"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 14 Giugno 2013 02:00

Jean Cocteau e il mito di Orfeo

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“J’avoue avoir souvent voulu sauter le quatrième mur mystérieux sur le quel les hommes écrivent leurs amours et leur désirs”.1

Jean Cocteau è stato uno degli artisti francesi più innovativi del ventesimo secolo. Poeta, romanziere, drammaturgo, cinematografo, pittore, disegnatore, scultore e decoratore, è raro trovare una personalità di tale poliedricità. Non è appartenuto mai ad alcuna corrente, non ha voluto mai chiudersi in un sistema, ma ha tratto il meglio da tutte le avanguardie dell’epoca, i cosiddetti “ismi” (cubismo, futurismo, purismo, orfismo, espressionismo, dadaismo e surrealismo), introiettandoli e rielaborandoli. Basti leggere, a conferma di ciò, la citazione da Baudelaire che pone in epigrafe a La Machine infernale (1934):

“J’ai essayé plus d’une fois, comme tout mes amis, de m’enfermer dans un système pour y prêcher à mon aise. Mais un système est une espèce de damnation... Je suis revenu chercher un asile dans l’impeccable naiveté. C’est la que ma conscience à trouvé repos. Charles Baudelaire”.2

Con il suo mento pronunciato, gli occhi trafiggenti, le dita affusolate, con la sua essenziale eleganza, con la sua genialità e prontezza di spirito, Cocteau lasciava i suoi interlocutori, dopo lunghe conversazioni, confusi al punto da ritrovarsi, come racconta l’amico Paul Morand, “esiliati dal Regno dell’Arte”.
È stato al centro di una rete di amicizie che comprendeva figure di rilievo come Picasso, Colette, Stravinskij, Diaghilev, Coco Chanel, Edith Piaf, Gide, Proust, Raymond Radiguet e Breton.
Uno dei tratti più innovativi della produzione di Cocteau concerne il suo particolare approccio all’opera artistica: egli infatti prende parte attiva alle sue creazioni, come attore nei film o insinuandosi nelle opere teatrali attraverso sottili giochi di scrittura. Cocteau è una presenza costante nella sua opera, non abbandona mai fisicamente e mentalmente il suo lavoro, resta sempre celato dietro qualche angolo della pagina, dietro qualche battuta o qualche pennellata di colore.
Per l’artista francese la Scrittura è Poesia, ed egli considerò tutte le sue opere come branche della poesia: Poésie de Roman, Poésie, Poésie critique, Poésie de Théatre et Poésie de Cinema.
L’arte è veicolo di poesia ed il poeta è colui che parla quella lingua "ni vivante ni morte que peu des personnes parlent et que peu de personnes entendent”,3 quell’essere addormentato ed infermo, senza braccia e senza gambe, che sogna di gesticolare e di correre, colui che sogna di oltrepassare i nostri miseri limiti umani. Cocteau in un’intervista sul film Le Testament d'Orphée (http://www.youtube.com/watch?v=DzbDcUMX8uQ) dice chiaramente di non amare ‘il poetico’ ma la Poesia "qui se fait tout seule et dont on ne s’occupe jamais" (che si crea da sé e della quale non ci si occupa mai), quella poesia che sorge quasi inconsciamente dall’anima dell’artista, la poesia che viene concepita nel Sonno: un canto senza musica, una parola senza voce che viene soffiata da una forza ignota al cuore del poeta. Cocteau, infatti, non parla di ispirazione ma di ‘espirazione’, ciò in riferimento a quel processo di creazione poetica definito perfettamente da Paul Claudel:
“Et je définissais dans le secret de mon coeur cette fonction double et réciproque par laquelle l'homme absorbe la vie et restitue dans l'acte de l'expiration une parole intelligibile”.4
Cocteau detestava il fantastico, il pittoresco, i simboli, egli amava il realismo o, meglio, il suo realismo: "un réalisme irréel” che si ispira al meccanismo del sogno, ma che non lo è affatto. Così, insieme a tutte le altre forme d’arte, il cinema per Cocteau è "une forme pétrifiante de la pensée qui resusscite les actes morts. Un film permet de donner l'apparence de la realité à l'irréel" ("una forma pietrificante di pensiero che resuscita gli atti morti. Un film permette di dare apparenza di realtà a ciò che è irreale"). L’artista deve abbandonare tutte le convenzioni artistiche, i simboli comuni, deve spogliare la realtà dalle forme apparenti al fine di inoltrarsi in quello spazio puro che è la vera essenza dell’Arte, l’Essere stesso della creazione poetica.
Henri Bergson in Nature et function de l’art esprime chiaramente ciò che Cocteau intende per realismo in arte:
“Ainsi qu’il soit peinture, sculpture, poésie ou musique, l’art n’a d’autre objet que d’écarter les symboles pratiquement utiles, les généralités conventionnellement et socialement acceptées, enfin tout ce qui nous masque la realité, pour nous mettre face à face avec la realitè meme. [...] L’art n’est surement qu’une vision plus directe de la réalité. Mais cette pureté de perception implique une ropture avec la convention utile [...] enfin, une certaine immaterialité de la vie, qui est ce qu’on a toujours appellé idealisme. De sorte qu’on pourrait dire, sans jouer aucunement sur le sens de mots, que le réalisme est dans l’oeuvre d'art quand l’idéalisme est dans l'ame, et que c’est à force d’idéalité seulement qu’on reprend contact avec la realité”.5
Intorno all’opera di Cocteau vi è spesso un’aura di mistero, una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, mitica. Si può dire che essa sia un mito personale:la scrittura per lui è sempre una mitografia, ossia una riscrittura dei propri miti individuali che riecheggiano e convergono.
L’artista francese ha conferito una importanza eccezionale al mito di Orfeo. Egli si identifica pienamente con questo personaggio eroico, colui che fece il timoroso passo nell’aldilà, che con la sua lira incantò la terra e gli inferi. Ruota intorno a questa figura una trilogia composta da una pièce teatrale,  Orphée (1927), e da due film, Orphée (1950) e Le Testament d’Orphée (1960).
Secondo la definizione che egli stesso fornisce nel Journal d’un Inconnu (1952), il tema orfico è essenzialmente collegato a quello della “naissance inexplicable des poèmes” (nascita inspiegabile delle poesie), e dunque alla Genesi della Poesia: si tratta di compiere la discesa iniziatica nelle profondità del proprio essere, "sa nuit intérieure” (la sua notte interiore). A tal proposito, il poeta deve essere quindi "archéologue de sa nuit" (archeologo della sua notte) e deve far riemergere a un livello conscio tutti quei reperti sotterranei appartenenti all’Inconscio. Se scopo del poeta è "mettre sa nuit en plein lumière” (portare la sua notte in piena luce), quello di Orfeo è discendere nell’Inferno per riportare Euridice alla luce del giorno; per fare questo il poeta ed Orfeo, l’uno il doppio dell’altro, devono oltrepassare i limiti umani, accedere ad una dimensione che va oltre l’umano, la “zone”, ossia un luogo a-spaziale e a-temporale in cui i personaggi entrano attraversando lo specchio, mitico intermediario letterario:
"Les miroirs sont les portes à travers lesquelles la Morte va et vient".6
Il poeta infatti non può compiere questo viaggio senza l’aiuto di intermediari, ed ecco allora la necessità di figure chiave come lo specchio appunto, ma anche la Morte, l’Angelo Heurtebise, il cavallo, l’autoradio, tutti mezzi che gli permettono di muoversi agevolmente da un mondo all’altro, dall’aldiquà all’aldilà.
E tuttavia va precisato che nell’Orfeo di Cocteau vige l’interdizione dalla “zone” con la conseguente punizione: il poeta, infatti, è condannato a vivere sempre diviso tra due mondi, tra due dimensioni inconciliabili eppure così profondamente legate tra loro.
Il legame tra mondo umano e mondo sovraumano si manifesta spesso in forma di legame amoroso. Nel film Orphée, Orfeo si innamora della Morte, una sorta di affascinante e mondana Parca; nella pièce teatrale, Orfeo deve recuperare la sua amata Euridice che ormai è diventata anch’essa un essere dell’ombra. Ma l’amore oltrepassa sempre i divieti ed i limiti terrestri. Questa traversata di luoghi proibiti e pericolosi in cerca dell’essere amato rappresenta anche un viaggio verso l’Inconnu (Ignoto), luogo dove gli uomini scrivono i loro sogni ed i loro desideri, la terra dei poeti, degli eroi, dei bambini. Il viaggio di Orfeo è strumento di rigenerazione, metamorfosi, rinascita, e va accostato a quella scienza che Dalì definì ‘fenixologia’: la capacità del poeta di morire molte volte per poi risorgere della sue stesse ceneri.
Nel film Le Testament d’Orphée, la ‘fenixologia’ è alla base del percorso del poeta. Questi deve vivere diverse vite e attraversare diversi momenti spazio-temporali prima di raggiungere la dea Atena. Deve poi portare con sé un fiore di Ibisco donatogli da Cégeste che, risorto dalle acque marine, afferma che "Cette fleur est faite de votre sang, elle épouse le syncopes de votre destin" ("questo fiore è fatto del vostro sangue, sposa le sincopi del vostro destino"). Nell’ultima scena del film il fiore caduto a terra si trasforma nella carte d’identità di Cocteau: chiaramente ciò significa che vi è una sorta di identificazione tra il fiore di Ibisco ed il poeta. Ma Cocteau non diede mai alcuna spiegazione a riguardo, non a caso il sottotitolo del suo film è "ne me demandez pas pourquoi" ("non chiedetemi perché"): egli non ha mai voluto che le sue immagini venissero razionalizzate ma semplicemente desiderava che fossero sentite ed apprezzate per la loro bellezza o stranezza. Cocteau non ci ha offerto coordinate precise, non ha svelato i suoi misteri, le sue idee sono state spesso espresse in forma di paradossi; egli resta un enigma da svelare e le sue opere permangono come geroglifici da decodificare.

 
NB: le traduzioni dal francese sono state effettuate dall'autrice dell'articolo: Jennifer Poli.
 
 
 
 
 


1) “Confesso di aver spesso voluto saltare quel quarto muro misterioso sul quale gli uomini scrivono i loro amori ed i loro desideri”, J. Cocteau, Le Testament d’Orphée (1960),in id., Romans, poésies, oeuvres diverses, ed. La Pochotèque, 2010 (I edizione, 1995), p. 1344.

2) “Ho provato più di una volta, come tutti i miei amici, a chiudermi in un sistema per predicarvi a mio agio. Ma un sistema è una specie di dannazione... Sono tornato per cercare asilo nell’impeccabile ingenuità. Solo là la mia coscienza ha trovato riposo. Charles Baudelaire”, J. Cocteau, La Machine infernale (1934), in Romans, poésies, oeuvres diverses, cit., p. 1120.

3) “Né viva né morta che poche persone parlano e che pochi comprendono”, J. Cocteau, Le Testament d'Orphée (1960) in Romans, poésies, oeuvres diverses, cit., p. 1345.

4) “E definivo nel segreto del mio cuore quella funzione doppia e reciproca per la quale l’uomo assorbe la vita e restituisce, nell'atto dell’espirazione, una parola intelligibile”, cito da P. Claudel, La Ville (1890-1897), in AA. VV., Collection littéraire Lagarde et Michard, XX siècle, ed. Bordas, Parigi, 2003, p.193.

5) “Così, che sia pittura, scultura, poesia o musica, l’arte non ha altro scopo se non quello di allontanare i simboli praticamente utili, le generalità convenzionalmente accettate, insomma tutto ciò che ci maschera la realtà, per porci faccia a faccia con la realtà stessa. […] L’arte non è che una visione più diretta della realtà. Ma questa purezza di percezione implica una rottura con la convenzione utile [...] infine, una certa immaterialità della vita che è ciò che abbiamo sempre chiamato idealismo. In tal senso si potrebbe dire che, senza giocare in nessun modo sul senso delle parole, il realismo è nell’opera d’arte quanto l’idealismo è nell’anima e che è solo attraverso quanto è ideale che si riprende contatto con la realtà”,Henri Bergson, Rire (1900), in AA. VV., Collection littéraire Lagarde et Michard, XX siècle, cit., p. 82.

6) “Gli specchi sono le porta attraverso le quali la Morte va e viene”, Orphée (1950), film.

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