“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Martedì, 10 Settembre 2013 02:00

Bruno Schulz

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19 novembre 1942. Tardo pomeriggio, una stradina in cui la luce non penetra, d’intorno finestre di case abbandonate, mura sgretolate, una panetteria. Un uomo cammina, affrettando il suo passo. I piedi bucano l’acqua contenuta dai piccoli solchi del terreno, schizzandola sugli orli dei pantaloni sdruciti. Possiamo vedergli le gambe, corte quanto un mozzone di candela, e le dita rotonde, che stringono un passaporto con cui fuggire dal ghetto, palude infelice.

Il fiato sposta l’aria scaldandola, il respiro è un affanno, lo sguardo triste, di chi prova un dolore nel centro del petto. Nel ventre la fame di giorni ad acqua e pane nero, sul mento qualche filo di barba, i capelli sporchi, sul collo i graffi del giaciglio in cui è costretto a dormire.
Un cane ringhia; irrompe un ordine in lingua tedesca; una risata grassa, sguaiata, che sa di carne insaccata e tabacco scadente, suona minacciosa. “Tu sei un giudeo!”. Il freddo della canna metallica, il tempo di un ultimo pensiero, uno sparo: alla schiena forse, forse direttamente al centro della nuca. Un fiotto marrone si riversa sul fondo di terriccio e pietrisco, poi continua calcando l’orma di uno stivale, sfiora le dita di una mano ormai immobile, bagna i bordi del passaporto, che non serve più.
Così muore Bruno Schulz, a Drohobycz, una sera qualunque in cui le SS giocano alla caccia agli ebrei.

 

 

 

“Drohobycz è un villaggio, una lunga strada fangosa con tetti rivestiti di scandole con spioventi che toccano quasi a terra” e casupole di legno “tinteggiate e colorate e dipinte di azzurrognolo, di giallo e di rosa”. Nel centro c’è una piazza; di lato il mercato che – all’ora in cui il sole tramonta – lascia gli avanzi a marcire; sul fondo una torre – “orribile” – e una pletora di vicoli stretti: se ne vede l’inizio, se ne può soltanto intuire la fine.
A Drohobycz – questa Drohobycz squallida e misera che narrò Alfred Döblin – camminano donne dal volto nodoso, gonfie di rossori contadini, prive di una bellezza leggera. Con grossi scarponi le donne vanno pestando la terra, arida nel pieno d’estate ed umida e molle tra l’autunno e l’inverno. La visione pare “raccapricciante”: "chi non ha visto Drohobycz" – scrive Döblin – “non sa cosa significa la miseria”.
Sventrata dagli scavi petroliferi, battuta dai tacchi tedeschi, arsa dalla guerra e colmata di morti, Drohobycz è la versione reale e polacca della tana kafkiana: luogo scuro di protezione e distacco, muta in galera, prigione, angolo nel quale ci si trova stretti e rinchiusi, come in una trappola ammuffita e brutale.
Questa Drohobycz – graffiata ripetutamente come una piccola bestiola finita tra mani di affaristi o di trafficanti – è il mondo fantastico colorato da Bruno Schulz, che tinteggia i disegni col nero mentre scrive racconti impugnando l'arcobaleno. Il marrone diventa giallo, l’amaranto si fa rosso, il verdognolo è un verde chiarissimo, il viola cambia nel lilla, il nero sfuma nel grigio per sfumare in argento: l’oro decora i bordi, l’azzurro rinfresca nel centro. Nella Drohobycz di Schulz le pozzanghere diventano specchi, i cespugli frondano copiosi e arricchiti, i rivoli giganteggiano in fiumi, i crepacci fioriscono d’erba, le nuvole non portano pioggia ma refrigerio mentre domina il sole, capace di rendere “il giorno infuocato” ed il paese ricco e variopinto come un filo di panni stesi tra finestra e finestra.
La terra produce mercanzia naturale: ciliegie lucide, gonfie d’acqua e di noccioli rotondi; visciole ripiene di mistero; albicocche dalla polpa succosa; chicchi d’uva bruna o di bronzo. A destra una bottega espone verdure simili a meduse dai lunghi tentacoli e dalle teste saporite; a sinistra un’altra bottega mostra tele di paesaggi inventati: un balcone fiorito, una scala percorsa da una bambina, un triangolo di mare, un cumulo di nubi tinte leggermente di turchese. 
S’ode, in questa Drohobycz, il silenzio dell’aria che s’aggira tra i vasti “rettangoli di luce”; s’ode una cantilena femminile e suadente; s’ode la battuta di un ritornello infantile, il tono di un pianoforte, l’ottava di un canto.
Frusciano delicate le tende, nelle case di Drohobycz; in queste case dai mobili lucidi, nelle cui cucine gli odori si trattengono in visita. Qui giace la penombra, piegatasi comoda sui divani o le sedie; qui la freschezza inumidisce le lenzuola, bagna i guanciali, corrompe la durezza dei materassi; qui donne, anziani e bambini tornano dopo aver traversato “il bagno solare del giorno”: “I passanti, brancolando in quell’oro, dal bagliore tenevano gli occhi semichiusi, come impastati di miele, mentre il labbro superiore, sollevato, scopriva le gengive e i denti. E tutti coloro che brancolavano in quel giorno dorato portavano sul viso la stessa smorfia di calura, quasi che il sole avesse imposto ai suoi adepti un’unica e identica maschera, la maschera dorata della fraternità solare”.
Schulz – “minuto, bizzarro, chimerico, assorto, teso, quasi bruciante” secondo Gombrowicz; “timidissimo, ombroso, sempre tuffato nei sogni, con mille fantasmi che gli matteggiavano in capo” secondo Ripellino – è il prestigiatore di Drohobycz; ne è il mago, il funambolo, il giocoliere, l’illusionista e il demiurgo, il mattoide che inventa e reinventa, il folle che forma e deforma: posseduto dal demone della fantasia, egli rigenera la sostanza mutandole nome, colore, funzione, misura, sapore o la fa scomparire per sostituirla con prodigi, fantasie, giochi clowneschi, portenti incantevoli, grullaggini insulse.
Nelle sue mani la penna non è una penna ma una bacchetta con cui illudere, ingannare e stupire.
È con un trucco che il fratello diventa un rotolo di tubi di gomma, lo zio è tramutato in un filo appeso sul muro, la zia si bruciacchia fino a ridursi in un mucchietto di cenere.
È con un trucco che pentole, botti, bicchieri e bottiglie, secchi, tavoli, sedie, catini, piume e cilindri, stoffe e pezzi di carta, travi e quaderni, vasi e cornici appaiono e scompaiono all’istante.
È con un trucco che una stufa ulula facendo le smorfie; che le tavole di un pavimento dialogano; che i piumini lievitano, le lenzuola volano, che le carrozze vanno senza cocchiere: “Come in una farsa da circo volavano in aria cappelli e bombette, e i capelli si drizzavano in testa, gli ombrelli si aprivano da soli, nude calvizie apparivano al sollevarsi delle parrucche”.
È con un trucco che Drohobycz non è più Drohobycz ma un baraccone circo-teatrale abitato da uomini, donne, bambini, animali, piante, frutta, fiori e manichini, pupazzi, fantasmi, marionette, giocattoli, sagome disegnate coi pastelli della magia; un baraccone in cui un uomo diventa un animale, l’animale un ortaggio, l’ortaggio una marionetta, la marionetta un fantasma, il fantasma una donna, la donna una pianta, la pianta un pupazzo; un baraccone in cui ogni bizzarria è preventivabile: che si muoia senza morire davvero; che le foto e i ritratti mutino la propria espressione; che l’anno veda nascere un tredicesimo mese, gobba escrescenza in aggiunta in cui accatastare “le cose incompiute”.
È con un trucco ch’egli è l’artefice ricreativo di questo pantano molliccio chiamato Drohobycz che – per gioco o disperazione – diventa un cumulo colorato come nessun altro posto nel mondo: “Bisogna fissare gli occhi come sanguisughe nella più nera oscurità, far loro lieve violenza, spingerli a forza attraverso l’impenetrabile, lasciarli scorazzare” per accorgersi che “non è completamente buio, qua, come si potrebbe supporre. Al contrario, palpita tutto di luce”.
Ebbene, com’è che si chiama questo trucco, questo numero artificiale e fasullo, questo bizzarro ed illogico che caratterizza tutti, ma proprio tutti, i racconti di Schulz? “Metafora” si chiama: “Dipende da una caratteristica della mia esistenza che io parassiti nelle metafore, che mi lasci così facilmente trascinare dalla prima metafora che trovo”.
Metafore traboccano come chicchi d’uva in un vigneto, come trabocca la schiuma dai boccali ripieni, come trabocca ciò che non si tiene, si frena, si dà una misura opportuna: come l’erba di un giardino che non viene tosato, come il dolce che si gonfia troppo in un forno, come il tratto oltre bordo di un bambino che scarabocchia gli spazi.
Schulz − che fece della sua biografia personale e familiare l'argomento di ogni sua composizione − tende ad esagerare, irrefrenabile, ed è così che le stoppie dorate stridono “come fulve cavallette”, i gusci pieni di semi esplodono “come larve di cicale”, i giorni hanno il sapore dei “piatti pepati o ricchi di spezie piccanti”. Servo all’associazione continua – schiavo della relazione tra immagini – egli racconta la propria esistenza eccedendo in sfavillio, prodigalità, in esuberanza ed infarcendo le pagine di aggettivi e svolazzi che – dalle pagine – quasi cascano come casca, da una torta, la marmellata in eccesso.
Per questo, se si resiste inizialmente alla sua barocca festosità, si prova poi lo stupore insostenibile che – ad esempio – provò Hrabal: “Bartôs mi regalò anni fa il libro che aveva tradotto dal polacco, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz. Mi ricordo come se fosse oggi che, dopo aver letto mezza pagina, riposi il libro e uscii a fare due passi, non riuscivo più a vedere, ed è così anche oggi, mi gira la testa per come è straordinario questo libro, prezioso ed emozionante è questo testo, che appartiene alla sfera della genialità”.
Per Schulz, quindi, potremmo usare le parole ch’egli stesso utilizza – in una delle prose – per descrivere suo padre: egli è “un incorreggibile improvvisatore, maestro schermidore dell’immaginazione, uomo straordinario, difensore della causa persa della poesia”. Convinto che “il Creatore dell’Universo non ebbe il monopolio della creazione” – che invece è “un privilegio di tutti gli spiriti” – Schulz si aggira tra le cose “come un magnetizzatore, contaminandole ed incantandole col suo fascino pericoloso”, al fine di riplasmarle con felicità fanciullesca.
Ne viene così la “pseudorealtà”, la “pseudovegetazione”, la “pseudofauna” e tutto uno pseudomondo composto dalla “fermentazione fantastica” di ogni dettaglio possibile.
Visto – di volta in volta – come il cugino minore di Kafka, il fratello minore di Gombrowitz, l’amico più piccolo di Witkiewicz, forse sarebbe ora di leggere Schulz soltanto come Schulz, liberandolo da discendenze fortuite o da vicinanze ingannevoli: “La parentela con Kafka gli può ugualmente bene aprire la strada come chiudergliela. Se diranno che è un cugino di più è rovinato. Se invece si accorgeranno dello splendore specifico, della luce particolare che emana da lui, come da un insetto fosforescente, sarà pronto ad entrare, slittando come sull’olio, nella fantasia già lavorata da Kafka e dalla sua stirpe… e allora le estasi dei buongustai lo lanceranno in alto. E se l’eccessiva poeticità di questa prosa non stancherà troppo, la gente ne sarà abbagliata” scrive Gombrowitz, un attimo dopo aver ammesso – mentendo a sé stesso e agli altri per allontanarsi dal giogo degli accoppiamenti forzati – di non aver mai finito un suo libro.
Adulto rimasto bambino, uomo abituato a camminare rasentando l’ombra dei muri, disegnatore incallito e inchiostratore di storie, mostriciattolo estetico dotato di una testa gigante, aspirante fantasma di se stesso, groviglio di titubanze e paure, amante mancato o sottomesso di donne inesistenti, essere incerto e fin troppo spaurito per avere il coraggio di esistere, mucchietto di carne desideroso d’essere un mucchietto di polvere, bestia malata che sogna di ritirarsi in disparte ma – anche – cantambanco e strachiacchierone, guitto giulivo, buffone miracoloso, dissipatore felice di fonemi e invenzioni.
Cereo a guardarlo, come si legge di seguito – “Che aspetto ho? Di tanto in tanto mi guardo nello specchio. Che cosa strana,  ridicola e dolorosa! Fa vergogna confessarlo. Non mi vedo mai faccia a faccia. Ma un po’ più dentro, un po’ più lontano, sto là, in fondo allo specchio, mezzo di fianco, mezzo di profilo, sto là pensieroso e guardo di lato” – Bruno Schulz fu – nel buio terribile del Novecento europeo – un’apparizione schizzata, un fuoco artificiale improvviso, una fiammella floreale involontaria e fugace. Fu un barbaglio, vagabondo ed inutile, che giunto al suo picco, esplode e  svapora.
Di lui – introvabile il corpo, forse sepolto in una fossa comune su cui l’amministrazione sovietica decise, nel dopoguerra, di edificare un quartiere-dormitorio – non resta che un libro con tutti i racconti, tutti i saggi, tutti i disegni. Probabile che, a breve, finisca di nuovo fuori commercio.
Così, talvolta, finiscono gli uomini. Così, talvolta, le storie svaniscono.

 

 


PS. I disegni posti a corredo dell'articolo sono ad opera di Bruno Schulz e sono contenuti nel volume Einaudi citato nella bibliografia che segue.

 

 

 

 

Bruno Schulz
Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni
traduzioni di Anna Vivanti Salmon, Vera Verdiani e Andrzej Zielinski
a cura e con uno scritto di Francesco Cataluccio
Torino, Einaudi, 2008, pp. 530


Ugo Riccarelli
Un uomo che forse si chiamava Schulz
Milano, Mondadori, 2012
pp.146

Francesco Cautaluccio
Vado a vedere se di là è meglio
Palermo, Sellerio, 2010
pp. 409


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