“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Mercoledì, 29 Aprile 2015 00:00

Riflessioni su "Loro" di Patella

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Per una volta parto dal dopo-spettacolo, contraddistinto da Momenti Critici, spazio-occasione voluto da Straligut Teatro, organizzatore della rassegna TeatrInScatola e a cui ho preso parte: si tratta di un incontro/confronto tra il critico e l’artista, con la partecipazione attiva del pubblico. Non comporta – sia chiaro – l’atto recensivo di ciò che è appena terminato (impossibile, almeno per me) ma di realizzare una messa in comune di punti di vista non coincidenti rispetto a un’apparizione vissuta e sparita, tra palco e platea.
Iniziativa lodevole, rientra nel novero degli sforzi che qui – come altrove – si stanno compiendo (nonostante il silenzio istituzionale e l'assenza di un sistema economico virtuoso che funga da incentivo o sostegno) per rigenerare le pratiche teatrali contemporanee, intendendo includere in queste anche l’accompagnamento esegetico, l’approfondimento critico.

Abbiamo bisogno di luoghi, occasioni, opportunità per parlarci mettendo in discussione il teatro che viene pensato, fatto e osservato; abbiamo bisogno di ridefinire ruoli, competenze e modalità di contatto; abbiamo bisogno di scambi di parole e di sguardi; abbiamo bisogno di una reciprocità d’attenzione, di nuove forme di comunicazione, di un più franco rapporto tra chi quest’arte la pratica, chi la testimonia scrivendone, chi ne è soggetto cofondativo come spettatore. Non dando adito a complicità celate o ad interessate convergenze d'interessi ma − anzi − detergendo del belletto dell'ipocrisia e della contiguità microaffaristica le forme di relazione che il teatro comporta, favorisce, di cui necessita. Questo è stato, per me, Momenti Critici.

Il punto di partenza per ragionare su Loro, di e con Maurizio Patella è che, in apparenza, si tratta di un cunto per cui abbiamo un attore/portatore della storia che – dopo aver raccolto, analizzato, valutato, scelto e messo in ordine materiali preesistenti – determina il racconto delle voci e delle fonti di partenza facendone emergere in assito figure ed eventi attraverso mimica del volto, gestualità motoria, plurivocalità e una continua e funzionale mutazione della scena, di volta in volta adattata alle esigenze della trama.
Testimone indiretto della vicenda (un presunto rapimento alieno avvenuto nel ’78, di cui sarebbe stato vittima il metronotte ligure Pietro Zanfretta) Patella se ne fa dunque traghettatore, generando una trama di coincidenze manchevoli, certezze contraddittorie, contrastanti punti di vista, dubbi e controdubbi: date, indicazioni geografiche, dettagli oggettivi si fondono così alle supposizioni fantastiche, agli eccessi immaginari e verbosi, alla coralità di paese tra convinzioni personali, creduloneria, propensione all’invidia, scetticismo, superficialità di giudizio e vis polemica, talora offensiva e violenta. Ma a Patella l’oralità dell’oralità non basta e, perché il suo cunto sia capace di restituire suggestioni d’annata ed echi dei tempi che furono (gli anni Settanta delle violenze di piazza, della sfiducia nelle istituzioni, dei complottismi e del retropensiero extraparlamentare ma anche del cinema sugli alieni, delle luci psichedeliche del sabato sera, degli avvistamenti crescenti nella serate all’aperto) lavora associando all’esercizio della parola una scenicità fatta d’illuminotecnica allusiva (i due fari celesti che, dal retro, indicano la presenza degli alieni), di sonorità intra e oltre palco (le registrate riproduzioni delle parole di Zanfretta), di proiezioni video (volutamente disturbate, frammentarie, semibuie).
Dunque saremmo – con Loro – al cospetto di uno spettacolo capace di rendere in forma nuova la vecchia tradizione dei cuntafavelle, aedi di un territorio (in questo caso l’entroterra ligure) di cui offrire connotazione linguistica (il dialetto), di cui suggerire caratteristiche antropo-culturali e di cui condividere le fabule tipiche: quelle piccole o grandi narrazioni che, col tempo, non passano ma restano invece, diventando un patrimonio verbale collettivo. In tal senso potremmo scrivere allora che Patella si fa corpo intermedio tra passato e presente riattivando trascorsi memoriali per farne ostentazione d’assito, visione per il palco. Se così fosse ci troveremmo pertanto al cospetto di un interprete che decostruisce il soggetto unico in moltitudine, annullandosi per evocare la folla, i personaggi, Loro.

Tuttavia, ragionando mentre scrivo quest’articolo, mi soffermo su un aspetto: Patella, al contrario dei cuntisti, abili nel farsi d’ombra rendendo luce a chi e cosa raccontano, non sparisce mai, mai s’annulla, mai viene meno né mai rinuncia al suo compito di coordinatore della messinscena, di padrone del palco. Manovrando pupazzi di forme differenti (la cui grandezza è direttamente proporzionale al ruolo assunto nella vicenda) Patella agisce dunque come un puparo più che come un cuntista o meglio: agisce come il regista/Gulliver di uno spettacolo di lillipuziani. Dunque siamo non alla negazione dell’individualità ma alla sua esaltazione verticistica: Patella dirige, muove, trascina, relaziona, mette in contatto, fa incontrare e separare figure e oggetti della trama permettendo – a chi assiste – di notare contemporaneamente gli elementi manovrati e il loro manovratore, gli pseudo-attori diretti e chi li dirige. Ne viene una messa in mostra conclamata nella sua teatralità artigianale, che non nasconde bensì esalta trucchi, strumenti e mezzi del fare spettacolo: l’accensione di un registratore a bobina, l’ostentazione di una sagoma di cartone, la richiesta esplicita di un momento di pausa, dell’accensione di un faro, il dialogo diretto con il tecnico da cui dipendono luci e sonoro. È tanto vero tutto ciò che, Patella, può permettersi di giocare con la materialità precaria del teatro simulando un finto guasto durante una replica – quella a cui io ho assistito – in cui non sono mancati inconvenienti effettivi: l’uno si fonde però agli altri, assorbito da una metateatralità esplicita, vorticosa, che si autoalimenta di continuo.
A conferma di questa nettezza soggettiva (c’è un Io che determina ciò che sta avvenendo e che non nega mai la propria esistenza) Patella alterna prima e terza persona, presunta reviviscenza attoriale e marionettismo, immedesimazione drammatica e testimonianza epica dando così vita ad un entra-ed-esci apparente che arricchisce il dettato di subordinate contenutistiche, digressioni argomentative, ulteriori tematiche. Sta sul fondo, Patella, o a mezzo palco tessendo le fila della storia con case presepiali, modellini di auto e di moto, maschere e serpenti di gomma, lampade, minitorce, scatole di cartone, piccoli personaggi robotici mentre – quando avanza in ribalta, determinando l’accensione delle luci in platea – smaschera il gioco giocato del teatro interrogando il pubblico, rivolgendo una battuta a una spettatrice o lasciando evaporare nella sala un breve intermezzo riflessivo, un commento, un interrogativo su ciò che ha appena narrato.

Di Pietro Zanfretta – in Loro – si scorgono (in forma diversamente rappresentata): gli amici e i nemici, i curiosi che lo spiano e i concittadini che ne mormorano il nome, i superiori che lo mettono in aspettativa, gli cambiano turno, mansioni, luogo di lavoro; si scorgono gli psicologi che lo hanno in cura, i giornalisti che lo interrogano, i conduttori televisivi che l’ospitano in trasmissione; si scorgono i personaggi noti e meno noti che lo stesso Zanfretta chiama in causa, gli ufologi che contatta, i medici con cui parla, i confidenti a cui dichiara la propria verità: l’unica a cui credere davvero. Di Zanfretta riceviamo le parole, conosciamo i movimenti, apprendiamo le supposizioni; sappiamo a che ora ha subito il primo dei quattro rapimenti di cui dice d’essere stato vittima, l’indirizzo della casa presso cui era quando si è accorto della presenza aliena, il tipo di macchina che guidava, come era vestito, quanto era sudato; conosciamo quante volte il suo nome ricorre nei rapporti ministeriali, quanto è ingrassato nel tempo, a quali tipologie di perizie psichiatriche è stato sottoposto ma – Pietro Zanfretta – non viene mai mostrato direttamente né rappresentato in forma altra e teatrale (un feticcio, una foto, la sua voce effettiva). Patella preferisce pluralizzare le testimonianze, generare concatenamenti complessi, moltiplicare enunciati, facendo quasi deflagare la sua drammaturgia: orchestra una coralità polisemica proteggendo – in questa – il protagonista della vicenda.
Zanfretta è dunque una presenza sottratta, è l’origine invisibile di ciò che è accaduto (le narrazioni d’allora) e ciò che sta accadendo (la narrazione odierna), è il principio da cui tutto parte ma a cui Patella preferisce non assegnare una centralità evidente, primattoriale, disturbante. Perché? Forse perché Loro sia non il racconto di un singolo ma di una comunità, non di un fatto ma della percezione del fatto, non di un accadimento ma del periodo (e del contesto geografico-culturale) nel quale l’accadimento è avvenuto. Per questo l’italiano di base con inflessioni vernacolari e uso funzionale di motti, proverbi, modi di dire (“Meglio i pantaloni spaccati nel culo che un culo spaccato nei pantaloni”); per questo la contrapposizione tra asserzioni e smentite (“Loro sono qui”; “Sei un imbroglione alcolizzato”); per questo l’immagine di Sandro Pertini, la Vespa 50, la prima puntata di Goldrake su Rai Due, l’ultima pagina di Skorpio, l’Alfa Romeo Giulia, il Tagadà e la crisi petrolifera, la P2, Portobello, le sassaiole di piazza, il sequestro De André (contestualizzazione cronologica) e – ancora – la Statale 45, Marzano, Propata, il bigliettino a Villa Verde, Don Pietro, il brigadiere Nucchi, il maresciallo Toccalino, il tenente Cassiba, il giornalista Rino Genovese, TVS, i canestrelli di Torriglia, il Passo della Colla, i funghi porcini (localizzazione ambientale). È questa, paradossalmente, la vera materia di Loro:  parlando degli alieni − infatti − Patella ci parla della Liguria, dell’Italia, di certe tristi giornate di allora, di qualche lieve, delicato o confuso momento lontano.

Non sfugga un particolare ulteriore. Loro è contraddistinto da una goliardia manifesta, da una ludicità volutamente calcata: Patella usa giocattoli, fa della voce un insieme di suoni infantili e invita gli spettatori al facciamo che con cui i bambini iniziano le avventure vissute all’interno della propria stanzetta. Facciamo che un palloncino bianco è una mongolfiera, che Big Jim è un prete, che una scatola è una montagna, che una lampadina è un disco volante, che questa macchinina è una macchina vera; facciamo che un uomo può essere grande come una casa e che una casa è più piccola di una moto; facciamo che è il principio sul quale si basa Loro, un principio mai illusivo, ingannatore, verosimigliante (il realismo teatrale, l’interpretazione piena, lo scorcio d’ambiente); ma facciamo che è – di fatto – il principio base del teatro in quanto teatro, rimando a quel to play/giocare/recitare che diventa serissima attività di conoscenza, di condivisione e d'intrattenimento: per gli attori, per i bambini. A questo facciamo che viene invitato continuamente il pubblico, indotto a prendere parte a una recita che, senza spacciare per vero la falsità della propria natura, compie operazione di verità determinando una bugia condivisa: presa per buona − finché dura lo spettacolo − da chi osserva e da chi viene osservato.

Funziona tutto in Loro? Direi di no. Ho avuto la sensazione, talora, del sovraccarico per cui il testo (già ridotto rispetto alla versione valsa la menzione speciale ‘Franco Quadri’ al Premio Riccione 2013) mi sembra meriti un’ulteriore lavoro di sottrazione perché non si generino ridondanze, ripetizioni, lentezze ritmiche e momenti di stanca; anche l’estetica credo meriti una riflessione perché alcuni elementi che la contraddistinguono (penso alle proiezioni video) appaiono un orpello fine a se stesso, un’aggiunta di cui è possibile fare a meno senza che lo spettacolo ne risenta minimamente.
Infine verrebbe da chiedersi: che posizione ha Patella rispetto alla vicenda Zanfretta? L’incredibilità del rapimento alieno è nel suo stesso racconto, emerge dagli eccessi, le esagerazioni, le stramberie e le discordanze che lo connotano (la terza galassia, Titania, i Dargos, l'altezza di tre metri, la pelle verde e increspata, le grandi punte sulla testa, gli occhi triangolari gialli e il proposito di trasferisrsi sulla Terra, la volontà di dialogare con Pertini, l'esistenza di una sfera trasparente contenente un tetraedo dorato, che ruoterebbe in sospensione) e, dunque, si smentisce per assurdo consentendo a Patella di limitarsi ad offrirne esposizione non partigiana. Insomma: Zanfretta smaschera da sé la propria versione. Importa poco, tuttavia: quel che conta davvero è averne fatto memoria; è aver incontrato, incuriosito ed attratto gli sguardi del pubblico; aver lasciato una fascinazione conclusiva, perdurante, che resta.

 

 

 

TeatrInScatola
a cura di Straligut Teatro

Loro. Storia vera del più famoso rapimento alieno in Italia
di e con Maurizio Patella
collaborazione drammaturgica Antonio Paolacci
luci Davide Rigodanza
con il sostegno di Scarlattine Teatro, Kilowatt Festival
foto di scena Claudia Chianucci
lingua italiano, dialetto ligure
durata 1h 30'
Siena, Teatro del Costone, 23 aprile 2015
in scena 23 aprile 2015 (data unica)

 

 

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