi Arlecchino che compra i pomodori per il padrone. Loro questa maschera non la tolgono mai e addirittura entra in contatto diretto con la società.

Non sempre...
Certo, non sempre, però a volte è così. C’è un’adesione. Credo però ci voglia del tempo, che poi ti porta a non riuscire più a staccarti.

Come nasce la compagnia OcchiSulMondo?
Avevo finito l’Accademia di cinematografia a Bologna, poi a Roma ho fatto un percorso di attore a Cinecittà che comprendeva sia insegnanti del Piccolo, dell’Accademia Silvio D’Amico che di cinema. Lì conobbi Daniele [Aureli] che stava finendo anche lui una scuola, e Arianna Cianchi, una danzatrice. Dicemmo: perché non ci mettiamo a studiare qualcosa sugli elementi che ci interessano, il corpo, lo spazio e così via? Così iniziammo a vederci a Perugia: fui chiamato a gestire uno spazio enorme, Villa Fidelia. In quegli anni abbiamo iniziato a usare gli spazi che avevamo a disposizione per costruire un percorso. Abbiamo fatto un lavoro che io ritengo intermedio, Ultimo round, una scrittura di scena su Pessoa. Lo spettacolo che ci ha poi presentato ufficialmente è stato Clochard, la compagnia aveva raggiunto ormai il suo nucleo fisso di componenti. E poi c’è stato Io mio Dio con cui arrivammo finalisti al Premio Scenario e al Napoli Fringe Festival 2012.

Avete un posto fisso dove lavorate, che tipo di posto è?
A Perugia abbiamo il Centro Danza che è uno spazio performativo dedicato alla danza con spazi molto grandi: il che ci permette di lavorare in serenità, anche perché noi abbiamo dei tempi di lavorazione molto lunghi. Si tratta di una scuola privata con una grandissima apertura alla ricerca, al nuovo, alla contaminazione. Ci permettono di usarlo gratuitamente. Ho conosciuto il direttore nel 2007 quasi per caso e mi ha invitato a provare da lui. All’inizio davamo una mano a sistemare il posto, poi abbiamo iniziato a fare dei laboratori per lui, ma senza che ci venisse chiesto nulla.

Com’è la situazione teatrale perugina?
Oltre a noi ci sono Opera, la Società dello Spettacolo, Vincenzo Schino che però sta più a Terni. C’è da dire una cosa: nonostante qui ci siano molti spazi per provare, non è detto che ce ne siano altrettanti per andare in scena e soprattutto per essere visti. C’è stata poca costruzione di dinamiche interne, ed è anche un po’ difficile arrivare qui.

Voi avete vinto anche un bando per le residenze [residenze nazionali italiane dislocate sulle varie regioni]?
Esatto. Abbiamo fatto un progetto che considerasse anche le altre realtà, per costruire una rete forte e funzionante. Il 2015 è stato un po’ penalizzato per questioni di tempistiche burocratiche, il 2016 sarà invece più ricco, ospitiamo diverse compagnie tra cui Gli Omini, StabileMobile, Oscar De Summa. Tutto questo nei vari spazi che si trovano tutti nel centro di Perugia, tranne il Fatebenefratelli, ex antico ospedale ristrutturato che diventerà un po’ come Centrale Files e sarà la sede principale che ospita i progetti più importanti. Abbiamo cercato di lavorare più di tutto sul concetto di sulla ospitalità e residenza. Ci interessava essere un bacino di lavoro, trovare dei momenti di studio e di confronto prolungati. Sembra paradossale, ma l’occasione della messa in scena la trovi più facilmente. Abbiamo previsto anche alcuni momenti di apertura al pubblico, ma a noi interessa più la fase di lavoro, quella meno spettacolare: è fondamentale, soprattutto per questo territorio che ha molto bisogno di staccarsi dalla prassi del “mi metto la pelliccia, vado a teatro il sabato sera e poi vado a mangiare una pizza”.

Prossimi progetti?
Ce ne sono diversi. Uno in coproduzione con Cantieri Florida e Fontemaggiore. È un lavoro che incrocia danza e teatro, sulla sacralità, in origine destinato a Teatri del Sacro. S’intitola Radio Golgota e avrà un percorso di residenza lunga da marzo fino al debutto nel 2017. Poi c’è un progetto con Kilowatt, che nasce nel festival e forse morirà col festival, un percorso di analisi drammaturgica sulla città, parte dal Caino di Byron. Caino, l’uomo in viaggio che costruisce città. Più che spettacolo la chiamerei performance, lavoreremo molto sul suono e sull’immagine. Quest’idea della maschera la stiamo portando avanti fortemente e vorremmo capire se riusciamo a fare qualcosa anche in questo contesto, magari site specific.

 

 

 

Alice Dragstore
drammaturgia Daniele Aureli, Massimiliano Burini
regia Massimiliano Burini
consulenza drag queen Samuel Lilly Boat Salomone
con Matteo Slovacchia, Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Stefano Cristofani, Riccardo Toccacielo
realizzazione scene Francesca Skizzo Marchetti
disegno luci Gianni Staropoli
produzione OcchiSulMondo
con il sostegno di Kilowatt Festival, Armunia Festival, Centro Danza, Teatro Stabile dell’Umbria
Perugia, Teatro Brecht, 20 febbraio 2016
in scena 19 e 20 febbraio 2016

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