"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 11 Settembre 2014 00:00

Teatro, specchio deforme

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La Torre Annunziata-Cancello era una strada ferrata secondaria; linea di rotaie un tempo percorsa giornalmente da pochi convogli, piccoli e generalmente semivuoti, da qualche anno è stata dismessa; ora un serpente di binari striscia silenzioso fra l’erba alta. All’altezza di Boscoreale, l’erba alta s’interrompe ed i locali della stazione conoscono altra destinazione d’uso: una realtà associativa – l’Associazione Stella Cometa – fa rivivere quel luogo altrimenti dismesso eleggendolo sede delle proprie attività. Fra queste, l’allestimento di uno spettacolo teatrale è la ragione d’occasione che ci dà modo di stendere queste righe.

È una sera di inizio settembre e le stagioni teatrali non hanno ancora preso il via, sicché quel po’ di teatro che si trova in giro, lo si trova più che altro in location “eccentriche”. Lo spazio è aperto, il marciapiede che un tempo ospitava l’attesa di sparuti viaggiatori si trasforma in ribalta e platea; la sera offre frescura e qualche rumore di troppo, gli immancabili botti e fuochi d’artificio sono colonna sonora estemporanea di cui si farebbe a meno più che volentieri, ma tant’è: questa è una provincia più proclive ad esser caciarona, cafona e distratta che attenta e rispettosa verso ciò che esuli dal suo ordinario.
Quel che esula dall’ordinario, per una sera, è il teatro. Fesserie, di Vincenzo De Vita, diretto da Rosalia Terrana, prende la scena che fu marciapiede e la riempie con l’articolato gestire di tre figure; tre personaggi, ma più propriamente tre essenze, che si agitano, parlano, declamano, cantano. Un musico di lato ad accompagnare la voce con la chitarra, il muro di cinta a far da fondale di pietra.
Tre essenze, dicevamo: figure senza un nome e dall’anima ‘dilatata’, incarnazione intensa di un immaginario circense e di un inconscio collettivo, di un substrato culturale fatto di istinti ancestrali – quelli corporei, espettorati senza remora alcuna – e di ricca aneddotica tradizionale, sciorinata col gusto del cunto e la verve della filastrocca. Tre attori (Chiara Vitiello, Vincenzo Liguori, Teresa Tufano), che trasfondono intensa energia vitale nelle figure a cui danno vita sulla scena, tre creature da palco che implicitamente dichiarano di vivere il tempo di una rappresentazione (numerosi i rimandi alla metateatralità).
Tre essenze sulla scena, dal trucco marcato e grottesco, ciascuno acchittato in maniera da dichiarare la propria iperbolicità di figure essenziali, senza un nome ma interpreti di un sentire e soprattutto di un dire, di un manifestare e raccontare per lampi, con l’icastica evidenza del gesto in accompagno. Tre figure, tre essenze con la valigia: ciascuno ha un bagaglio, ciascuno reca con sé il proprio background infagottato; superfluo cercare un’omogeneità narrativa, lo sviluppo drammaturgico segue una logorrea desultoria, di storie alluse o scimmiottate, raccontate per immagini evocate e filastrocche cuntate, in cui un macchiettismo a metà tra cabaret e varietà s’inframmezza ad ammicchi metateatrali. Un gioco, un divertimento da palco, ma anche qualcosa di più; un divertito e divertente calembour di motteggi e citazioni, di lazzi e giochi di parole, ma anche qualcosa di più; giocoleria da ribalta, finzione esplicita, ritmo da vaudeville, ma anche qualcosa di più; Fesserie è costruzione espressionistica di raffinata minuzia, che gioca dichiaratamente (anche) con la lingua, sfruttando un dialetto lontano e mischiandolo a quello contemporaneo, ad espressioni idiomatiche, a slogan pubblicitari, indulgendo (anche) ad un motteggio scatologico che continuamente allude al basso corporeo, ma mai dà l’impressione di scadere nella volgarità gratuita e fine a se stessa; è un vocabolario “mischiato a mo’ di carte napoletane nel cervello”, quello che esprime in una sorta di grammelot partenopeo il proprio espressionismo polisemico, commistione di registri espressivi che si dipana passando disinvoltamente dall’azzimata ostentazione di toni affettati alla truculenta espettorazione dialettale, dalla scatologia al nonsense.
Scrittura densa ed espressionistica, forse persino troppo, Fesserie è logorrea per immagini in affastello, ordito parolaio che dirama se stesso in una miriade di rivoli, che concorrono ad istoriare una quadreria grottesca. È spetacolo che piace, “di pancia”, per la sua capacità di combinare, come un patchwork, citazionismo e libera rielaborazione.
Ma Fesserie suscita in chi vi assiste, al di là del compiaciuto divertimento e dell’apprezzamento per la cura raffinata della scrittura, la sensazione di essere in cospetto di qualcosa che delicatamente mostra il suo senso ammantandolo di non-senso; il teatro ed il suo gioco a specchio con la realtà, attraverso l’iperbole del difforme e dell’apparentemente incongruo, racconta con l’icasticità del gesto e della parola, i bisogni e le sensazioni del quotidiano, fatti di compresenza di alto e basso (come i registri espressivi), fatti di voli pindarici dell’immaginazione, cui viene data la stura e la possibilità di volare lontano per poi far ritorno, e fatti, in ultima istanza di relativizzazione del tutto, perché, in fondo, il tutto si riduce ad essere “fesserie ‘e cafè”.

 

 



Fesserie

di Vincenzo De Vita
regia Rosalia Terrana
con Vincenzo Liguori, Teresa Tufano, Chiara Vitiello
musiche e testi canzoni Vincenzo De Vita
eseguite da Vincenzo De Vita
make-up Romualdo Petti, Luca Zecconi
produzione Angelico Bestiario Compagnia
lingua italiano e napoletano
durata 1h
Boscoreale (NA), Associazione Stella Cometa – Ex Stazione FS, 7 settembre 2014
in scena 7 settembre 2014 (data unica)

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