“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Lunedì, 07 Ottobre 2013 02:00

A Napoli per sempre diavoli

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Maria Roccasalva, scultrice, pubblicò nel 1991 La Tebaide sovraffollata (Soncino editrice). Il libro fu apprezzato da Raffaele La Capria e Giorgio Manganelli. Su Il Mattino, il 7 maggio 1991, Daniela Ricci, in un articolo dal titolo Alice nel paese dei dannati, scrisse:

“Napoli città perduta. A palazzo Serra di Cassano La Capria e Masullo hanno presentato il libro di Maria Roccasalva La Tebaide sovraffollata. I santi l’hanno abbandonata, nonostante la miriade di altari, altarini e chiese, gli uomini la stanno distruggendo: per lei non c’è altra salvezza che rivolgersi ai demoni”.

A vent’anni di distanza Napoli, come sempre, è sopravvissuta. Il libro della Roccasalva, no. E così Francesco Durante, ne I napoletani (Neri Pozza, 2011), scrive:

“Altri li voglio ripescare da un underground che soltanto i veri intenditori hanno frequentato, ma sono libri che cospirano in silenzio, che hanno mandato segnali Morse dagli scaffali dove sono stati seppelliti. Per esempio, La Tebaide sovraffollata di Maria Roccasalva”.

È solo nel 2013 che il libro viene riesumato dalla casa editrice Pironti (in contemporanea con Malacqua di Nicola Pugliese) con un nuovo titolo: Le pietre e i demoni di Napoli. Peccato perdere il titolo originario.
La Roccasalva cita il termine “Tebaide” due volte:

Numero 1, p. 123:
“Eppure, questa tebaide sovraffollata in superficie, nel sottosuolo è una serie infinita di buchi, una serie di vuoti che la isolano dalla vita e le consentono di afferrare la profondità sperduta dell’esistenza”.

Numero 2, p. 87:
“Quando il sole calò definitivamente dietro la collina di Pausilipon che disperatamente cercava di difendere almeno il suo nome, le navi che qui giungevano dall’Oriente stracariche di eremiti in cerca di tebaidi, non si contavano”.

La Tebaide è innanzitutto una regione dell’antico Egitto.
I collegamenti della città con la civiltà egiziana sono noti, a tal proposito sono indicative alcune pagine di Neapocalisse (1981) di Jean-Noël Schifano, quelle dedicate rispettivamente a Pizzofalcone (“questa protuberanza, questa sporgenza, questa testa col suo becco immerso: e l’alchimia dei millenni disegna sotto i tuoi occhi meravigliati il corpo d’uccello di Napoli”, p. 62), e a Pulcinella, maschera che incarna in sé vita e morte, uomo e donna (“questo Horus è nato in mezzo al popolo, e popolare è rimasto”, p. 67). Schifano accosta Napoli a un falco, ulteriore riferimento al dio falco Horus:

“Napoli è un grande uccello di fuoco in picchiata col becco verso il mare. Un indomito falco pellegrino che plana sulla rotondità stupita del mondo” (p. 45).

Ma la Tebaide ci riporta soprattutto al ciclo Tebano: Tebaide è il titolo di un’opera epica perduta, attribuita tra gli altri ad Omero, dedicata alle sventure dei figli di Edipo, Eteocle e Polinice; Tebaide è il titolo del poema epico di Publio Papinio Stazio (40-96 d. C.), anch’esso incentrato sui destini dei due fratelli. La declinazione più nota del ciclo Tebano è il mito di Edipo della tragedia sofoclea.
A Tebe vi furono prima il mostro - la Sfinge - poi la peste. Nel mezzo Edipo parricida e incestuoso: dalla relazione con la madre Giocasta nacquero due figlie femmine e due maschi, Eteocle e Polinice appunto. Che c’entra Napoli con tutto questo? Nulla, in apparenza.
Ma Napoli può essere letta come un ipertesto; narrazioni su narrazioni si incrociano, i nodi della rete si moltiplicano, e tutto questo lo dice bene l’antropologa Gianfranca Ranisio nell’introduzione a La città e il suo racconto:

“La città può essere considerata sia come testo da sfogliare, le cui pagine sono il prodotto di rielaborazioni e stratificazioni culturali, sia come un luogo di narrazioni polifoniche, luogo che, pur conservando nel presente segni del passato, suscettibili di una lettura stratigrafica di culture e di civiltà, si arricchisce continuamente di nuove presenze vitali" (p. 7).

Tornando a Tebe, due sono i segni che ci interessano: “peste” e “mostro”.
Napoli è la città dei mostri e della peste, lo si evince da La pelle di Curzio Malaparte, lì dove la città, travolta dalla seconda guerra mondiale, è costretta a fare i conti con la fame, e nella fame si perde. La peste, in Malaparte, è il contagio dell’immoralità, e da questo punto di vista la lezione di Antonin Artaud da Il teatro e il doppio è sempre attuale: “sotto l’azione del flagello, le strutture della società si disgregano. L’ordine crolla” (p. 134). Ma a Napoli Malaparte si ritrova anche circondato da mostruosità, che siano esse azioni condannabili dalla morale comune tanto fallace in tempi di guerra, oppure entità capaci di liberare il substrato pagano della città: gobbi, nani, esseri inclassificabili alla guida di una corte dei miracoli, c’è di tutto, a Napoli.
Nella Tebaide della Roccasalva la peste morale di malapartiana memoria (detto en passant, non può sfuggire il riferimento allo scrittore toscano già dalla seconda pagina, quando l’autrice dice che “il Vesuvio è il totem dei napoletani”) e la mostruosità come negazione dei limiti, come anormale, innaturale, eccesso, rifiuto dell’ordine, sono sempre presenti e sono ben manifesti quando l’autrice parla dei Quartieri Spagnoli:

“I Quartieri non comunicano, non posseggono nessuna forma se non la singolarità dell’immagine. È questa la loro unica individualità, perché qui manca il presupposto fondamentale dell’individuazione: lo spazio. Perciò non vi sono nemmeno individui, né scelte, né responsabilità.
Per esistere come individuo ciascuno dovrebbe possedere la propria sfera in cui affermarsi di fronte ad ogni altro essere. Qui, invece, si è posseduti, trascinati in un fluire uniforme, senza limiti, senza suddivisioni e senza rotture. I Quartieri sono aspaziali. Come Dio.
[…] tutto è così liquidamente caotico che sembra creato apposta per dimostrare come qui l’informe, con un salto acrobatico, abbia superato la struttura ferrea del linguaggio e sia diventato direttamente metalinguaggio"
(pp. 57-8).

Non è un caso che Napoli sia un ventre divorante, in cui ci si smarrisce, in cui i re si succedono senza che nulla intorno muti. In molta letteratura Napoli è malattia, Napoli è necropoli, Napoli è immobile. Napoli è tante cose, ma alle letture consolatorie sono probabilmente preferibili quelle dure, e in questo seguiamo la scia di Domenico Rea (Le due Napoli, imprescindibile). Giorgio Bocca, odiato per dichiarazioni su Napoli a dir poco opinabili, discusse non molti anni fa, in Napoli siamo noi (2006), la nota teoria di Raffaele La Capria dell’armonia perduta:

“Una teoria elegante e consolatrice perché la napoletanità non è stata inventata negli ultimi secoli da una borghesia preoccupata ma egemone: è la cultura popolare come si è elaborata nei millenni, ed è una cultura non estranea alla camorra ma sua complice, sua compagna di strada.
Nell’analisi della camorra, osserva l’antropologo Marino Niola, viene sottovalutato il peso dei fattori culturali di cui la borghesia, e prima di essa l’aristocrazia, sono, se non responsabili, complici, come: il culto della furbizia e del raggiro, la prepotenza e l’arroganza del più forte, l’affermazione del proprio particolare, del proprio io, il doppio gioco fra superstizione e religione, fra tradizione e modernità. […] La maschera di Napoli, Pulcinella, è il prodotto di questa ambiguità: maschio e femmina, vivo e morto, sciocco e intelligente, insidiosamente servile e senza limiti superbo, irriverente e cortigiano, a volte ottuso a volte furbo, ma sempre come se avesse una forma superiore di ragione. Sulla scena impersonato da Totò, il teatrante principe. La dea della fecondità napoletana cambia nome ma è sempre la stessa, la Cerere delle spighe mature o la santa Patrizia. San Gennaro nasce nel quartiere dove è nata santa Patrizia, che è lo stesso in cui sorgeva il tempio di Cerere, e prima che La Capria inventasse la napoletanità essa celebrava i suoi saturnali a Piedigrotta, le sue feste dissipatrici nei palazzi dei principi, le sue vendette sanguinarie nei bassi e portava in processione Maradona, dipinto su un drappo in posa da condottiero o disegnato su un muro di Secondigliano con la corona dell’Addolorata sulla testa.
Ricordare a un napoletano che la cultura in cui è nato è una cultura tollerante fino alla complicità è impossibile. [… ]
Ma se Napoli è quella che è nonostante gli onesti, è il segno che il suo modo di essere non funziona”
(pp. 111-2).

Difficile negare le parole di Bocca, almeno fino al finale in cui il giornalista torinese dà l’idea di aver colto l’essenza di Napoli, di averla individuata, e la associa al male, a ciò che una buona città e un buon governo non dovrebbe essere (Napoli, per Bocca, rappresenta in maniera esasperata i mali dell’Italia). Ma Napoli, l’abbiamo visto, non è individuabile, non si fa afferrare, sfugge di continuo. Napoli, poi, affascina, e persino il giornalista, per un singolare e significativo attimo, si lascia andare alle lusinghe di questa città-femmina (dove le madri, non a caso, imperano):

“A Napoli c’è una gioventù bellissima che anni fa non c’era o si nascondeva. Dovunque, a piedi o in motoretta, a un angolo in attesa della fortuna o di corsa per acciuffarla, ragazze splendide, magre, scattanti. Le giovanissime dominano nel centro, hanno cacciato le anziane e le vecchie. Al centro non si vedono più donne grasse e dai piedi dolenti, bastano due fazzoletti colorati per vestire i corpi asciutti di ragazze in fiore che corrono nella folla, saltano sugli scooter, volano via abbracciate alla schiena del loro ragazzo abbronzato e ricciuto. Bionde, con occhio ceruleo e brune un po’ berbere con zigomi segnati, rapide e sicure. E se sono così da adolescenti dovranno pure essere stati così i loro parenti, e questa umanità ricca di doni e di bellezza, di intelligenza e di generosità dovrà pure liberarsi un giorno dalle sue cicliche disperazioni” (p. 64).

Sarebbe bello avvalorare, per negare le considerazioni del giornalista, le parole paradossali di Henri Michaux che dal volto femminile giudica la “salute” di una civiltà:

“Sul volto della ragazza è inscritta la civiltà in cui nata. In quel luogo giudica se stessa, soddisfatta o meno che sia, e i primi segni distintivi.
E ancor di più in quel volto il paese giudica se stesso: se l’acqua è sana, leggera, adeguatamente mineralizzata, la qualità della luce, del cibo, del modo di vivere, del sistema sociale.
Una civiltà che non sappia generare belle ragazze non è una civiltà degna di tal nome […]”.
(Passaggi, p. 43)

Se anche Bocca, il quale ebbe a dire che “Napoli è una città decomposta da millenni” (http://www.youtube.com/watch?v=KDG_-GIrpCQ), cede alle lusinghe della sirena (Partenope, appunto), ciò è sintomatico del potere incantatore di questa città, una città che è anche Medusa, e la Medusa, in Freud, è il sesso femminile che “irrigidisce lo spettatore” (p. 415; evidente l’accostamento all’erezione) ma che, essendo decapitata, è un simbolo di orrore in quanto minaccia di evirazione (e qui torna il discorso sul dominante femminile; scrive Schifano: “Come gli eroi di Petronio, eccoci prigionieri delle donne, come ogni passo in questa città-madre”, p. 30). Quanto terrore lo straniero prova per questa città, una città di demoni non a caso perché Napoli è pagana (“è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia” scrive Malaparte in La pelle, p. 1002), un paradiso abitato da diavoli si diceva (e non lo diceva Croce, l’esimio studioso semplicemente si soffermò sulla genesi della formula facendola risalire al Trecento e addebitandone la creazione ai mercanti fiorentini); obiettivo dei diavoli, dice la Roccasalva, è, non a caso, “che nella loro patria sia negato il cambiamento. Solo così sarà raggiunta la pura durata, l’infinita e uguale uniformità, l’illimitata ripetizione” (p. 69). Come dire che Napoli deve essere un paradiso abitato da diavoli per sempre.

 

 

 

 

Maria Roccasalva
Le pietre e i demoni di Napoli
Tullio Pironti, Napoli, 2013
pp. 183

Francesco Durante
I napoletani
Neri Pozza, Vicenza, 2011
pp. 333

Jean-Noël Schifano
Neapocalisse
(1981)
traduzione di Costanza Jori
Tullio Pironti, Napoli, 1990
pp. 107

Gianfranca Ranisio
La città e il suo racconto
Meltemi, Roma, 2003
pp. 164

Curzio Malaparte
La pelle
(1949)
in Opere scelte
a cura di Luigi Martellini
Mondadori, Milano, 2009
pp. 1604  (pp. 967-1329

Antonin Artaud
Il teatro e il suo doppio
(1938)
a cura di Gian Renzo Morteo e Guido Neri
Einaudi, Torino, 1968
pp. 262

Giorgio Bocca
Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia
Feltrinelli, Milano, 2006
pp. 132

Henri Michaux
Passaggi. 1937-1963
(1963)
a cura di Federica Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco e Valeria Perrucci
traduzione di Bona de Mandiargues e Ivos Margoni
Adelphi, Milano, 2012
pp. 194

Sigmund Freud
La testa di Medusa
(postumo, 1940)
in Opere 1917-1923 - volume nono
traduzione di A. Cinato
Boringhieri, Torino, 1986
pp. 655  (pp. 415-6)

L'immagine di copertina riproduce "Gruppo di Pulcinella" (1760-1775) di Gian Domenico Tiepolo.

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