“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 06 Giugno 2013 02:00

EROTISMO IN LETTERATURA 02: Il giardino dei supplizi di Mirbeau

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Incipit.

Una sera, alcuni amici si erano riuniti da uno dei nostri scrittori più celebri. Dopo un’abbondante cena, discutevano sul delitto, non so più a proposito di che cosa, di niente, probabilmente. C’erano soltanto uomini; moralisti, poeti, filosofi, medici, tutte persone in grado di parlare liberamente, secondo i loro capricci, le loro manie, i loro paradossi, senza il timore di veder spuntare di colpo lo sgomento e il terrore che la minima idea un po’ audace fa apparire sulle facce sconvolte dei notai. - Dico notai come potrei dire avvocati o portieri, certamente non per disprezzo, ma per indicare un livello medio della mentalità francese.

 

Il giardino dei supplizi di Octave Mirbeau, pubblicato nel 1899 nella Francia scossa dall’affaire Dreyfus, è un romanzo che si pone per stile ed atmosfera tra il naturalismo (Mirbeau è stato vicino al gruppo di Médan) e il decadentismo. L’opera, frutto anche della rielaborazione di articoli giornalistici, consta di tre parti.

Nella prima parte, “Frontespizio”, uomini di lettere e di scienza discorrono cinicamente del delitto. Base di partenza è un’affermazione di uno scienziato darwinista:

“[…] il delitto è la base stessa delle nostre istituzioni sociali, e quindi la necessità più imperiosa della vita civile… Se non ci fossero più delitti, non ci sarebbero più governi di nessun tipo, per l’eccellente motivo che il crimine in generale e il delitto in particolare sono non solo la loro giustificazione, ma la loro unica ragione d’essere… Perciò, lungi dal cercare di eliminare il delitto, è indispensabile coltivarlo con intelligenza e perseveranza… E non conosco sistema migliore di coltivazione delle leggi” (pp. 17-8).

Un misterioso «uomo dal volto devastato» vira la discussione sulle donne e sulla necessità di smentire la loro presunta “purezza” di matrice romanzesca per metterne in risalto l’attrazione verso chi si macchia di atti esecrabili. La spiegazione è semplice: “Il delitto nasce dall’amore, e l’amore raggiunge la massima intensità con il delitto… È la stessa esaltazione fisica… Gli stessi sospiri, gli stessi morsi… e, spesso, le stesse parole, tra identici spasimi” (p. 32).

La seconda e la terza parte, “In missione” e “Il giardino dei supplizi”, sono il racconto in prima persona, da parte dell’"uomo dal volto devastato", delle sventure che lo hanno portato a conoscere una di quelle donne che sospirano tra gli orrori. Il protagonista narra la scalata politica effettuata avendo una visione pragmatica e cinica degli affari di stato (“notiamo per inciso che al giorno d’oggi una disonestà esibita apertamente supplisce a tutte le qualità e che più un uomo è disonesto, più si è disposti a riconoscergli forza intellettuale e valore morale” p. 39) e disponendo di amicizie influenti, fino al fallimento.

Caduto in disgrazia, non gli resta che accettare la proposta del protettore, il potente Eugène: si tratta di prendere parte a una missione scientifica a Ceylon, il fine ultimo è di far perdere per un po’ le proprie tracce.

Durante il viaggio in Oriente conosce una donna inglese, Clara, della quale si innamora al punto da decidere di seguirla verso il “giardino dei supplizi” del bagno penale di Canton, in Cina. Tra i due c’è un rapporto perverso, in cui lui è vittima e lei carnefice, partendo dal presupposto che, come dice Clara, “chi parla della morte parla anche dell’amore” (p. 88).

L’amore, seguendo il tòpos di tanta letteratura decadente, è descritto come schiavitù e discesa nell’abisso, il connubio tra Eros e Thanatos è portato alle estreme conseguenze. Il protagonista dichiara apertamente la propria sottomissione, la propria perdita d’identità:

“Per la prima volta una donna mi teneva in pugno. Ero il suo schiavo, desideravo e volevo soltanto lei. Niente esisteva più al di fuori e al di là di lei. Invece di spegnere l’incendio di tale amore, il fatto di possederla lo attizzava ogni giorno di più. Ogni volta scendevo sempre di più nell’abisso rovente del suo desiderio e ogni giorno sentivo sempre più che tutta la mia vita si sarebbe consumata a cercarne, a toccarne il fondo!” (p. 93).

La degradazione morale dovuta a questo rapporto è vissuta come una condanna inevitabile, come ossessione e malattia. Clara, negli atti come nei discorsi, ricalca i libertini dell’opera di Sade; ella accompagna il protagonista verso gli inferi, tra delitti e perversioni, godendo della violenza nella maniera più lubrica:

“Vedi come i cinesi, che vengono accusati di essere dei barbari, siano invece più civili di noi, come siano più di noi conformi alla logica della vita e in armonia con la natura! Non considerano l’atto amoroso una vergogna da nascondere… Al contrario lo esaltano, ne cantano i gesti e le carezze… come gli antichi del resto, per i quali il sesso, lungi dall’essere infamante, era un dio! Vedi anche come tutta l’arte occidentale risenta del fatto che le siano state negate le splendide espressioni dell’amore. Da noi l’erotismo è povero, stupido e raggelante… procede sempre per vie tortuose di peccato, mentre qui conserva tutta l’ampiezza vitale, tutta la fragorosa poesia, tutto il grandioso fremito della natura… Ma tu non sei altro che un innamorato dell’Europa… un’animuccia timida e schifiltosa, a cui la religione cattolica ha inculcato la paura della natura e l’odio dell’amore… Ha sviato, pervertito in te il senso della vita…". "Ma, Clara", obiettai, "è forse naturale che tu cerchi la voluttà nella putredine e che porti il gregge dei tuoi desideri ad esaltarsi di fronte ai terribili spettacoli del dolore e della morte? Non si tratta piuttosto di una perversione della Natura di cui invochi il culto, forse per giustificare quanto la tua sensualità ha di criminale e di mostruoso?". "No!", protestò Clara, "poiché l’Amore e la Morte sono la stessa cosa! E poiché la putredine è l’eterna resurrezione della Vita… che diamine!" (pp. 123-4).

Si avverte, gravoso, il peso di società ed educazione repressive; c’è in Clara quella consapevolezza della trasgressione che dovrà attendere lo sviluppo della psicanalisi per diffondersi, e a tal proposito importanti le seguenti parole di Georges Bataille: “ora l’uomo normale sa che la sua coscienza doveva aprirsi a ciò che l’aveva disgustato più profondamente: ciò che ci disgusta più profondamente è dentro di noi” (L’erotismo, p. 208).

Nel “giardino dei supplizi” la Natura è sfavillante di bellezza e di mostruosità: i fiori richiamano al sesso (“il fiore non è altro che un sesso, milady. C’è niente di più sano, di più forte, di più bello di un sesso? Questi petali meravigliosi, queste sete, questi velluti, queste stoffe dolci, morbide e carezzevoli sono le tende dell’alcova, i drappeggi della camera nuziale, il letto profumato dove i sessi si congiungono, dove trascorrono la loro vita effimera e immortale a struggersi d’amore. Che esempio mirabile per noi!”, p. 168), le piante si nutrono di cadaveri, gli uomini sono dediti ai più atroci supplizi dei quali Mirbeau, attraverso la voce al contempo gelida e incantata di Clara, fa descrizioni scabrose (il “supplizio del topo”, per citarne una, è un riferimento a Le 120 giornate di Sodoma di Sade). Ma il giardino costituisce anche un’illuminante chiave interpretativa della realtà:

“Ah, sì! Il giardino dei supplizi! Le passioni, i desideri, gli interessi, le avversioni, le menzogne; e le leggi, le istituzioni sociali, e la giustizia, l’amore, la gloria, l’eroismo, le religioni ne sono i fiori mostruosi, e gli orribili strumenti dell’eterna sofferenza umana… Ciò che ho visto oggi, ciò che ho sentito esiste e grida e urla al di là di questo giardino, che per me non è che un simbolo ormai, su tutta la terra… Per quanto cerchi una sosta nel delitto, un riposo nella morte, non li trovo in nessun luogo…” (p. 198).

A questo punto l’opera di Mirbeau, quasi ad imitare la tensione continua di un rapporto sessuale fino al parossismo del piacere, cambia tono ed esplode nella follia: il cielo si fa rosso, i fiori risplendono misteriosamente, tutto è silenzio. Il protagonista non regge più, il turbamento lo possiede e lo ottenebra, intanto Clara è in deliquio. La narrazione prende una piega misticheggiante.

È qui che finalmente l’erotismo batailliano si manifesta al suo livello estremo.

Bataille possedeva uno scatto del supplizio cinese dei cento pezzi: l’immagine, agghiacciante, è riportata nell’opera Le lacrime di Eros (p. 230). Lo studioso sostiene l’esistenza di un legame tra l’erotismo e l’estasi religiosa che si raggiunge nei riti sacrificali, una sorta di coincidenza degli opposti in cui l’angoscia è al contempo liberazione dall’angoscia. Bataille, al cospetto di quest’immagine, confessa di aver sperimentato il momento supremo:

“Fu in quella occasione che io scorsi, nella violenza di questa immagine, un valore infinito di sconvolgimento. A partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi” (p. 233).

 

NB: l'ultima immagine è la famosa foto di Louis Carpeaux del 1905, "Supplizio di Fou-Tchou-Li", riprodotta in Le lacrime di Eros di Georges Bataille

 

 

 

 

Erotismo in Letteratura

Octave Mirbeau

Il giardino dei supplizi (1899)

traduzione di Fabio Vasarri

SugarCo, Milano, 1991

pp. 220

 

Georges Bataille

L’erotismo (1957)

A cura di Paolo Caruso

traduzione di Adriana dell’Orto

Mondadori, Milano, 1969

pp. 288

 

Georges Bataille

Le lacrime di Eros (1961)

a cura di Alfredo Salsano

traduzione di Alfredo Salsano

Bollati Boringhieri, Torino, 2004

pp. 264

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