“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Martedì, 24 Marzo 2015 00:00

Quel tunnel cieco chiamato Italia

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La scena rappresenta l’interno del bar Italia, come si deduce dall’insegna luminosa con i colori della bandiera, con un lungo tavolo verso il fondo e delle sedie su cui sono appoggiati vari abiti, poi vi sono una grossa cassa sulla sinistra dell’assito e un’altra più piccola sulla destra. Entrambe sono coperte da cartoline di luoghi di vacanza, dalla foto di una grossa palma e perfino dallo stemma dell’Inter. Il bar è gestito da una donna di mezza età un po’ svampita che si chiama Italia e dal suo giovane socio, che è anche il suo compagno, Tiresia, non vedente, che è subito in scena sulla prima cassa a sinistra con indosso solo un logoro giubbotto di pelle e delle mutande rosa come le scarpe da ginnastica.

Su una musica rappeggiante, Tiresia canta e balla un testo sul suo esser cieco che viene sbeffeggiato da tutti, ma è quello che vede oltre. “I ciechi siete voi e noi che non vediamo noi siamo i veri eroi”. Alla fine del rap entra in scena Italia che lo costringe a sedere sulla sedia e lo lava come se fosse un bambino. I due iniziano un dialogo che mesce il tono serio della donna con quello canzonatorio ed ironico di Tiresia, ma tremendamente acuto, spaziando dal concetto di felicità alla rapidissima descrizione degli avventori del loro bar fulminati in una istantanea da due battute. L’analisi si allarga mettendo a fuoco la crisi personale della donna, lasciata dal marito per un’altra, che è sentimentale ed esistenziale non solo per lei, ma per l’Italia, intesa come Stato. La storia personale di Tiresia e di Italia si intreccia in modo speculare con quello della nostra nazione.
La cecità fisica di Tiresia, che già dal nome evoca il classico omonimo personaggio della mitologia greca che è il cieco preveggente, è quella del popolo italiano che brancola nel buio di una situazione di decadenza morale che investe tutti i campi e da cui non si sa come uscire. Tiresia sa che: ”La verità è che siamo falliti. Siamo tutti falliti, abbiamo perso tutti, tutto e basta”. Perciò il doppio binario della narrazione Italia e Tiresia vuole mettere in luce che tale situazione non può essere sostenibile a lungo e che è arrivato il momento di parlare, di denunciare, di dirsi tutta la verità. Questo momento, come anche altri, prevede una interazione con il pubblico che non risulta scontata, ma è costruita su domande reali che provocano reazioni autentiche, non formali, da parte degli spettatori. In questo si deve sottolineare la superba bravura di Gianfranco Berardi, realmente non vedente, che in questi momenti “guarda” davvero gli spettatori come se li vedesse sul serio, infatti non tutti si sono accorti della sua minorità. Tiresia, dunque, spiega saggiamente che oggi preferiamo evadere con il virtuale, perché ormai la vigliaccheria degli italiani è assurta a categoria dello spirito. Non resta che accettare il suggerimento del giovane: ”Sei nel tunnel? Non ne esci fuori? Arredalo!”, battuta da slogan molto comica e lucida nella sua cruda verità.
È toccante, invece, la parte finale della pièce quando i due, dopo aver litigato come fanno tutti banalmente, si confessano i loro sentimenti e i motivi che li tengono legati, tra sogni impossibili come vincere la lotteria e sogni infranti come avere un figlio, ricordi e vecchi rancori. E la poesia del testo e dell’interpretazione è negli ultimi periodi della battuta di Tiresia: ”Io rifiuto questa astuta malattia che mi vuole prigioniero, il candore consolante dei miei occhi che mi blocca e mi protegge, che giustifica ogni errore. Io aspetto una luce differente che mi illumini il cammino, che mi dissipi le nebbie e mi porti a riconoscere questo assurdo e controverso essere umano che sono io, di cui troppo spesso mi vergogno e mi compiaccio. Voglio fare una rivolta e comincio qui, ora, da me”.
Il testo è stato scritto dai due componenti ed attori della compagnia Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari e vuole arrivare, come dice il titolo, In fondo agli occhi, il luogo dove ristagna il sogno, la speranza, il rimpianto, l’illusione e la passione. È il fondo dell’Italia che è fatta di innumerevoli storie soggettive malate, ma dove la vera malattia è l’essere ciechi, non vedere sul serio ciò che è vero. Il testo, appunto, è nuovo nella sua costruzione e composizione, mai scontato, né ripetitivo, davvero uno squarcio di luce, come quelli visti sul palco, in un panorama teatrale italiano che in queste compagnie e in queste energie può ritrovare linfa vitale.
La regia affidata a César Brie si riconosce dai tocchi distintivi della gestualità e dal movimento scenico degli attori, sempre misurato, molte volte poetico, evocativo. Berardi e Casolari lavorano insieme dal 2003 e hanno accumulato in questi anni molti successi e molti premi, tutti indubbiamente meritatissimi. Originali e con qualcosa da dire veramente “nuovo”. Come anche nella loro forma di autofinanziamento, essendo indipendenti: alla fine della rappresentazione, si vendono delle T-shirt con lo slogan “Non invidiare” sul davanti e “Imita” dietro. La presentazione delle magliette che i due fanno dopo gli applausi finali è un siparietto intelligente a parte che meriterebbe un elogio e una recensione a sé.

 

 

In fondo agli occhi
di e con
Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari
regia César Brie
luci e audio Andrea Bracconi, Daniele Vespa
elementi scenici Franco Casini, Roberto Spinaci
collaborazione musicale Giancarlo Pagliara
produzione Compagnia Berardi-Casolari
lingua italiano
durata
1h 10’
Napoli, Nest –  Napoli Est Teatro, 21 marzo 2015
in scena 21 e 22 marzo 2015

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