"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 02 Luglio 2013 02:00

"Caligola" di Albert Camus: un ragionamento assurdo

Scritto da 

 

“O mon ame, n’aspire pas à la vie immortelle, mais épuise le champ du possible.”
PINDARE, 3
e  Pythique”¹.

 

 

Albert Camus, straniero, algerino francese (pied-noir²), nasce nel 1913 a Mondovi (Algeria), in condizione di estrema povertà. Il padre muore nella prima battaglia di Marna del 1914 e Albert viene affidato alla severissima nonna e alla madre, di origine spagnola. Il rapporto con la madre è difficile, segnato dall’incomunicabilità: nell’opera Les Voix du quartier pauvre (1973) lo scrittore si riferisce a lei come “celle qui ne parlait pas” (colei che non parlava) e come ad una donna “enfermée dans un silence animal"(chiusa in un silenzio selvaggio).

L’infanzia di Camus è quindi dominata dalla presenza-assenza della madre, dalla povertà, dal sole di Algeri, dal mare, dal corpo, dalla vitalità: tutti elementi che ritorneranno con grande forza nell’opera dello scrittore.
Camus è stato uno scrittore éngagé (impegnato), ha sempre lottato per la libertà, per l’emancipazione dell’uomo, per la Verità, con la consapevolezza che la sua ricerca avrebbe potuto portare l’uomo a migliorare la sua condizione. Lo scrittore si interrogò continuamente sul senso della vita e sul ruolo dell’écrivain nel mondo senza mai pervenire ad una risposta certa, definitiva.
Nel 1941 annota sui suoi Carnets: “Terminé Sisiphe. Les trois absurdes sont achevés".3
Nasce così il Ciclo dell’Assurdo (da Camus denominato anche “Ciclo della Negazione"). Esso comprende un saggio filosofico, un’opera teatrale ed un romanzo: rispettivamente Le Mythe de Sisphe (1942), Caligula (1945) e L’étranger (1942).
La riflessione sull’assurdo rappresenta un momento di svolta per la produzione camusiana. Questa nozione appare per la prima volta nei suoi Carnets nel 1936, per essere poi largamente approfondita nel Mythe de Sisiphe:
“Dans un univers soudain privé d’illusions et de lumières l’homme se sent un étranger.
Cet exil est sans recours puisqu’il est privé des souvenirs d’une patrie perdue ou de l’espoir d’une terre promise. Ce divorce entre l’homme et sa vie, l’acteur et son décor, c’est proprement le sentiment de l’absurdité”.4
La percezione dell’Assurdo si ha con la rottura dei gesti meccanici dell’esistenza, con la raggiunta consapevolezza che la vita non ha senso, né fine, né scopo.
"Lever, tramway, quatre heures de bureau ou d’usine, repas, tramway, quatre heures de travail, repas, sommeil, lundi, mardi, mecredi, jeudi et samedi sur le meme rythme, cette route se suit aisément la plupart du temps”.5
Ad un tratto un desiderio di chiarezza, una sete di assoluto scuotono la coscienza; è proprio dal confronto tra l’appello umano e il silenzio irragionevole del mondo che ha origine l’Assurdo.
La coscienza dell’Assurdo svela “l’hostilité primitive du monde” (la primitiva ostilità del mondo), ovvero il sussistere del mondo a prescindere da noi: noi siamo stranieri al nostro stesso universo, e tutte quelle figure o convinzioni che proiettavamo su di esso scompaiono, lasciandoci intravedere per un istante il volto senza maschera dell’esistenza.
Giunto a questo punto, l’individuo non può più tornare indietro, non spera in una riconciliazione perché sa che non vi è più speranza e questa consapevolezza è la sua forza. Egli ha due possibilità: il ristabilimento o il suicidio. Camus dice no al suicidio: il suicida è esattamente il contrario del condannato a morte (emblema dell’uomo assurdo) perché egli, suicidandosi, afferma la vittoria dell’Assurdo sulla vita; al contrario l’uomo non deve risolvere il conflitto, deve continuare a combattere contro l’Assurdo.
È qui che sopraggiunge il concetto di “rivolta”. Camus concettualizza la “rivolta” come perpetuo confronto tra l’uomo e la sua oscurità: è la coscienza dell’uomo che guarda chiaramente se stesso, è la certezza di un destino schiacciante, ma senza rassegnazione.
Vivre c’est faire vivre l’Absurde” (Vivere significa far vivere l’Assurdo); l’uomo deve continuare a far vivere dentro di sé l’Assurdo perché paradossalmente la “rivolta” contro di esso conferisce valore alla vita. L’Assurdo esalta la libertà dell’individuo: è vero che esso ha annichilito tutte le possibilità dell’eterno, ma contemporaneamente ha arricchito le possibilità terrene dell’uomo.
La ragione profonda della libertà dell’uomo risiede nel fatto che l’essere Assurdo non vive proiettato nel domani, ma vive ogni attimo presente nella sua pienezza. Nella vita assurda non esiste una scala di valori, l’uomo deve puntare all’accumulo, alla quantità delle esperienze, vivere nell’indifferenza dell’avvenire e nel desiderio di esaurire tutto ciò che ci è dato nella vita. Ed ecco che infine, paradossalmente, l’Assurdo diventa passione per le cose del mondo, volontà di vivere e libertà assoluta.
Camus ripete spesso che l’Assurdo deve essere perseguito, logicamente, fino alle sue estreme conseguenze e sono proprio la logicità, la fermezza e la lucidità a caratterizzare uno dei più complessi personaggi della sua opera, l’uomo assurdo ed implacabile per eccellenza: Caligola.
Caligula è un’opera teatrale rappresentata per la prima vota nel 1945 al Théatre Hébertot; essa è il dramma della libertà, della crudeltà e dell’amara solitudine umana.
Il personaggio principale, Caligola, è l’Imperatore travolto improvvisamente dalla follia omicida. Egli vuole insegnare agli uomini la Verità − e cioè che la morte, coma la vita, non ha alcun senso − vuole spogliarli delle loro false convinzioni, della speranza nell’eterno; afferma di voler assumere “il volto stupido ed incomprensibile degli dei”, di volersi sostituire al Destino, all’Assurdo, per far comprendere agli uomini che “rien ne dure” (nulla dura) e “meme la douleur a perdu son sens” (perfino il dolore ha perso di significato).
Dietro a questa innegabile disumanità e immoralità si cela un Caligola profondamente insoddisfatto, sofferente, che si aggira insonne per i corridoi del palazzo, ossessionato dal rumore di denti che battono. Un Caligola alla ricerca della Luna, dell’Assoluto e dell’Immortalità. Il fine di Caligola è quello di realizzare l’impossibile, di poter cambiare il corso della storia e degli eventi umani, ma egli si renderà presto conto dell’utopia del suo progetto, della sua impossibilità. La libertà di Caligola è la libertà “sterile e magnifica” del chiaroveggente, di colui che ha colto il non senso della vita, che ha preso atto della sua finitudine ed ha cercato di agire sull’ordine del mondo.
La sua è la storia di una solitudine eterna, insopportabile agli occhi degli uomini comuni, coloro che non possono accettare l’annichilimento del senso dell’esistenza, che non possono accettare la logica schiacciante ed implacabile dell’Imperatore, il suo ragionamento assurdo. Nonostante ciò, egli non si arrenderà mai, nemmeno davanti alla morte, momento estremo in cui grida “Je suis encore vivant!”(sono ancora vivo!). Caligola, pur nella sua immoralità e tragicità, costituisce un personaggio eroico, questo nonostante tragga la sua purezza dal Male.
“Je suis pur dans le mal comme tu est pur dans le bien” (Io sono puro nel male come tu sei puro nel bene) dirà Caligola al giovane poeta Scipione.
L’ultimo lungo monologo di Caligola è un grido disperato all’esistenza. Egli si renderà conto di aver fallito ed il sipario calerà lentamente su di lui. È il tramonto del suo impero, del suo regno di morti e di solitudine eterna:
Se avessi avuto la luna, se l’amore fosse bastato, tutto sarebbe cambiato. Ma come spegnere questa sete? Quale cuore, quale dio avrebbe potuto avere per me la profondità di un lago?
(Inginocchiandosi e piangendo) Niente in questo mondo, niente nell’altro che sia fatto per me.
Ma io so tuttavia, ed anche tu lo sai
(tende la mano verso lo specchio piangendo) che basterebbe che l’impossibile esista. L’impossibile! L’ho cercato ai limiti del mondo, ai confini di me stesso.
Ho teso le mie mani
(gridando allo specchio), tendo le mie mani e trovo te, sempre te davanti a me; e sono pieno di odio per te. Non ho preso la via che si doveva, la mia strada non mi ha portato a nulla. La mia libertà non è quella giusta. Elicone! Elicone! Nulla, ancora nulla.
Oh! Com’è pesante questa notte! Elicone non arriverà: saremo per sempre colpevoli!
Questa notte è pesante come il dolore  umano
”.6

 

 

 

 

NB: le traduzioni dal francese sono state effettuate dall'autrice dell'articolo: Jennifer Poli.



 

 

 

 

1) “Anima mia, non aspirare alla vita eterna ma esaurisci il campo del possibile”, Pindaro citato da Albert Camus in Le mythe de Sisiphe (1942), ed. folio essais, giugno 2012 (I edizione, gennaio 1985), p. 15.
2) Il termine "Pied-noir" (pronuncia: pjenwaʁ, Piedi Neri), utilizzato come sostantivo o aggettivo, designa oggi nel linguaggio corrente i francesi (per cittadinanza anche se non sempre di origine francese) d'Algeria rimpatriati a partire dal 1962.
3) “Sisifo è terminato. I tre assurdi sono completati”, Albert Camus, Carnets I, ed. Gallimard, p. 224.
4) “In un universo all’improvviso privato di illusioni e di speranze, l’uomo si sente straniero. Questo esilio è senza via d’uscita perché privato dei ricordi di una patria perduta o dalla speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l’uomo e la sua vita, tra l’attore e la sua scena, è propriamente il sentimento dell’assurdità”, Albert Camus, Le Mythe de Sisiphe (1942), ed. folio essais, giugno 2012 (I edizione gennaio 1985), p. 20.
5) “Alzarsi, tram, quattro ore di ufficio o di fabbrica, pasto, tram, quattro ore di lavoro, pasto, sonno, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato seguendo lo stesso ritmo, questo percorso è compiuto comodamente per la maggior parte del tempo”, ivi, p. 29.
6)  Albert Camus, Caligula (1945), ed. folio, gennaio 2012 (I edizione marzo 1972), p 149-50.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook