“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Sabato, 03 Ottobre 2015 00:00

Officina Teatro, diario di un'Ouverture

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Si è concluso domenica 27 Settembre il Festival di Arti(n)contemporanee Ouverture, organizzato da Officina Teatro a San Leucio, giunto con successo alla sua quarta edizione. Con Ouverture siamo saliti per una settimana (dal 21 al 27 Settembre) su una nave e abbiamo intrecciato sguardi altri – quelli degli spettatori, quelli degli attori, quelli di chi ama il teatro, davanti e su le tavole di legno.
L'entusiasmo da ambo le parti si è percepito per tutta la durata del Festival. Attori contenti di essere a teatro. Spettatori altrettanto contenti di esserci.
Più che un'organizzazione, io parlerei di atmosfera.

Non mi è stato possibile seguire tutto il Festival, sebbene sia stato fatto in modo tale che fosse possibile per i visitatori esplorare tutte le opportunità che questo offriva. Pertanto, il mio può essere considerato un taccuino che parla solo di ciò cui ho potuto assistere.
Ogni giorno il Festival prevedeva una variegata offerta di spettacoli, mostre, performance cui si poteva usufruire con una speciale CARD – ALL YOU CAN SEE. La tessera, ispirata ai menù “all you can eat”, aveva un prezzo modico (quindici euro) e garantiva la possibilità di assistere ad una intera settimana di spettacoli. Proprio ad hoc per gli spettatori “affamati” di arte contemporanea.
"Ouverture è un 'antipasto' preparato per gli spettatori con i migliori 'ingredienti' della performing art che il territorio nazionale offre" – racconta Michele Pagano, direttore artistico del Festival – "Abbiamo una stagione teatrale fitta di appuntamenti, ma volevamo garantire a chi ama il teatro un 'petit essai' di linguaggi altri, fuori dalla cornice nota delle tavole di legno, per poter far esperire l’arte in modo totalizzante, diverso. Una delle caratteristiche del Festival è stata la contemporaneità delle performance che, oltre che concatenarsi, si sovrappongono. Mi piace pensare lo spettatore immerso in questo brodo primordiale, a contemplare i mille inneschi chimici che danno corpo a quella che chiamiamo 'espressione' – la traduzione del sentimento in gesto o parola".

LUNEDÌ 21 SETTEMBRE
È proprio con D Parola, l’appuntamento di drammaturgia contemporanea pensato per il pubblico di Officina, che ha inizio il Festival.
Drammaturghi di diversa provenienza si sono confrontati e hanno raccontato il loro modo di fare drammaturgia ad un pubblico che ha sempre riempito con attenta partecipazione il foyer di Officina Teatro. Nel primo appuntamento, del 21 Settembre, moderato da Alessandro Toppi, si è discorso con i drammaturghi Michele Santeramo, Emanuele Aldrovandi e Giuseppe Massa.
Italiano – koinè dialektos – o dialetto?
Uno degli argomenti di cui si è ampiamente discusso in questa occasione è stato il rapporto tra lingua e luoghi.
Come si determinino cioè scelte linguistiche, in base al legame con territorio di origine (Massa), con tutti i suoi particolarismi, e come la scrittura del testo, la stesura delle vicende e dei personaggi siano influenzate dagli eventi/situazioni/costruzioni lessicali inerenti al territorio d’appartenenza.
Massa scrive in siciliano: “Penso in siciliano e traduco mentalmente in italiano persino adesso, mentre stiamo parlando”.
Di opinione opposta Aldrovandi, che predilige l’italiano per la stesura dei suoi testi.
Santeramo invece si sofferma sul rapporto lingua-paesaggio e su come questo possa ispirare una narrazione in modo peculiare, sancendo un rapporto indissolubile tra locus e haec determinata verba.
L’appuntamento si è concluso con grande entusiasmo e soddisfazione da parte dei drammaturghi, poiché alquanto insolito – e, a lor detta, piacevole – ritrovarsi a discorrere assieme ad altri autori della scrittura scenica e dei singolari approcci al processo creativo.
Già dal primo pomeriggio di lunedì 21 è stato possibile assistere ad

Habitat(i) - spazi artistici per un non-uso domestico
Viale degli Antichi Platani diventa un museo di corpi, storie, frotte di esseri umani che, a piccolo gruppi, "assaggiano" la loro fetta di teatro con la stessa facilità con cui si può consumare lo "street food": in piena e totale libertà. Dieci le installazioni site-specific, dieci le performance che a ciclo continuo si sono animate al solo appropinquarsi degli spettatori.
È un teatro-ad-innesco, che dà pieno potere decisionale al pubblico e richiede l'abilità, da parte dell'attore, di essere totalmente e completamente disponibile a più turnazioni, a confezionare quasi sartorialmente anche su un solo spettatore la magia della creazione.
Soluzioni inaspettate e intelligenti, quelle condivise dai performer in questi "morsi" di teatro.
Decisamente, il tappeto musicale di fondo del Festival che fa da base alle armonie degli altri appuntamenti.

Gli artisti di Habitat(i):
Luisa Vigliotti, Gerardo Benedetti, Patrizia Bertè, Carmen Perrella, Ilaria Pieri, Riccardo Giaquinto, Alessandra Mascarucci, Stefania Remino, Gianluigi Mastrominico, Rita Pinna, Luigi Cinone, Simona Campanile

Materia marionetta e corpo
Nello spazio retrostante il foyer di Officina Teatro si nasconde questo piccolo gioiello di artigianato: installazioni, sculture, marionette e abiti materici, illuminati da piccole e fioche luci sembrano prendere vita, raccontare storie con l'arte di tacere.
Antonia D'Amore anima le sue marionette, facendole interagire con il pubblico con evocativa lentezza, scavando nel gesto la dinamica dei meccanismi, degli innesti del legno, dell'ancoraggio dei corpi ai fili.
Sospese alla volontà della loro creatrice, vengono riadagiate come gioielli preziosi. Si spengono. Contemplano chi le contempla. Sembrano quasi sorridere la loro straordinaria bellezza.

artista visiva e performer Caterina Stillitano
marionettusta e cantante Antonia D’Amore

MARTEDÌ 22 SETTEMBRE
Un’altra deliziosa mostra ospitata dal Festival, a partire da Martedì 22 è stata

Blink Circus – spettacolo itinerante in stile anni ’20 in un piccolo chapiteaux di 35 mq
A tutti coloro che si appropinquano al tendone da circo montato nel parcheggio di Officina Teatro viene consegnata da due figure, in abito circense, una lente di ingrandimento. Varcata la soglia di questa mostra si entra in una atmosfera suggestiva, retrò. Musica francese morbida, sinuosa, accompagna il fruitore che, con la sua lente di ingrandimento, può giocare ad esplorare gli spazi minuziosamente allestiti su cinque espositori (un grande carillon, una galleria d’arte in miniatura, delle wheels, un armadio e due bauli verticali). Suggestivi oggetti d'antiquariato, foto artistiche dell’artista Lorenzo Mastroianni compongono la mostra che si lascia apprezzare per la totale libertà che dà al suoi fruitore. L'interazione tra oggetto contemplato e sguardo che contempla diviene unica ogni volta, perché è chi sceglie di guardare come, con quanta intensità e con che ritmo soffermarsi su quanto esposto.
Si diviene quasi registi, operatori di una propria macchina da presa personale. Suggestivo. Intimo.

MERCOLEDÌ’ 23 SETTEMBRE
Mercoledì 23 sono andate “in scena”

E(s)co
Performance site-specific allestita nel parcheggio di Officina Teatro.
La folla prende a disporsi intorno ad una autovettura. Parte Bohemian Rapsody dei Queen, sparata a tutta volume dall'autoradio, mentre gli atletici corpi degli allievi di Officina si agitano come molecole ad elevata energia cinetica. Si arrampicano, entrano ed escono dai finestrini, si spalmano sul cruscotto, si lanciano dall'ampio cofano della vettura. Il tutto seguendo i diversi tempi musicali del brano su citato. Ne risulta una esibizione piacevole, che può sicuramente prestarsi ad happening per "invadere" inaspettatamente spazi urbani con l'arte perfomativa.

Conferenza tragicheffimera – Sui concetti ingannevoli dell’arte
L’intelligente testo messo in non-scena dalla Minasi è una candida confessione/interrogazione al pubblico che scova, a fine spettacolo, nelle proprie tasche ninnoli di dubbio. Questa scoperta assomiglia molto ad una gestazione, che parte dalla scheggia eidetica – un fotone, quasi – che feconda la prima cellula pronta alla vita. È in fondo questo esser pronti alla vita che rende il vivere di tutti peculiare: può un corpo, prima di reagire, pensare di esser pronto e se lo è a sufficienza se nella sua programmazione genetica c’è scritta la mera reazione, il mero compito di esistere?
Eppure è su questa contraddizione che si basa da millenni lo sviluppo della nostra società. La scissione del Lògos dal Sòma, della carne dalle proiezioni mentali ha generato un mondo ricco di contraddizioni, che spinge l’essere umano a non vivere la propria vita, ma costantemente a pensarla, pensando di viverla.
Conferenza tragicheffimera, nel suo annullare le distanze fisiche, tra spettatori e l’unica attrice, introietta come un siero vaccinico schegge di verità, ma ha l’abilità di farlo col riso, con la dolcezza della contraddizione. Sui concerti ingannevoli dell’arte – questo il sottotitolo della pièce; ho parlato però di vita perché l’espressione più alta ed estrema – se si potesse, escatologica – della vita è l’arte medesima, come testimoniano i racconti cuciti dalle bocche degli uomini, le testimonianze inscritte nella pietra o i segni rupestri di una coscienza che vuole tramandarsi ai suoi posteri, contemplando i suoi gesti, la natura e consegnandola come una ecfrasis, una sublimazione, al mondo.
Lo spettacolo inizia con una apostrofe al pubblico: la donna in scena, addobbata di naso da clown e di un paio d’ali bianche, invita il pubblico a non aspettarsi nulla di straordinario, ad andare persino via, se si è in tempo. A chi decide di restare vien fatto dono di una storia, quella di una donna che, a causa della demolizione del Teatro Stabile della sua città, riesce ad avere un fortunato pass per la costumeria del medesimo, dalla quale uscirà non con un abito, ma con un accessorio: le ali che indossa.
Da quando prende coscienza di questo peso, inizia a chiedersi perché la stabilità, la sicurezza, la serietà, il potere nella vita ordinaria siano rappresentati dall’immobilità: di una sedia o di uno scranno, a scuola, come in politica. Il peso delle ali diventa la sostanza rivelatrice attraverso cui scoprire altri pesi, da abbandonare per farsi leggeri.
Qual è il peso di una vita? Quanto ci costa essere creduli, affidarci a chi ci dice cosa/quando/come/chi essere? Quanto invece pesa contemplarsi la schiena e vedere l’innesto delle piume?
Questo delicato, poetico testo – poetico in tutti i suoi atti nella messa in scena – è un dono sincero, un interrogarsi dell’artista sulla legittimazione della sua caduta, cui segue l’atto di coraggio di rialzarsi, di riprovarsi, di ritrovarsi che non è programmato dall’esterno, ma si trova invece codificato come una traccia audio nei nostri acidi nucleici, nel core profondo di ogni nostra cellula.
Da questa scoperta, ogni Musica.

ideazione Cristiana Minasi
regia Cristiana Minasi, Domenico Cucinotta
con Cristiana Minasi
aiuto regia Giuseppe Carullo
produzione Carullo-Minasi

Dulcis in fundo,

Romanza – Trittico dell'intimità
Non è possibile descrivere con categorie logiche quanto è avvenuto nella sera del 23 Settembre in Romanza (trittico dell’intimità).
Non è possibile perché cave sarebbero le parole. Rinuncerebbero alla loro natura di culla e lascerebbero un sentimento, orfano, vagare inutilmente per riconoscersi.
La contrattura delle cosce che facevano da artiglio alla carne, i piedi che si sollevavano nel salto e si lasciavano dietro il vuoto, gli sguardi umidi, disegnati, liquidi dei due performer appartengono solo a chi era presente quella sera e sentiva il tempo scandito dai respiri della Melis, dal calore che emanavano quei corpi e impregnavano l’aria del loro sapiente disegno.
Materia viva a farsi sogno, si potrebbe dire.
Romanza è una visione emotiva che può essere fruita da chiunque poiché trasversale – racconta una storia (anzi, tre) a chi vuole una storia, regala un concerto di immagini a chi vuole sentirsi dipingere lo sguardo.
Yoris Petrillo ed Elisa Melis giovani danzatori, si intrecciano, si incollano, slittano l’uno dal corpo dell’altra per il tempo di un’ora – un’ora di un tipo di performance in cui sbagliare non è ammesso e solo una grande bravura rende possibile sostenere le variazioni di ritmo, i cambi d’abiti, l’occupazione di tutto lo spazio scenico con abitata e versatile presenza.
Con Romanza il linguaggio del corpo diventa cifra, segno irrinunciabile che traccia i contorni della parola e la abita con il suo inchiostro di sudore e fiati, rendendosi seme nel ventre dell’Idea.

con Yoris Petrillo, Elisa Melis
coreografia Loredana Parrella
produzione AcT_Ciè Twain (RM)

GIOVEDI’ 24
Giovedì si è tornato a parlare di drammaturgia con D Parola.
I drammaturghi Saverio Tavano, Gli Omini e i Maniaci d’Amore, intervistati da Franco Cappuccio, hanno raccontato al pubblico il modo in cui scelgono di generare i propri testi.
Legami interpersonali
Il lavoro de Gli Omini è contestualizzato in luoghi a bassa densità demografica (paesini di circa duemila abitanti), dove scelgono di risiedere per una settimana, principiando ad interagire con le persone del luogo, facendo interviste e raccogliendo materiale narratologico da utilizzare in uno spettacolo-studio da offrire al termine della residenza.
Nella loro ricerca, cosa straordinaria, riescono a raccogliere “confessioni che neanche ai preti...”. Le persone hanno desiderio di raccontarsi, di confessarsi, di affidare a quei forestieri che andranno via di lì a poco parti buone e cattive della loro vita. Gli Omini, con grande rispetto della privacy, ovviamente non citano, ma si ispirano alle intervista, nascondendo gli indizi. Così, mentre parte della compagnia è in giro a raccogliere materiale, l’altra si dedica alla selezione progressiva del materiale da cui impastare una storia.
“La cosa più divertente è vedere le persone tentare di riconoscere la storia di uno zio o la propria, mentre recitiamo, cercando la complicità del vicino di poltrona...”.
“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto” . (C. Bukowski)
I Maniaci D’Amore (Luciana Maniaci e Francesco d’Amore) invece partono da una riflessione generica sulle relazioni umane più tormentose, concentrandosi spesso sul legame con il nucleo familiare. Certamente utile allo svisceramento di legami difficilmente analizzabili il fatto che Luciana Maniaci sia psicologa. Lei stessa racconta “Il nostro amore schifo è stato un trauma per i miei genitori, che sono rimasti sconvolti per il fatto che li avessi fatti morire. Oppure in Biografia della peste parliamo di una madre oppressiva con il figlio, interpretato da Francesco, che non lascia morire in pace suo figlio. Insomma, scrivere questi lavori ci ha dato la possibilità di interagire in modo diverso con le nostre famiglie. Ha cambiato il nostro rapporto con loro, ma in senso positivo, perché siamo riusciti a dire, attraverso le finzioni, cose di cui altrimenti non avremmo mai parlato”. Il disagio del rapporto con la famiglia si evince in Il nostro amore schifo, persino a livello generazionale, perché in una frase icastica, “L’Italia è una repubblica democratica fondata su di voi“, Wert sottolinea l’imbarazzo dei neotrentenni che devono, in una Italia che si sorregge a stento, essere mantenuti dal lavoro dei genitori.
Sempre del rapporto genitoriale, in particolar modo della figura che spesso, nel percorso evolutivo di molti, si rivela un vuoto, un'assenza, parla Tavano, autore di Patres.
“Attraverso questo testo ho messo in discussione in rapporto con mio padre e anche i miei attori si sono messi in discussione con la paternità, che siano figli o genitori a loro volta. La genitorialità e la condizione di orfano però non sono presenti nelle vite dei miei personaggi solo a livello familiare, bensì sociale. Siamo orfani di padri politici, spirituali, morali...”.
È seguito poi

Canto
Sospensione del tempo. Il tempo come dimensione interiore, scatola-abbaìno in cui frugare per ritrovare pezzi di sé – sogni, confessioni, What if... – da ribaltare per cavarne fuori ciò che si nasconde sul fondo e non vuol saperne di sgusciare dal suo placido nido. Credo sia questa la composizione ellittica cui Serena Gatti e Raffaele Natale alludono quando, a inizio spettacolo, si danno informazioni su che ore siano, ad una ipotetica stazione dell'autobus.
L'attesa di qualcosa, di qualcuno, di un inizio di conversazione, di un solleticante approccio con l'altro.
Chi è l'altro da noi?
Cosa vorremmo dirgli se potessimo dire ciò che vorremmo, senza le inibizioni di personalità-fagotto che ci schermano dalla comunicazione, sebbene avvalendoci del linguaggio?
Ognuno, preso e sospeso nella sua intimità, è in una casina di bambola in fil di ferro. Graziosa, sicura, che faccia circolare abbastanza aria in modo tale da non rendersi conto di stare chiusi dentro, accontendandosi di guardare un fuori attraverso le sbarre.
Il tempo è uno sguardo. Una dimensione-cannocchiale che rotea perennemente su sé stessa.
Ad irrompere le attese, i silenzi, le atonie, giunge il ritmo. La musica. Il rumore. Il canto.
Dal Dizionario Etimologico della Lingua Italiana possiamo apprezzare che Canere, cantare, in latino può significare "modulazione vocale, cantare in versi (poesia), risuonare, lamentarsi, celebrare, pregare, inneggiare".
Il canto è carmen, lo sciroppo carminativo per l'anima che la libera dalle frustrazioni del quotidiano: la poesia.
La suggestiva e calda voce di Serena Gatti declama versi, con sapiente bravura, mentre Raffaele Natale accarezza le corde della sua chitarra, tra una battuta scenica e l'altra.
Buona l'occupazione di tutto lo spazio scenico e interessante il ricorrere alla visual art: lo sfondo si fa tela di suggestioni, altro-teatro di racconti, di declinazioni di un dialogo tra due entità che – immerse nel loro quotidiano – desiderano emergere, protestare, comunicare al di là del silenzio sociale che in questi anni, stratificatosi come una pessima abitudine, vede umani-monadi scorrere schermi in luogo di sguardi.
Canto è anche uno sguardo, uno spogliarsi-dichiararsi davanti ad un osservatore che sa ascoltare.
Il canto è la propria storia personale. Un'eresia da portare nella vita di tutti i giorni, come un memorandum, un post-it su cui è scritta la nostra irripetibile unicità.
La deliziosa provocazione, che giunge mite, nel disordine delle voci, degli assoli sulle corde, nei dialoghi e nei monologhi dei due in scena, viene dichiarata in chiusura, assieme a quella implicita che il tempo è chimera interiore e, pertanto, ci conserva al di là del fil di ferro:
“Il canto è un respiro diverso. Un soffio, un vento...”.

ideazione Serena Gatti, Raffaele Natale
regia e versi Serena Gatti
musica originale Raffaele Natale
produzione Azulteatro, La Città del Teatro di Cascina (PI)
con il sostegno di Fondazione Sipario Toscana Onlus, Comune di Calci, Certosa di Pisa, Soprintendenza ai Beni Culturali, Museo di Storia Naturale – Università degli Studi di Pisa, Certosa monumentale di Calci (PI)

VENERDÌ 25 SETTEMBRE
Tornano i Maniaci d’Amore con

Trilogia del gioco (presentazione libro)
I Maniaci d'Amore presentano il lavoro che racchiude le loro prime tre pièce: Il nostro amore schifo, Biografia della peste e Morsi a vuoto. Francesco D'Amore e Luciana Maniaci, attori, scrittori, docenti di drammaturgia alla Holden, leggono nel gremito foyer di Officina Teatro stralci significativi dei loro tre spettacoli. Il pubblico, attento e coinvolto, non manca di curiosità in cauda alla presentazione – nel ritaglio di tempo dedicato alle domande aperte – e alla fine della medesima, attorniando il duo, chiacchierando, chiedendo autografi e informazioni su come acquistare il libro, poiché le copie presenti in teatro sono andare esaurite la sera stessa.
Edito da Editoria & Spettacolo (2015), il testo racchiude in sé una duplice natura: è opera compiuta, fruibile nella sua interezza, e funge al contempo da atlante anatomico delle rappresentazioni. Ha quindi il vantaggio di essere un'ottima lettura a sé stante – e il lettore abituato può fantasticare sulla messa in scena del testo o godere di una bella e coerente scrittura – e, assieme, uno spiare le impalcature su cui si regge la carne pulsante degli spettacoli.
Di D'Amore e Maniaci si può sicuramente ipotizzare che, nel giro di pochi anni, i loro testi entreranno nel repertorio della letteratura teatrale e saranno rappresentati da compagnie altre, poiché, sebbene intimamente legati ai loro creatori, possono guadagnare dai medesimi una buona indipendenza grazie allo spietato lavoro di coerenza logica che rende un testo/spettacolo apparentemente leggero per i "non addetti ai lavori" una lucida e razionale geometria tenuta insieme da fili di nylon invisibili/intuibili.

SABATO 26 SETTEMBRE
Nell'armadio di Marza e Pane

Un armadio. Un armadio vivo, posseduto, invasato dalla voglia di raccontarsi. Rumori, suoni, suggestioni che si concatenano. Cassetti dai quali fuoriescono arti che compiono dispetti. Materia. Costante dare voce e corpo alla materia. Questo il tentativo di Caterina Stillitano e Antonia D'Amore.
Lo studio delle due artiste ha un ottimo potenziale evocativo, tuttavia necessita di ulteriori esplorazioni perché non sempre riesce a comunicare con immediatezza i suoi intenti, tanto da lasciare il pubblico incerto – per lungo tempo – sulla fine dello spettacolo o meno.
Personalmente – e mi assumo le responsabilità di quanto affermo – sebbene abbia percepito una trama, avrei preferito fosse stata o più netta o completamente assente, dato che lo spettacolo si sarebbe ampiamente potuto reggere esclusivamente sulle suggestioni canore e visive, rumoristiche del mastichio del bambino ingordo di favola o del crosciare dell'abito materico che, indossato da una delle peformer, la mostrificava, come entità chimerica.
Deliziose le marionette adoprate in scena, contenute nell'armadio-pancia, ventre di madre, culla di tutte le storie.
Uno spettacolo decisamente originale e difficile da architettare (per cui brave le due artiste) e contenere.

artista visiva e performer Caterina Stillitano
marionettista e cantante Antonia D’Amore

Pisci 'e paranza
Un centro narrativo. Un cerchio. È così che si apre lo studio Pisci 'e Paranza, una zattera su cui galleggiano, scontrandosi, cinque vite miserabili.
Hanno odore questi attori – di strada, di miseria divaricata che (si) lascia offrire il suo segreto, di panni sporchi da lavare in famiglia, anche se si è sotto gli occhi di tutti perché si vive in strada.
Alla stazione dell’autobus, due ‘cafoni’ . Lui, dal nome impronunciabile e irredimibile. Lei, gravida di cieco amore per lui. I nuovi arrivati turbano l’equilibrio di una coppia autoctona, altrettanto disperata. Altrettanto gravida, però di un figlio-adulto: il fratello di lei che presenta problemi di sviluppo mentale.
È una partitura di gesti, ampi e minimi, e suoni a riempire lo spazio teatrale. La lingua napoletana è un olio su tempera e colora il cuore di queste silhouette che si accapigliano per (r)esistere su uno sfondo dove l’amore è servito assieme all’odio e alla speranza si brinda con uno sputo.
Il filo di bava che Luca Sangiovanni (fratello) si lascia correre lungo il mento non cade, gli sosta sul crespo della barba, come a sottolineare una esigenza di accudimento. È a questo fratello di bave e richiami che risponde l’amore zoppo di una sorella, scissa tra un partner aggressivo costantemente da lenire e il desiderio-condanna ottuso di legare per sempre a sé chi reca nelle vene il suo stesso sangue.
Una rete di sguardi si avvolge – muta – attorno ai corpi narrati, imbrigliati nelle loro tragedie umane, fino allo scroscio finale: è il pubblico di Officina Teatro che applaude, con estremo rispetto, a questi attori che in venti minuti hanno ribaltato, nel sapiente testo di De Masi, tenerezza e asprezza, dolore e piacere, crudele sopraffazione e anelito d’umanità sino a fare dello stesso vestito double face uno straccio per ricoprire sei corpi.
Due bambini. Due coppie orfane che dovranno imparare ad accudirsi, perché nessun amore è perfetto e a questi amanti tocca il giustapporsi senza aspettative. Per quello che sì è, nonostante quello che si è.
Se questo è uno studio – compiuto, circolare, tenacemente ritmato e preciso – e in tale forma riesce a sospendere, agitare, emozionare lo spettatore, non resta che aspettare il procedere della gestazione per godere di qualcosa di sicuramente unico.

ideazione e regia Mario De Masi
con Andrea Avagliano, Serena Lauro, Fiorenzo Madonna, Rossella Miscino, Luca Sangiovanni

Gioco di specchi
“Il falso è il vero stesso, visto sottosopra" .
(S. Freud)
Si conclude con un capolavoro di drammaturgia, questo Festival: misurato, temperato, dalla grande essenzialità scenica, Gioco di Specchi racconta l’uomo e l’altro-da-sé e i dubbi che si possono condividere all’alba/tramonto del proprio esistere.
Sono l’incertezza, l’attesa a far tremare Don Quixote – un Don Quixote – legato intimamente al suo ruolo di paladino stralunato – più un miles gloriosus plautino, in vero. A fargli da contraltare, un serafico Sancho Panza, mansueto, paziente, spietatamente lucido. Una bàlia, più che uno scudiero.
Ciro Masella ed Annibale Pavone hanno una complementarità vincente sulle tavole di legno, resa ancora più evidente dall’essenzialità della scenografia: il pubblico ascolta, attento, come attorno ad un camino, la loro storia. A tratti sembra una inquadratura cinematografica, questa esperienza teatrale – non perché creda il cinema sia superiore al teatro; mi riferisco nella fattispecie alla ricchezza di colori che sembra venire evocata durante la narrazione. Sicuramente più che buono il disegno luci, che separa i momenti narrativi con esatta scansione, riuscendo ad apparire naturale e non un artifizio o una intromissione.
Ancora, fluido il gioco di diagonali e mimiche di Masella imprestate dalla Commedia dell’Arte, tanto da rendere il suo Quixote la maschera grottesca – eppur dolce, assolutamente non spaventevole – di sé stesso. Trafittivo invece Pavone. Sguardo e voce penetrano il silenzio e il buio intorno, mentre i confini tra padrone e servo si assottigliano, oramai inutile diaframma: Sancho e Quixote sono uomini.
Da uomini, affini sono i loro destini: vivere ogni giorno, lasciandosi quotidie un pezzetto di vita alle spalle e procedendo in discesa lungo il sentiero che conduce al tramonto. Un mandorlo diventa l’elemento giustificativo di tanta speculazione. Che tale sorte sia toccata ad un albero, rende la vicenda carica di simbolo: l’ancoraggio al suolo, nutrimento, culla e feretro di ogni creatura; lo svettare dei rami verso l’alto, braccia tese verso un padre-sole che traccia il cammino del legno e decide l’orientamento delle foglie avide di sapere; il frutto, la mandorla, che può in alcune specie essere velenosa, nonché connotata di forti significati esoterici che la vedono come icona vulvare della vita e del mistero in essa contenuta.
Il testo, di Stefano Massini, non parla di una storia, ma della vita del genere umano, dal primo all’ultimo Adamo, fieramente rappresentati da Sancho e Quixote.
Dinanzi alla spietata vastità di un Cosmo brulicante e disordinato, cosa è l’uomo e quale rilevanza ha il suo ruolo, la maschera che ha scelto di indossare per nascondere sé stesso – anche se in fondo sa di non poter mentire in eterno?
La narrazione è in ascesa, compatta – non si scompone, si dirama: Sancho-Pavone sta per spezzare le catene, per rivelare al Quixote-Masella la contraria natura della dialettica hegeliana servo-padrone.
Quando avviene il ribaltamento, a reggere lo scossone è la scelta di due pulpiti-parterre*, modernamente illuminati da una teoria di lampadine a bulbo (tuberi fosforici emersi dalla madre-terra?).
I due personaggi, ora ferocemente illuminati, ci appaiono metaforicamente nudi della finzione. Confessano i loro pensieri intimi, i dolori segreti e le assetate inquietudini.
Come ad esempio, parafrasando: "Beati gli utensili da cucina: si scottano sul fuoco, ma non ricordano la bruciatura".
(In realtà il testo in sé è talmente ricco di belle riflessioni che verrebbe da citarlo tutto – avrei preso volentieri appunti, se fosse stato possibile).
Quando, dopo la rivelAzione, la velata tragedia – che qui tacerò – si è compiuta, amaro è il finale, accompagnato dal tappeto vocale che si dissolve, assieme alle luci che si oscurano  sulle sagome di Pavone e Masella.

di Stefano Massini
con Annibale Pavone, Ciro Masella
produzione Uthopia, Tra Cielo e Terra (PG)

Alla rappresentazione sono seguiti lunghi minuti di applausi, attraverso i quali il pubblico ha restituito ai due interpreti la loro bravura.
È seguito un ringraziamento di Masella ad Officina Teatro e a tutti i suoi collaboratori, dall’Ufficio Stampa LeStaffette ai Social Promoter di Puglia Off, da chi ha messo a disposizione spazi per il Festival a chi ha collaborato come volontario perché ha percepito, come il suo collega, un’atmosfera di grande accoglienza, ha trovato un pubblico attento ed educato al teatro ed è consapevole, come chi fa questo mestiere, che il teatro si può diffondere e resistere nei luoghi più impervi, perché necessaria è questa bellezza, nonostante imponga una dimensione di costante sacrificio.

 

*parterre: nell’accezione di giardino

N.B.: Per chi volesse consultare i media relativi al Festival, può vistare le pagine Facebook di Officina Teatro, del Festival, di Puglia Off (https://www.facebook.com/pugliaoff?fref=ts).
Un dettagliato diario del Festival, a cura di Puglia Off, è presente su Gli Stati Generali http://www.glistatigenerali.com/arte_enti-culturali/festivalouverture1/

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