"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 12 Febbraio 2014 00:00

Piccola storia delle carezze

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“Cosa le ha detto sua sorella?”.
“Mi ha spiegato come vanno le cose”.
“Lei ci ha creduto?”.
“Mi ha detto che vanno così”.
“E non possono andare diversamente?”.
“No”.

 

“È così che vanno le cose? È così che la pensa lei? Abbiamo scherzato. Poi sono arrivate le cose importanti ed è finito il tempo delle carezze”.

È quando l’opera sta per finire che ne comprendiamo il significato profondo: Cantare all’Amore è una piccola storia delle carezze ovvero è una piccola storia della gentilezza e della miseria, dell’educazione e della fragilità, della tenerezza e della povertà; è una piccola storia composta da tremori minuscoli ed abbracci improvvisi, da incroci di sguardi e battute accennate, da attese e controattese, sogni e speranze, desideri e rimandi, imbarazzi e silenzi e che – di tutto questo minimo caldo e vitale – riesce a fare allusione, parlando così di qualcosa di più grande: della sconfitta inevitabile di chi è dalla parte del giusto; della pena che tocca a chi si attende il riconoscimento che merita; dell’onestà che subisce l’onta della vergogna; del sacrificio come atto d’amore che non ha risposte adeguate; dell’arroganza che schiaccia i meno furbi, tacciandoli di debolezza; dell’assenza di felicità che tocca a chi nasce già privo di promesse, di speranze e di mezzi.
Mettendo in scena una trama-pretesto quest’opera, così giovane da sembrare quasi acerba, assomma: una vicenda che funge da metafora; qualche artigianeria sviluppata con adeguato mestiere; caratterizzazioni che fungono da evidenziazione simbolica e capacità nello sviluppare il gioco dei rimandi e delle intuizioni, generando il piacere di seguire, con gli occhi sgranati, la vita delle figure poste sul palco, senza mai dimenticare che queste stesse figure sono un’invenzione, un accorgimento della fantasia, un’apparenza momentanea.

Tre personaggi.
Il primo: Lei, la sorella maggiore, bellissima di una bellezza che è pura fortuna: “Una serie di nonne e di mamme che, nel corso dei secoli, partorisce il prodotto perfetto”. Occhi chiari, pelle liscia, schiena levigata; ventre piatto, glutei sodi, gambe dritte e denti smaltati, capelli soffici, dita affusolate, labbra carnose. La perfezione estetica come accidente salvifico, come biglietto vincente della lotteria, come unico valore di cui usufruire: mettere in gioco, quindi, questa bellezza; valorizzarla, promuoverla, farla fruttare. Fino all’occasione: un matrimonio finto ma ricco con un politico incolto e potente.
Il secondo: L’altra, la sorella minore, bruttissima di una bruttezza da trucco teatrale: sopracciglia folte ed unite “in un pezzo unico”, fianchi larghi, gambe corte e asimmetriche, indosso lo sciatto pantalone di una tuta ed una maglietta sporcata dal caffè. Scricciolo larvale, grumo sgradevole, piccola poltiglia di difetti destinata all’infelicità perdurante, allo stato di abbandono e alla dimenticanza, alla segregazione, alla solitudine, se non fosse per…
Il terzo: Lui, un sarto che ripara l’usato; un raccoglitore di scarti e di avanzi; un ricamatore di abiti, veli, di guanti, pantaloni, sciarpe, cappelli, di giacche, cravatte, scarpe, calzini di donne e di uomini adesso defunti o che sono produzione dei peggiori fabbriconi cinesi. Un misero, anch’egli tarlato esteticamente: occhiali spessi, pelle giallognola, capelli impomatati; le scapole curve, tisiche, naturalmente rannicchiate; nel centro della schiena una gobba, la gamba sinistra con la tendenza all’interno, il cattivo odore dei piedi, una fissazione di sguardo ebete, tarata, apparentemente priva di intuizioni e pensieri.
Lei, Lui, l’altra in una storia in cui Lei (la bella) è destinata ad un quarto che non vediamo mentre Lui (il sarto) e l’altra (la brutta) si osservano, si scrutano, si avvicinano, si toccano quasi senza toccarsi, si parlano attraverso un sorriso o uno spasimo, si piacciono, si afferrano, si separano, si prendono per poi lasciarsi: destinati, come sono destinati gli infelici, a rimanere per sempre infelici.
Il tempo della scena: il giorno che precede il matrimonio di Lei.
Lo spazio della scena: un rettangolo che funge da casa con – sul fondo – uno trespolo a due scalini. Per entrare e uscire da questa stanza, perimetrata da un cavo lucente, occorre salire e scendere, occorre saltare. Evidenziazione voluta: segnala che siamo in una tana, in un buco, in un anfratto infognato e interrato; in un sottosuolo che è rimando non solo topografico ma anche sociale: vediamo chi è invisibile, vediamo chi non ha pregi, vediamo chi vale quanto qualche sporca bestiola che si muove nel buio. Tre talpe, tre topi, tre formiche, tre vermi. Ecco cosa sono le figure che abitano questo giaciglio.
Di lato, a sinistra, un concentrato di piccole minuzie-giocattolo: un tavolinetto, un bicchiere, una lampada, una scodella, delle ciabatte: tutto in plastica, tutto forzatamente irrealistico, tutto prescelto per ricordarci che, comunque, siamo a Teatro.

Cantare all’Amore è una favola grottesca, in cui non c’è lieto fine (chi è triste, triste rimane) e di cui vanno esaltati gli aspetti specificatamente teatrali.
Buona la capacità di produrre quadri ed immagini, componendo statiche coreografie momentanee che si fissano in ribalta, a meno di mezzo metro dal naso degli spettatori. Frantumi solitari, di coppia o di gruppo, emergono dal buio, associando corpi a corpi e/o rendendo i tratti di ogni volto e le pose di ogni muscolo una visione aspra, bislacca, eccessiva.
Buono l’utilizzo dell’illuminotecnica, con il chiaroscuro di recita (un nero pestilenziale di base in cui emergono lividi lampi o tocchi di colore: un abito rosso, le unghia blu, un foulard arancione) ed una serie di trovate tese a regalare pallide pitture carnali: così l’alternanza tra luce fuori-scena (come sole che sorge) e luce di scena sull’abito matrimoniale; così l’uso di piccoli fari anteriori a schiacciare di bianco il volto degli attori quando si portano in avanti; così la funzione della piccola pila che, girando vorticosamente, allude ad una vertigine di emozioni e pensieri.
Buona anche la natura barocca, palesemente digrossata e calcata d’ogni elemento, che rende il marciume più marcio, la sgradevolezza più sgradevole (si pensi all’unione delle sopracciglia; all'eccesso di trucco; alla povertà degli abiti tarmati e bucati; si pensi anche alla caratterizzazione morale-figurale-gestuale dei personaggi, che finiscono così per essere emblemi, simboli, appariscenti caricature ora arroganti ed ossessive, ora delicate, fragili, dimesse e perdenti).
Buona, infine, la capacità metaforica dell’intera vicenda: rappresentando – da un lato – la tristezza di un matrimonio che ha come scopo la ricca ascesa sociale e – dall’altro – la sconfitta degli sventurati, dei poveri, dei sofferenti (che potrebbero amarsi ma che finiscono per soccombere) Cantare all’Amore rifiuta il vizio della comunicazione diretta, della dissertazione dichiarata, della petizione di principio e fa – opportunamente – ciò che il teatro ha da fare: s’inventa una chiacchiera visiva con cui occupare un frammento di tempo, cercando di significare questa chiacchiera di contenuti ulteriori, che vengono a galla lentamente, imponendosi nel corso dello spettacolo.
Producendo una tristallegra storiella di malinconie e di aggressioni, di scorrettezze e di gioie, di malinconie, di angosce, di esistenze senza forza, senza coraggio o senza capacità di definirsi un futuro che sia un futuro davvero – e che sia il futuro che davvero si desidera o che ci si merita – Cantare all’Amore riesce a comunicare un senso d’infido, di squallido, di disperato pur regalando – nel mezzo di tutto ciò – piccoli brividi delicati, tocchi sentimentali, lembi di candore innocente.
Si parteggia, ad un tratto, per questa sorella umile, fedele, dimessa, che si rintana seduta in un angolo o che si scusa per una colpa che non ha commesso, che non sa cosa vuol dire abbracciare qualcuno, che non ha mai detto la frase “Ti Amo”. Si parteggia, ad un tratto, per lei perché è ciò che vuole la messinscena: produrre un moto di solidarietà per questa maschera della povertà, che finisce soggiogata dalle convinzioni della sorella-matrigna. Ma si parteggia, se possibile, anche per questo sarto secco, curvo e goffo, per questo dimesso clown della stoffa, per questo nerd del taglia-e-cuci che – ad un punto – si ribella prendendosi ciò che desidera, ma commettendo tuttavia un errore nel suo stesso ribellarsi al destino.
Invece si detesta – com’è giusto che sia – questa sorella-meraviglia, questa magra figura di nervi e carattere, questa carogna-finto-padronale-ma-in-realtà-misera-anch’essa, che dice di aver capito come vanno le cose e che, forse, lo ha capito davvero: a lei il matrimonio, a lei la conta dei soldi, a lei il giorno di gloria; a lei l’obbligo della finzione, l’infelicità nascosta negli agi, a lei il ruolo di carnefice mentre è anch’ella una vittima.
E se occorre ancora lavorare nella “sporcatura” della cattiveria, perché il brutto-più-brutto funziona mentre il bello-che-è-brutto merita argomenti meno consueti, va rimarcata tuttavia la fattura d’insieme, capace di esagerare il maligno rimodellandolo con un adattamento vistoso, sproporzionato e deforme.
Gioco attorico in una trama-standard, breve fantasia di putrido e becero, piccolo incubo in un sottosuolo animale, Cantare all’Amore ha saputo suggerire quanto pesa un sospiro, quanto è impossibile un sogno, quanto è inevitabile la sconfitta.
“È finito il tempo della tenerezza”. Eppure illudersi è stato piacevole.

 

 

 

Cantare all'Amore
di e con Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno
supervisione al testo Michele Santeramo
produzione La Ballata dei Lenna
in collaborazione con Teatro Minimo, Bottega degli Apocrifi
con il sostegno di Fondazione Campania dei Festival, E45 Fringe Festival, Fondazione Live Piemonte dal Vivo
durata 1h 10'
Napoli, Start Teatro/Interno5, 9 febbraio 2014
in scena 8 e 9 febbraio 2014

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