“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Giovedì, 12 Settembre 2013 02:00

Il duello di Puškin

Scritto da 

... "Egli era vicino ai trentacinque anni, e noi perciò lo consideravamo un vecchio. L'esperienza gli dava molti vantaggi rispetto a noi; inoltre la sua abituale tetraggine, i modi bruschi e la lingua maligna avevano un forte influsso sulle nostre giovani intelligenze. Una certa misteriosità circondava il suo destino" ...

 

I capelli castano scuro, con tinte di marrone che si fondono al nero, e ricci in una maniera insolita, inadatta tanto a un russo quanto ad un europeo; la carnagione ambrata, colorita dalle discendenze africane, le labbra rosse e larghe, il profilo marcato, le grosse sopracciglia, i denti bianchi come fossero schegge smaltate di marmo, gli occhi d’un grigio sfumato in azzurro, la peluria sul mento, due favoriti ad accentuare il tratto maschile. Unghia lunghissime, volutamente: per qualcuno erano artigli. Braccia grosse, simili a zampe.

I movimenti celeri, scattanti, veloci, da felino. Lo sguardo diretto, imponente nonostante la non alta statura. Ama il valzer, la mazurca, certi antichi balli popolari. Ama i grossi anelli alle dita degli uomini e gli anelli minuscoli e sobri, di una linearità calcolata e preziosa, alle dita delle donne. Ama la nudità delle schiene femminili, i riflessi che il buio disegna sui vetri, certe notti di tormenta e tempesta nelle quali gli sembra di essere al centro della Natura. Ama il rumore che la penna rilascia quando passeggia sul foglio, la sua collezione di libri foderati di marocchino, l’odore intenso del tè nero. Ama il clamore dei salotti, la foga dei salotti, la confusione dei salotti ma – dai salotti – fugge in anticipo: dopo aver visto, dopo essersi fatto vedere.
Ha un’anima brusca. L’inquieta il passaggio di una nuvola, la fine dell’inchiostro, un pranzo troppo caldo, le parole urlate al mattino; l’inquieta certa impudicizia nel contatto, certo servilismo nei discorsi; l’inquieta attraversare Pietroburgo con troppa velocità: vuole che la carrozza scivoli piano, senza quasi farsi sentire, possibilmente in direzione opposta a quella delle carrozze degli altri.
Ora felice, diventa in un attimo burbero, scostante, cupo d’una cupezza che non si comprende. Gentile nei modi, alza i toni in maniera rissosa. Affabile, è capace di rivoltare un intero tavolo, mandando in frantumi la pace e la concordia che vi regnavano. “Sono triste, che angoscia!” ama ripetere, mani dietro la schiena, vestaglia di seta sugli abiti del giorno, andando avanti e indietro nella stanza: ma è solo una posa alla Byron.
Certe volte è talmente furioso da sentire le tempie pulsare, fino quasi ad allargarsi come s’allarga la terra in preda ad un sisma: allora chiude gli occhi, morde le labbra, emana un lamento poi chiede o cerca dell’acqua con cui detergere questo tormento.
Ai grandi balli, ai ricevimenti ufficiali, nelle occasioni di gala è solito stare in disparte, scegliere un angolo, contento di non prendere parte all’eccesso. Tra molta gente tace; domina la conversazione in una cerchia ristretta, amica o fraterna, solidale. Non ama la sua voce e detesta le dita delle sue mani, in compenso è fiero della compattezza del busto, della gambe corte ma tornite, della forza nel passo.
Amante focoso, bestiola pronta all’assalto di un’altra bestiola, muove agguati eleganti, in cui ritiene basti far aleggiare il suo nome: “Puškin”. Fa del silenzio, talora dell’assenza, un’arma di seduzione. Appare per un attimo, pretende d’essere visto, contemplato e perduto per essere cercato, desiderato, voluto. Per alcuni è “insopportabile”, per altri “un amore”. Per Safonovič è “un essere enigmatico, a due facce”. Gli piace stare con gli aristocratici ma desidera essere popolare, frequenta i salotti ma pensa alle bettole, cerca d’ingraziarsi i potenti ma non disdegna l’offesa ai potenti medesimi, è conservatore e rivoluzionario, fedele al sovrano e del sovrano un nemico dalla parola tacita, consapevole della povertà che lo costringe ad impegnare gli oggetti (un orologio, uno scialle, un’intera collezione di bicchieri di cristallo) ma orgoglioso di un’indipendenza smentita dai fatti (i favori regali, gli assegni firmati dal trono, certe compravendite di anime a prezzo di favore). Vive il bando, l’allontanamento, la prigionia in forma di distanza e ciò accresce la sua fama di poeta che avversa il Potere; di lui si narrano eccentricità, stranezze, piccoli episodi inventati. Tornato a Pietroburgo, viene nominato Gentiluomo di Camera: è costretto al frac ed all’uniforme (detesta entrambe), alle pose ufficiali (che non sopporta), alle chiacchiere accompagnate dai calici di bollicine. Amato come il primo dei lirici e disprezzato come il Vecchio quand’è ancora in vita: senza alcuna misura. Intorno è tutto un “Puškin ha detto”, “Puškin ha scritto”, “Chissà cosa Puškin ha pensato”.
Ha una moglie che non è una moglie ma una divinità: la soavità dei lineamenti, il biancore della pelle, l’eleganza delle forme. Scolpita da un dio senza nome, Natal’ja Nikoloevna sbiadisce ogni altra bellezza: russa o straniera. Spiata da tutti, desiderata da tutti, sposata da uno solo, separa l’aria dall’aria quando traversa la sala indossando l’abito di raso nero accollato, il vestito bianco con cappello rotondo o il corsetto di velluto nero con fettucce intrecciate, in testa un cappello color canarino a falde larghe, lunghi guanti candidi.
Natal’ja è fragore e dissipazione, allusione e scoperta, incanto e tormento: tanto Puškin sospira di gioia segreta pensandola quanto s’ingelosisce sbraitando ad alta voce se s’accorge di uno sguardo di troppo, insistito e furfante: "Non ti impedisco di civettare, ma esigo da te freddezza, decoro, dignità".
Per lei scrive, per lei (oltre che per la Poesia) gli sembra di vivere. Per lei va incontro a ciò che il destino dispone.

 

... "Egli si avvicinò, tenendo in mano il berretto pieno di ciliegie. I secondi misurarono i dodici passi. Io dovevo sparare per primo ma l'agitazione del rancore era così forte in me, che non mi fidavo della precisione del mio braccio e, per darmi il tempo di raffreddarmi, gli cedevo il primo colpo" ...

 

Küchelbecker, suo amico ai tempi del Liceo, viene sfidato a duello per delle rime considerate inopportune. Spara per primo l’avversario, mancandolo e – quanto tocca al nostro Poeta – egli getta l’arma in terra e s’avvicina al nemico per abbracciarlo. Questi, due volte sconfitto, fugge alle braccia e si riserva in un mutismo che durerà mesi.
Modest Andreevič Korff è chiamato al campo di gara – “vita o morte, subito” – perché sia difeso l’onore di un cameriere. Denisevič se lo vede piombare in casa – alle sette e quarantacinque del mattino – con ai lati due testimoni: è una sfida a duello immediata. La causa? Disparità di pareri su uno spettacolo teatrale. Orlov e Fëdor Fëdorovic sono entrambi sfidati al duello per una partita di biliardo finita a bisbocce. Inglezi sfida Puškin perché Puškin è l’amante della sua Ljudmila. “Una volta, mentre conversava con un greco, questi citò un’opera letteraria. Puškin gli chiese di fargliela avere. Quello, stupito, domandò: ‘Come, siete poeta e non sapete di questo libro?’. L’obiezione parve offensiva a Puškin, che sfidò il greco a duello. Tutto s’accomodò con una lettera di scuse e col dono del libro in questione”.
Per debiti contratti al gioco e non regolarmente pagati, Zubov e Puškin si sfidano, in pieno pomeriggio. Secondo testimonianze il Poeta si presenta con in mano delle ciliegie che mangia, con calma, mentre l’altro s’affanna a sparare. Questa volta è Zubov a voler abbracciare ed è Puškin a sottrarsi sibilando la frase: “Non esageriamo”.
Per una mazurca non suonata in un casinò, per una fandonia che lo narrava incarcerato e frustato, per ragioni che sfuggono a tutti i memorialisti Puškin sfida a duello umili e nobili, conoscenti, amici, nemici, perfetti sconosciuti, avversari di lettere e compagni di rivista, di viaggio, di conversazione culturale o chiacchiericcio salottiero. C’è chi scrive d’una ventina di duelli, chi arriva a trenta, chi giunge alla cifra eccessiva di cinquanta che risulta possibile soltanto se si contano anche le pistolettate che ha inventato e che ha scritto e quelle che ha proposto per scherzo. Capita, ad esempio, con Turgenev.
Sorpreso in un’armeria a comprare una sciabola con cui arredare il salotto, il mite e gigantesco autore di Padri e figli si vede osservato da Puškin, appena giunto nel negozio medesimo. “Guarda un po’, c’è Ivan Sergeevič che si compra una sciabola! Compriamo piuttosto un fucile, tu e io!”. Una presunta sfida allo sparo. Turgenev s’affretta ai saluti e, bofonchiando ancora qualche parola, torna di corsa a casa, infagotta una valigia, fa chiamare la carrozza e – per prevenire ogni pericolo – fugge immediatamente a Baden Baden.
Puškin ama il duello perché è una resa dei conti, perché è una guerra condotta di persona, perché è un conflitto in miniatura. Li ama perché ama il freddo gelato dell’arma, il braccio disteso diritto, l’attimo prima di voltarsi, perché ama mirare. Ama sentire il fruscio dei proiettili, il rimbombo dello scoppio, la scossa alla mano. Puškin paga i propri amori (Natal’ja e i duelli) con la vita.

 

... "La pistola veniva fuori dalla tasca laterale. Io misurai dodici passi e mi posi là, nell'angolo, pregando di sparare al più presto, finché mia moglie non fosse tornata. Lui faceva adagio; chiese un lume. Portarono delle candele. Io chiusi la porta, ordinai che non entrasse nessuno e lo pregai nuovamente di sparare. Egli estrasse fuori la pistola e mirò" ...

 

La slitta parte in direzione della Neva quando, dalla Neva, tutti stanno tornando. Pochi sanno del duello che Puškin ha da fare con quel mascalzone che non nomineremo neanche. Ne sono a conoscenza i testimoni, naturalmente, e coloro che si sono sottratti al ruolo in precedenza. Il tramonto s’abbassa, occorre fare in fretta.
La mattina Puškin si è svegliato di buonora, ha fatto un’abbondante colazione con tè e biscotti, ha guardato con dolcezza la moglie, ha baciato sulla fronte i bambini, s’è mosso allegro tra i corridoi della casa – c’è addirittura qualcuno che sussurra d’averlo sentito canticchiare uno sciocco motivetto d’orchestra − poi si è chiuso nello studio e qui ha cominciato a leggere un libro che gli è stato consigliato e che, è certo, continuerà a leggere la sera.
C’è neve alla Fortezza, luogo designato per l’incontro. C’è tanta di quella neve da potervi affondare interamente con un tuffo, gelandosi in questo manto vasto quanto è vasto un orizzonte marino. I rami, secchi, tremano per il vento che viene da occidente; il sole inclina ancora un po’ il suo bagliore languido; un cane ulula come un lupo: forse proviene da destra questo fosco segnale.
Il poeta ha indosso una marsina nuova con pelliccia d’orso, gilet scuro, camicia, pantaloni neri. Assiste, seduto su un cumulo bianco, alla preparazione d’ogni cosa, senza dire una parola: lo schiacciamento della neve perché il suolo sia compatto e percorribile, la comparazione delle armi, la lucidata delle stesse, le piccole trattative che seguono per decidere il numero di passi, la messa in terra dei cappotti a fare da limite oltre il quale è possibile voltarsi e sparare.
Le pistole ora sono cariche. Vengono consegnate ai duellanti che – prima di voltarsi schiena contro schiena – si guardano fissi, impauriti nel tentativo di impaurire. Viene agitato un cappello: è il segnale d’inizio. Dodici passi all’unisono poi un colpo, uno solo.
La neve si arrossa, colorata da un’abbondante sorgente di sangue.

 

 

 

 

 

Aleksandr Sergeevič Puškin
La pistolettata
in Opere
di Id.
a cura di Eridano Bazzarelli e Giovanna Spendel
traduzione di Leone Ginzburg
Milano, Mondadori, 1990
pp. 1312; 692-705

 

Serena Vitale
Il bottone di Puškin
Milano, Adelphi, 1995
pp. 488

 

Angelo Maria Ripellino
Nel giallo dello schedario
a cura di Antonio Pane
Napoli, Cronopio, 2000
pp. 165

 

Ettore Lo Gatto
Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia
Milano, Feltrinelli, 2011
pp. 287

Lascia un commento

Sostieni


Facebook