“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Lunedì, 22 Luglio 2013 02:00

EROTISMO IN LETTERATURA 03: IL NECROFILO di Gabrielle Wittkop

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Il necrofilo è attratto sessualmente dai cadaveri.
La necrofilia è una “parafilia” (anomalia del comportamento per cui la soddisfazione sessuale è raggiunta solo attraverso atti perversi) che il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) classifica come “non altrimenti specificata” in quanto non soddisfacente alcuna categoria specifica (insieme ad essa sono annoverate ‘scatologia telefonica’, ‘parzialismo’, ‘zoofilia’, ‘coprofilia’, ‘clismafilia’ ed ‘urofilia’; le altre categorie sono invece: “Esibizionismo”, “Feticismo”, “Frotteurismo”, “Pedofilia”, “Masochismo sessuale”, “Sadismo sessuale”, “Feticismo di travestimento” e “voyeurismo”).

Noi non riusciamo a immaginare questa passione infame. Gabrielle Wittkop sì. Lei immagina un uomo, Lucien N., che possiede i morti. Un uomo perennemente vestito a lutto, ospite inatteso ai funerali, trafugatore di tombe. Un comune antiquario, dalla vita grigia e solitaria, un omuncolo banale. Ma anche un necrofilo circonfuso da un odore sinistro di bombice. Lucien descrive minutamente l’atto sessuale con cadaveri di ogni tipo − vecchi e bambini, maschi e femmine − con un linguaggio raffinato, tale da far sembrare il vizio un piacere da esteta.
"Ho festeggiato l’anno nuovo in buona compagnia: quella di una portiera della rue Vaugirard, morta d’embolia. […]
Con lei l’amore è improntato a una certa calma. Non m’incendia la carne, anzi la rinfresca. Io, abitualmente così avaro del tempo che trascorro con i morti − un tempo che trascorre rapidissimo − e che tento di sfruttare ogni secondo in loro compagnia, stanotte mi sono steso accanto a lei, per dormire qualche ora, come uno sposo accanto alla sposa, con un braccio sotto la sua esile nuca, una mano posata su quel ventre che mi ha donato qualche gioia"
. (p. 28)
Le giornate trascorrono, gli amori si consumano, e di tanto in tanto Lucien si abbandona ai ricordi. Lo scopriamo ragazzino avere la sua prima erezione, sfiorarsi e, quasi raggiunta l’acme del piacere, apprendere della morte della madre. Quel cadavere a lui così caro, visto in quel momento, è l’origine del vizio che conferisce un senso alla sua vita.
Un giorno, per timore di essere scoperto, Lucien lascia la casa e raggiunge la città a lui più cara: Napoli.
"E poi desideravo ardentemente rivedere Napoli, la città più macabra, Napoli, la bocca dell’Ade. Lì giocano con i morti come con grandi bambole. Li imbalsamano, li seppelliscono, li disseppelliscono, li lavano, li pettinano, gli incastrano ampolle rosse e verdi nelle orbite, li pongono in nicchie murarie, li drizzano in bare di vetro verticali. Li vestono, li svestono, e non v’è nulla di più bizzarro di queste mummie rigide nelle loro vesti eccentriche, con parrucche di stoppa, un mazzo di fiori di cera polverosa tra le dita. […]
Napoli… Meno di cent’anni fa ai funerali si portavano ancora i cadaveri lungo le strade, come nella Roma antica. Oggi s’incontrano solo le grandiose carrozze della morte, con lanterne gigantesche e pennacchi di struzzo neri"
. (pp. 70-1)
È proprio a Napoli che si consuma il destino di Lucien.
A Napoli, come dice Adrian W. Martin, alla gioia di vivere si oppone “l’amore per la morte”: “gioia, splendore e bellezza vengono sentiti in modo così esuberante solo perché anche l’attrazione dell’oscurità, del pericolo e dell’annientamento possono esser celebrati con uguale intensità ed ebbrezza. Ogni polo ha il suo opposto. Ambedue si elevano e si illuminano a vicenda attraverso un riflesso reciproco” (cito da Marino Niola, Il purgatorio a Napoli, p. 176). Un necrofilo, in una necropoli, non può che perdere il controllo di sé: troppe sollecitazioni, troppa morte, impossibile resistere.
Ma che cos’è, infine, un necrofilo?
La Wittkop, nella nota alla traduzione italiana, offre una risposta che un po’ sconcerta: “l’amore necrofilo è senza alcun dubbio il solo realmente puro, infatti lo stesso amor intellectualis esige di essere corrisposto. Non v’è invece nessuna contropartita per il necrofilo, il dono di se stesso non suscita eco alcuna”. (p. 95)
Necrofilia come amore puro, dunque. Nessuno l’avrebbe immaginato. D’altro canto la perfezione marmorea dei corpi che si susseguono tra le pagine del libro, descritti col piglio di un critico di arte barocca, è un’allusione continua alla purezza (non è un caso che il sangue, segno di impurità assoluta, non appaia mai; addirittura vengono ad esso preferite le più sozze secrezioni).
A conferma di un tale tipo di rappresentazione della necrofilia, ricordiamo il caso 119 del Supplemento alla Psychopathia sexualis di Albert Caraco:
“A sentir lui il necrofilo sarebbe l’uomo più di ogni altro passionevole e pertanto il più tenero degli esseri, il suo è un atto di rivolta degno di rispetto né c’è un altro cosiddetto crimine passionale che abbia la stessa forza, ecco fra noi Prometeo ritornato, che disputa al nulla una carne covata dal desiderio allo stato puro”. (p. 131)

 

 

Erotismo in Letteratura
Gabrielle Wittkop
Il necrofilo
(1972)
traduzione di Renato Baldassini
ES, Milano, 1998
pp. 96

 

Albert Caraco

Supplemento alla Psycopathia sexualis (1975)

A cura di Anita Tatone Marino

traduzione di Anita Tatone Marino

introduzione di Ruggero Guarini

Guida, Napoli, 1991

pp. 220

 

Marino Niola

Il purgatorio a Napoli

Meltemi, Roma, 2003

pp. 191

 

American Psychiatric Association

DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (2000)

A cura di Vittorino Andreoli

Masson, Milano, 2002

pp. 1002

 

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