“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 22 Maggio 2014 00:00

Le compilations degli asini testardi che non imparano mai

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Qualche giorno fa ho ripescato dal fondo di un cassetto un’audiocassetta. È incredibile come quello che ci sembra un eterno presente di colpo si palesi a noi sotto forma di manufatto archeologico, regalandoci la lampante consapevolezza che di passato remoto ormai si tratta.
La moda delle compilations in realtà non si è del tutto estinta: basti vedere come funziona Spotify, che raggruppa i brani per genere o autore, ad esempio, senza la menomazione della brevità del nastro, in un continuum potenzialmente infinito; o le playlist che possiamo comporre su youtube.

Considerando anche che una buona parte delle canzoni esistenti parla d’amore (finito, iniziato, deluso, stanco, tradito, revanscista, franchista – che si fa come dico io –, secessionista – perché io vado ma tu resta che prima o poi torno –, aperto a nuovi orizzonti, bolscevico ma con quel pizzichino di menscevismo che a certi piace tanto, romantico, competitivo – che vinca il migliore, certo, ma anche quello che tiene ancora i freni nell’auto –) individuerei due grandi tipologie di compilations da storia finita: quella da flirt il cui termine ci ha un po’ infastidito ma si trattava di una singolar tenzone col nostro orgoglio e non di una vera e propria sofferenza, e quella da tragedia greca, da non-starò-mai-più-con-nessuno, Signore-uccidimi-adesso-tanto-da-questo-letto-non-m’alzerò-più, che si connota sovente di un fortissimo masochismo.
Come avrete modo di notare i brani sono tutti italiani. Ho appositamente evitato singoli quali All by myself, I will survive e Don’t leave me this way perché anche a casa nostra la desolazione non manca, non vedo perché importarla.

COMPILATION #1
Flirt con data di scadenza. Esattamente come in uno yogurt, si riponevano grandi speranze nelle colazioni insieme: tutte andate a male.
Io non esisto - Thegiornalisti:  “Sto pensando a te / come non ho mai pensato a te / e sinceramente come non ho mai / pensato ad altro / e passerà così un altro inverno freddo / poi magari con l’estate mi riscaldo / tanto già lo so che non cambierà un cazzo/io per te non esisto / ed è inutile che mi asciughi / le lacrime quando piango/ed è inutile che mi abbracci solo per restarmi accanto/tanto io per te / io non esisto”. Altresì nota come la canzone della friendzone, quella regione oscura e gelida in cui ci relegano uomini e donne troppo stupidi per amarci. Non sono tua sorella, tesoro, e no, non ti aiuto a scegliere il regalo di compleanno per la tua nuova fidanzata.


Le strade di lei  - Francesco De Gregori: il nostro amatissimo cantautore ha la tendenza, con la propria sicumera, a rendere tutto meno doloroso. Se anche cantasse il necrologio di un intero comune non me la prenderei a male. Al primo ascolto questi versi mi hanno ricordato vagamente l’atmosfera di un libro della Sagan: “lui è solo un disertore / lui è solo un fuggitivo / il suo corpo è una bandiera / il suo corpo è una canzone / e tu stringi intorno ai fianchi / il tuo filo di aquilone / e lui fuma il tuo ricordo / e non seguirà il tuo treno / e gli dai una vecchia copia di un romanzo di Delly / e richiudi la sua porta / il suo oroscopo è scaduto”. Considerando che lui/lei è ampiamente interscambiabile, che un sacco di gente fuma e molti prendono il treno, direi che possiamo iniziare a tirare su col naso.


– “Sapessi che felicità mi dà / l’idea di non vederti più / l’idea di non fidarmi più / qualsiasi cosa mi dirai / sapessi che felicità mi dà / l’idea di non toccarti più / l’idea di non seguirti più in tutto ciò che fai / ho messo le mani in tasca / ed ho sputato sulla tavola / buon appetito amore mio!” Dente con Buon Appetito è sprezzante e insieme nostalgico, riassume perfettamente il nostro stato d’animo che, come un pendolo, oscilla tra il “meglio così”, il “ti odio lo stesso” e l’intramontabile “chi diavolo ti credi di essere per non amarmi?”.


Prometto Eva mon amour: “Prometto di essermi fedele sempre / di regalarmi quattro fiori in più / e di pagare tutto il mio riscatto / perché alla fine non lo faccia tu / prometto d’'investire meno tempo nella lucidatura della mia Panda / prometto di sentirmi meno solo / che soli non è come Dio comanda / prometto di comprare una stazione per avere un punto di partenza / perché la vita è dove vuoi andare / e tutto il resto è riconoscenza”. L’ascolto simpatetico di questa canzone, di solito, indica che siamo sulla strada della guarigione.
Tra poco torneremo ad ascoltare le canzoni senza considerarle armi di distruzione per i nostri nervi fragili, delusi e scossi.

 

COMPILATION #2
Singhiozzi, devastazione, piagnistei, rare uscite pubbliche, capelli stopposi e pochissima voglia di vivere oltre che di lavarsi.
– L’inizio è soft: Bruno mio dove sei Brunori Sas: “il punto è che mi manca trovarti addormentato alla tv / cercarti fuori dalla chiesa / andare insieme a fare la spesa / le sigarette sul comodino / il cruciverba poco più in là / mica l’avevo capito che era quella la felicità”. Durante l’ascolto si piange per ciò che sarebbe potuto accadere ma non è mai stato. Non ci commuoviamo neanche per un attimo per la protagonista della canzone che ha da poco perso il marito, no, il dolore prevede una discreta dose di egocentrismo e ci si fulmina il cervello a forza di montaggi fittizi di attimi felici che mai esisteranno, prendendo dolorosamente consapevolezza che lui/lei li vivrà con qualcun altro/a. Tutto ciò ci fa crogiolare ulteriormente nel nostro mare di male.


– “Sarebbe bello non lasciarsi mai / ma abbandonarsi ogni tanto è utile / o necessario alla sopravvivenza / di animali in estinzione /come noi / e tutto quello che voglio da te / è illegale / niente che si può cercare che si può trovare / in questa parte di universo disponibile / niente che si può comprare / con i soldi di mio padre” canta Dimartino in Non siamo gli alberi , perfetta per storie che finiscono non per esaurimento emotivo ma per cause oggettive quali lontananza e/o precariato economico. Fatela un’altra riforma sul lavoro, che aspettate, noi ci stiamo proprio divertendo.


BlunotteCarmen Consoli: “forse non riuscirò / a darti il meglio / più volte hai trovato i miei gesti ridicoli / come se non bastasse / l’aver rinunciato a me stessa / come se non bastasse / tutta la forza del mio amore / e non ho fatto altro che sentirmi sbagliata / ed ho cambiato tutto di me / perché non ero abbastanza / ed ho capito soltanto adesso / che avevi paura.” Che vi dicevo? Masochismo, masochismo e cecità. È tutta colpa mia! – ripetiamo - dovevo annullarmi di più! Dovevo annullarmi meglio!
Solitamente, piangendo, si preme il tasto forward prima della fine della seconda strofa.


La distruzione di un amoreColapesce: contraltare di segno negativo a La costruzione di un amore di Fossati e considerando che nemmeno l’Ivanone nazionale è un campione di ottimismo, la desolazione del testo di Colapesce è facilmente intuibile. “Come un gruppo metal / in un locale vuoto / con due vecchie al bancone / ti sentirai / come un cecchino / senza le munizioni / al suo primo lavoro / animale da ghiaccio ai tropici / vegetariano costretto / a tritare carne / per campare. / Come? / Quando? / Sono ad un palmo di naso / dalla tua pelle / e non riesco a sfiorarti”  ho una brutta notizia: non ci riuscirai mai più. Tutto ciò che di epidermico amavi di lui/lei: scordatelo. Il profumo naturale della sua pelle: via. I suoi capelli, che fossero ispidi o setosi, chi se ne frega: andati. Quelle mani delicate: sul corpo di un altro/un’altra. Continuiamo a piangere e a pagare l’università al figlio del signor Scottex. Forward


La mia mano sola – Sick Tamburo: “E non vedo l’ora / di abbracciarti ancora / con la mia mano sola / posso toccarti ancora / e so che puoi capirmi anche senza parola / tra noi non è servita e mai ci servirà / tra un po’ sarà il momento / di tagliarmi ancora / che dolce sensazione proverò / e poi me ne andrò”.  Questo è uno stadio del dolore che se scorporato dalla pura metafora ha risvolti potenzialmente pericolosi anche se, riflettendoci un attimo, non si capisce perché l’autolesionismo emotivo venga considerato meno deplorevole rispetto a quello fisico. Forse perché il secondo impone a chi ci sta intorno un qualche tipo di intervento e, com’è noto, il sangue lascia su tappeti, tessuti e complementi d’arredo vari delle macchie difficilissime da togliere.


In ogni caso: prima o poi passa. Potrebbero volerci anni ma ci sarà un momento, possiamo starne certi, in cui ci sembrerà di percepire nettamente un coro intonare Let the sunshine, let the sunshine in, the sunshine in guardando uno sconosciuto negli occhi, forse proprio quel giorno che ce l’avevamo col mondo e non ci speravamo più.
Sarà un nuovo inizio: l’inizio di una nuova fine.
Come asini testardi che non imparano mai.






 

NB. L'immagine di copertina è Storia di un amore finito di Andrea Mattiello (acrilico, grafite e collage su tela cm 150x100; 2010)

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