“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 14 Aprile 2022 00:00

Con Aram, in giro per il mondo

Scritto da 

L’ultimo romanzo di Ezio Sinigaglia, da poco segnalato dalla Giuria dei Letterati per il Premio Campiello 2022, costituisce la seconda parte – l’altra metà, appunto – del precedente lavoro dell’autore, che recava come sottotitolo Warum e le avventure Conerotiche (Bari, Edizioni TerraRossa, 2021). Il protagonista è lo stesso: Warum, infatti, altro non è che un soprannome di Aram, qui definito santo per la predisposizione innata ad attirare fedeli, adepti al suo personalissimo culto. Predisposizione che, di fatto, si rivelerà vacua, in quanto tutti i suoi devoti finiranno per abbandonarlo, in un modo o nell’altro, per un motivo o per un altro, lasciandolo solo con il fantasma sterile della propria inutile santità.

I suoi principali fedeli sono due – anche se poi ve ne sono molti altri, per così dire minori, che costellano la sua biografia come meteore in transito. Il primo è Cioffi, incontrato durante la naia – “in polveriera”, per riprendere un’espressione dell’autore. Si tratta di un giovane autista chiamato a servire il tenente Aram, e da lui soprannominato Sciofì in ragione delle sue mansioni. Questo amore, tanto improvviso quanto intenso, nasce sotto un cattivo auspicio, in quanto Sciofì sostituisce un altro autista, mandato in licenza per via dell’improvvisa morte della madre. Amore e morte appaiono dunque intrinsecamente legati sin dall’inizio. La relazione termina con il concludersi della naia, ma il giovane dovrà ricomparire nella vita di Aram alcuni anni dopo, nei panni di un aitante idraulico – “il lattoniere degli dèi” –, ragion per cui viene beffardamente ribattezzato Sciaquì. Ci troviamo nella villa in Versilia di Stocky, compositore dal fisico sproporzionatamente grande – al limite della deformità – e dalla sensibilità altrettanto sproporzionatamente pronunciata. Un rubinetto si rompe ed ecco che il ricongiungimento – una vera e propria agnizione, nell’accezione più classica e teatrale del termine – ha finalmente luogo.
Cioffi-Sciofì-Sciaquì negli anni ha finito di diventare adulto, si è trasformato in marito e padre di famiglia, dando seguito alla parte di sé più socialmente accettata, ma forse meno sincera. Il suo ritorno nella biografia del protagonista si fa veicolo di un pezzo di vita forse rimosso, forse volutamente dimenticato. Il mestiere di idraulico non è scelto a caso: l’acqua assume il ruolo di viatico per la memoria, diviene l’emblema di una vitalità e di un appagamento che un tempo sono stati a portata di mano, sia per Aram che per il deuteragonista. Viene in mente il primo romanzo di Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, dove l’acqua – sia essa l’acqua del piccolo canale della città di provincia in cui si svolge la vicenda, o l’acqua su cui posa Venezia – richiama sempre ciò che di più autentico l’essere umano custodisce dentro di sé. Anche nel romanzo parisiano, peraltro, la guerra fa da sfondo e da contraltare a un periodo quasi felice, a una sorta di età dell’oro destinata ad essere rimpianta negli anni a venire.
L’altra metà di Sciofì-Sciaquì è Fifì, Stefano, in vacanza insieme ad Aram, che il lettore già conosce per averlo incontrato nel precedente romanzo di Sinigaglia (cosicché Sciofì si configura come una sorta di “secondo deuteragonista”, rivale del primo). Fifì continua a rappresentare un amore incompleto, in quanto non si concede fisicamente al protagonista, il quale accetta con dolore la situazione, sopraffatto da un sentimento più grande di lui. Fifì e Sciofì sono forse le due facce di una stessa medaglia, o magari sono due tra le molteplici sfaccettature che l’amore può assumere. Del resto, sembrano essere del tutto incompatibili: quando Sciaquì ricompare, scompare Fifì, lasciando dietro di sé solo un enigma da decifrare, e tanto scompiglio emotivo negli stravaganti ospiti della villa versiliese. Qualcuno insinua addirittura che i due siano gemelli – magari, chissà, separati alla nascita, come nella migliore tradizione classica e fiabesca. Ma una cosa è certa (alla stregua di una ferrea legge narrativa e quasi ‘drammaturgica’): è necessario che spunti Sciaquì perché Fifì, illuminato dalla luce gialla e rischiarante della gelosia, si renda conto di amare Aram. Eppure, questa presa di coscienza, lungi dal portare ad un happy ending, al completamento di un amore monco, induce Fifì a fuggire. Il lettore resta sconcertato insieme ad Aram e ai suoi amici; insieme a loro, sotto un diluvio scrosciante dal sapore dannunziano, Aram cerca di decifrare il mistero, racchiuso in poche righe, il cui gioco di parole finale (“la Panda pende”) non ne rappresenta che l’aspetto più superficiale, meno rilevante.
In Fifty-fifty, Sant’Aram nel regno di Marte ritroviamo, oltre a Stocky e a Fifì, anche molti degli altri personaggi presenti nel precedente romanzo. Appaiono spesso simili a divinità archetipiche, ma altre volte diventano figure persino troppo umane per essere di carta. Sono ancora lì, calati in una vacanza senza inizio né fine, con le loro fragilità e i loro paradossi, e costituiscono il presente narrativo. Ampio spazio nel romanzo è dato altresì al periodo della naia, rievocato attraverso un lungo flashback, e in questi giorni tristemente attuale.
La Storia fa capolino nella storia attraverso la notizia di un fallito attentato a Pinochet, ma perlopiù la vicenda sembra galleggiare in una nube sospesa, fuori dal tempo e dallo spazio. Persino la naia (sorta di prova generale della guerra in tempo di pace) – minuziosamente, comicamente, grottescamente descritta in una specie di macroscopico flashback – sembra riassumere in sé l’assurdità, l’insensatezza di tutte le guerre, non di una in particolare. Il regno di Marte richiamato dal titolo, del resto, è proprio il non-luogo delle esercitazioni militari, i cui abitanti sono appunto “marziani”: creature prelevate di peso dalle loro esistenze e condotte a viva forza su di un pianeta sconosciuto, governato da leggi proprie. L’associazione tra naia, guerra in tempo di pace, viaggi tanto spaziali quanto immaginari (e commerci erotici tra giovani uomini costretti dalla sorte a gettarsi troppo bruscamente l’adolescenza alle spalle, indossando “cravatte rosse” drammaticamente simboliche) è un tema che sembra stare a cuore all’autore: è infatti presente anche nel suo racconto lungo “d’ambientazione militare” Soldati sulla luna – uscito nell’antologia Nuvole corsare (a cura di Francesco Borrasso e Giuseppe Girimonti Greco, postfazione di Paolo Lago, Eboli, Caffèorchidea, 2020).
In questo suo ultimo lavoro, come già nelle precedenti prove, Sinigaglia non manca di giocare sapientemente con la lingua italiana e con i suoi dialetti. Spicca tra tutti quello versiliese, parlato proprio da Sciofì (ma non è l’unico ad essere rappresentato). Anche la passione di Aram per i soprannomi, che mirano a estrapolare l’essenza delle persone e a tramutarla in verbo, è senz’altro ascrivibile a una più ampia e costante ricerca dell’autore in ambito linguistico. Si ha spesso la sensazione che Sinigaglia, come l’Arnaut dantesco, voglia mostrare quanto possa la sua lingua madre, testandone le più varie e inedite sfaccettature.
Quando si giunge alla fine della narrazione, si è assaliti da un filo di malinconia, da una sensazione vaga di perdita, di abbandono. Si vorrebbe restare con Aram, accompagnarlo a Pisa, poi a Milano sulle tracce di Fifì, guardare ancora per un po’ il mondo con i suoi occhi, attenti e sognanti nello stesso tempo. Sinigaglia ha saputo creare un mondo multiforme e variopinto, una grande orchestra i cui strumenti suonano note vagamente perturbanti eppure oscuramente familiari a ciascuno di noi.





Ezio Sinigaglia
Fifty-fifty. Sant’Aram nel Regno di Marte
TerraRossa, Bari, 2022
pp. 260

Ultimi da Serena Penni

Lascia un commento

Sostieni


Facebook