“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Giovedì, 17 Gennaio 2013 22:30

Ballando sulla Catastrofe

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C’è un evidente lato nascosto nella musica dei Maybe I’m che viene fuori prepotentemente nei loro concerti: l’attitudine esecutiva legata indissolubilmente al punk e a ciò che lo ha preceduto o seguìto. Si possono quindi individuare matrici hardcore-punk (dovute alla pratica di tale musica fatta in gioventù dal cantante chitarrista Ferdinando Farro) di impronta americana primi eighties, elementi del suono post-punk inglese a cavallo tra ‘70 e ‘80, atteggiamenti (innovazione, rottura degli schemi) tipici del punk che si ritrovano in ambito neo-folk e alt country.

E il concerto di domenica 13 gennaio al Godot Art Bistrot di Avellino conferma questo dato, espandendo le coordinate di riferimento dell’ultimo lavoro in studio del duo, quell’Homeless Ginga (ed. Jestrai, 2012) che ha ricevuto lusinghiere recensioni. Sul palco i soli due titolari del progetto Maybe I’m (oltre al succitato Ferdinando Farro – produttore anche del gradevole trio di indie-pop-punk Hot Fetish Divas – Antonio Marino alla batteria e ai cori) impegnati in una quindicina di pezzi che ben rappresentano l’universo di riferimento accennato.
Si comincia con il folk marziale di Third Lemma accompagnato da note di kazoo, per proseguire con un insieme di blues minimale e hardcore punk che rievoca i grandi Minutemen. Song of Three Lands parte come un arpeggio à la Beck non elettronico per sviluppare progressioni hard psych attraverso cambi di ritmo. La litania accelerata e nervosa di Oh, My Rope si veste di armonie che ricordano Ian Curtis e i suoi Joy Division. Arpeggi acustici di natura desertica aprono Slaves From Another World che muta in cavalcata elettrica e sfocia in un rabbioso cantato memore di Mark E. Smith dei primi Fall (“Schiavi da un altro mondo / Atterrano vicino ai semafori / Lavano le macchine / Nelle quali moriremo / Ora siamo così deboli / Abbiamo bisogno di braccia e fiato / Da dirigere dalle nostre gabbie dorate”).
La title track acquista insolite venature funky noise di stampo Pere Ubu, senza dimenticare la lezione del Pop Group, dove la ginga del titolo è il movimento della capoeira che serve ad unire i colpi di attacco e le schivate (“Il nostro movimento può rompere il vetro della tua gabbia / Piena di sedie Ikea e aria condizionata / Il nostro movimento può penetrare nei condotti di areazione / I nostri batteri sono più forti di te”). Impressioni musicali che riemergono anche in Armonica and Cheyenne, dal ritmo sostenuto ad evocare una corsa disperata per fuggire via dall’inquadramento e dall’assuefazione (“Se seviziano il tuo vicino / Tu continua a dormire / Fuggo dall’ovest / Ti lascio le chiavi di casa mia / Qui tutto è archiviato / Qui tutto è svelato”).
Il fantasma di Johnny Cash aleggia per il locale, fino ad incarnarsi nella cover di Ring of Fire secondo l’interpretazione personale del duo. Il drumming secco e potente di Antonio fa da sfondo all’urlo punk di Ferdinando per dare corpo e suono al disastro inTerzigno, dove il “no future” preconizzato nel ’77 sembra disperatamente realizzarsi e, da slogan generazionale limitato alla realtà giovanile urbana, diventa amara coscienza di una catastrofe che abbraccia insieme gli uomini e la terra (“Ritorna in apnea / Devi essere moderato mentre loro nascondono la polvere / Sotto un tappeto di promesse di sviluppo / Loro sono persone oneste e si impegneranno / Per trovare un lavoro anche ai bambini malati”). L’etno funk di Snake in The Ground si appropria di vocalità native american su un tappeto folk dark e percussioni tribali per evocare il serpente capitalistico dell’avidità che avvelena i cuori dei popoli sfruttati (“Tu arrivi col tuo acciaio / Con le concessioni petrolifere, con le tue catene / Le mie mani sono piene di calli / Ma il loro battito è libero / Ora le mie mani scavano un buco / Nella terra che muore”).
I Maybe I’m hanno in cantiere l’uscita – prevista per marzo – di uno split con i baresi Bokassà, un lavoro strumentale in cui suonano insieme otto elementi, con utilizzo di fiati e la partecipazione di ospiti illustri (lavoro che uscirà come coproduzione di più etichette, tra cui la Jestrai). Probabile anche un nuovo full lenght dopo l’estate. In definitiva una testimonianza del lato più hardcore del folk-blues, dai temi decisamente attuali ed urgenti, dove il deserto che è paesaggio geografico ed esistenziale di tanto alt country contemporaneo si muta in una landa desolata e avvelenata, immensa discarica a cielo aperto dove finiscono gli scarti di ingannevoli sogni di benessere. Se Robert Johnson fosse vivo al giorno d’oggi incontrerebbe davvero il diavolo su un camion al crocevia di Cava Ranieri.

 

 

 

Maybe I’m
voce, chitarra elettrica, kazoo Ferdinando Farro
batteria, voce Antonio Marino
Avellino, Godot Art Bistrot, 13 gennaio

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