“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 23 Marzo 2022 00:00

Scrivere di scrittori

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Il testo di Elio Pecora, come indica il titolo, ospita tre monologhi, i quali hanno al centro le figure di Sandro Penna, Elsa Morante e Juan Rodolfo Wilcock. Attraverso una struttura assai originale, a cavallo tra il teatro e la prosa, Pecora ci descrive una sua personale lettura del mondo interiore di questi noti personaggi letterari.

Le voci, come spiegano le didascalie, appartengono rispettivamente ad un registratore, ad un lettore appassionato e ad una donna dall’aria trasognata. Tali elementi fanno da tramite tra la mente dell’autore e le figure che tanto gli stanno a cuore. Così, Sandro Penna si racconta descrivendo il proprio amore per la vita, lunga eppure scivolata via in un attimo, l’incontro con la poesia, l’orrore per la vecchiaia e la paura della morte. Ci narra dei suoi primi amori, della fascinazione provata nei confronti di giovani ragazzi adolescenti, di un’omosessualità vissuta con totale naturalezza in un’epoca durante la quale per molti era ancora un tabù. Parla, quasi stupito, dell’ammirazione mostrata nei suoi confronti da Eugenio Montale, del dolore lacerante e spaventoso causatogli dalla morte di Pasolini, ma anche di spiagge assolate in cui perdersi con la mente e di un pollo lesso che fa venire il voltastomaco allo studioso imberbe venuto senza permesso a curiosare nella sua esistenza.
Wilcock, invece, ci viene raccontato da un lettore che si imbatte in lui casualmente, compiendo studi su Bolaño. L’uomo è sin da subito catturato dal mondo polimorfo, stravolto e paradossale che l’argentino ha saputo inventare. È colpito dalla sua capacità di scorgere il lato grottesco, assurdo della realtà, dalla sua abilità nel distruggere i luoghi comuni e nel creare personaggi portatori di una stanchezza e di una vitalità ugualmente intense. Personaggi mostruosi eppure bellissimi, ciechi eppure veggenti, inutili eppure grandiosi. Di tali personaggi il lettore ci fornisce un elenco assai esaustivo, quasi a voler dire che nulla meglio di esso può dar conto dell’arte di Wilcock, della sua costante fuga da un microcosmo troppo stretto, fatto di persone e cose omologate tra loro. Ma il lettore in questione sottolinea anche il carattere schivo dell’autore, la sua difficoltà a relazionarsi con il prossimo, la sua diffidenza nei confronti di tutto ciò che viene univocamente definito reale, la sua sconfinata solitudine, persino nella vecchiaia, persino nella morte.
E, sola e schiva, seppure in un modo diverso, ci appare anche Elsa Morante, la cui storia ci viene narrata da una donna che sembra trovarsi spaesata persino all’interno delle mura del proprio appartamento. Forse, nella mente di Pecora, si tratta di una sorta di alter ego della scrittrice. La Morante viene descritta, sin da bambina, come caratterizzata da un profondo, inestinguibile desiderio di raccontare storie, delle quali è essa stessa la prima destinataria. Le storie le servono per proteggersi dalla Storia, che tuttavia essa racconta nel suo romanzo più letto, ma anche per ritrovarsi, per conoscersi fino in fondo. Del resto, le sue narrazioni sono talmente verosimili che più di uno le rivela di aver incontrato per strada i personaggi che le popolano – Arturo, Elisa, Useppe e tanti altri. L’attenzione della scrittrice è sempre verso i più deboli, gli sconfitti, verso coloro che si ostinano a cercare ciò che non troveranno mai. Il suo amore invece insegue invano giovani dissoluti, senza speranze né appigli, fino ad imbattersi, finalmente, nel porto sicuro rappresentato da Moravia. La donna, divenuta una sorta di mito letterario, viene presentata anche nella sua umana quotidianità, fatta di pranzi in trattoria, di cene parche consumate da sola, in casa, ma pure di fughe, di bombardamenti, di rifugi d’emergenza. La sua fine è immaginata come uno spegnimento terribile, un esaurirsi straziante di ogni forza vitale, un annebbiamento progressivo degli occhi viola il cui sguardo sul mondo era stato così acuto.
Nel suo lavoro, Elio Pecora ci restituisce, in sostanza, tre immagini inedite di altrettanti autori novecenteschi, della cui opera si coglie una conoscenza profonda ed accurata. Spiccano, altresì, una profonda passione e una sincera ammirazione nei confronti di esseri umani dalle esistenze travagliate, diversi per modo di scrivere e di vivere ma resi simili dal comune denominatore della parola, percepita come primo strumento conoscitivo della realtà. E – sembra dire Pecora − per Penna, Wilcock e Morante la parola non serve solo per conoscere, ma anche, o forse soprattutto, per reinvenare un mondo che a volte spaventa, a volte annoia, in tutti i casi lascia insoddisfatti.





 


Elio Pecora

Tre monologhi − Penna, Morante, Wilcock
prefazione di Marco Lucchesi
Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2021
pp. 80

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