“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Lunedì, 27 Maggio 2013 02:00

L'orfano e la caffetteria

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Sono rari i romanzi che, pur non essendo completamente fiabe, possono essere letti dai tredici agli ottanta anni. Questo succede con l'ultimo romanzo di Nicola Lecca che sa modulare il ritmo su vari registri di scrittura, al punto che capita che ogni tanto va fuori tema e fuori registro.
Imi, il diciottenne che lascia l'orfanotrofio ungherese con i suoi bimbetti e adulti piangenti per andare a vivere e lavorare a Londra, è il personaggio più bello del libro, ma forse un po' inverosimile. Lecca non dà a questo ragazzo pulsioni sessuali, parolacce, droghe, tanto meno perversioni o altre sconcezze tipiche dell'adolescenza: ne fa un santo, uno che arriva a Londra leggendo il manuale del buon impiegato per trovare lavoro in una rete di caffetterie. Il libro spiega i diritti ma anche i tantissimi doveri di chi lavora in un esercizio pubblico: la mani curate, i capelli a posto, non fare mai tardi, il decoro.

Quando si presenta alla Proper Coffee viene assunto e addirittura cambia subito mansioni: lavorando sodo e arrivando sempre puntuale entra nelle simpatie della manager Victoria, che lo promuove come barista. Caffè e cappuccini e torte e biscotti. Impara a fare cappuccini buonissimi e non fa altro, casa dalla signora Lynne e lavoro, tranne, ogni tanto, andaresene con Jordi, il suo collega spagnolo, in giro in quel groviglio terrificante che è la capitale inglese: senza pretese, senza visitare né musei né monumenti.
Il cuore di Imi è piccolo, la signora Haines, una vicina di casa, lo mette in guardia dalla gentilezza della signora Lynne che lo tiene a casa gratis giacché, essendo giovane e bello, forse vuole da lui delle attenzioni. "Non ci avevo mai pensato" replica Imi. Poi arriveranno nuovi personaggi ma fin qui c'è questo ritmo favolistico che può dare fastidio, ce li vedo io giovanottoni che leggono solo Deleuze e Derrida buttare questo libro nella differenziata, ma in realtà non lo faranno poiché possiede una cosa che lo fa, di uno scrittore, uno scrittore davvero: il ritmo.
Ogni tanto torna nell'orfanotrofio nel ricordo e nella realtà. Storie di bambini non amati da padri violenti e indifferenti, storie di silenzi e di gioie improvvise.
La caffetteria di Imi sta a Embankment, la zona degli uffici, i due manager della zona sono caricati a pallettoni e guai se fai una sgarbo e Imi sogna che una filiale si apra anche a Landor, la cittadina ungherese da dove viene il ragazzo: "magari con un po' di fortuna lui potrebbe diventarne il direttore".
Alla fine del loro turno di lavoro, Imi e Jordi vanno alla stazione di Waterloo: c'è un esercito di pattinatrici che danno campioni omaggio su tutto: di salatini, di salami, di shampoo, di dentifricio. Hanno una scorta che potrebbero vendere.
Da pag. 119 il ritmo diventa più serrato, entrano nello scenario altre figure: Morgan, il commesso di libreria, colto, preparato, che invita il nuovo amico a partecipare al dibattito pubbico del premio Nobel Nadine Gordimer e ad ottenerne almeno un autografo. Imi si chiede cosa sia il talento e Morgan risponde: "Hai visto? Mentre Nadine Gordimer parlava, il pubblico è rimasto in assoluto silenzio, ipnotizzato dalla magia delle sue parole". Gli parla di un'altra premio Nobel, Margaret Marshall, che conosce perché le porta i libri ma che ha un tumore alla pelle e non esce mai, ma proprio mai, di casa.
Improvvisamente il tono cambia: Imi esce di scena, si parla della scrittrice Marshall che vogliono al New York Glamour Award per consegnare il premio alla carriera a Sophia Loren. Il premio Nobel non ci pensa neanche, non le interessano le cinquantamila sterline, non andrà, non uscirà di casa per dare un riconoscimento a un'attrice "grossolana" che non le piace per niente ("Fosse stata Audrey Hepburn o Greta Garbo").
Gli altri scrittori, poi, la signora Marshall li chiama "piazzisti", o con brutti libri, in un girovagare continuo per piazzare il romanzo.
Perché arriva il premio Nobel Margaret Marshall? Perché Imi viene licenziato. Dopo che Jordi è andato via, tornato in Spagna, Imi continua a fare cappuccini ma si rifiuta una sera di seguire una nuova norma Proper Coffee, cioè buttare a fine serata i tramezzini ancora buoni e dividersi, come cena, i pezzi di torta rimasti con il resto dei dipendenti. Imi è vissuto in un orfanotrofio, si rifiuta di versare nella spazzatura questo ben di dio. I due manager approfittano del cavillo per licenziare il ragazzo.
Da qui il silenzio: bisogna pur leggere il libro per capire come va a finire.
Nicola Lecca con il precedente libro Il corpo odiato dava l'impressione di andare verso una scrittura cupa, a tratti perversa.
Qui invece il tono favolistico non inficia la storia principale di Imi che, come ho già scritto, può piacere a un tredicenne come a un ottantenne. Ecco, è una scrittura di "decoro", limata, contratta. Ma quando mai l'abbiamo letta? In quale altro scrittore, infatti, abbiamo trovato un diciottenne serio e dedito al lavoro a Londra? In nessuno, forse: sempre drogati, bevitori di birra, erotomani. Forse in Dickens, verrebbe da dire, ma qui c'è una sottile ironia, un aprirsi al mondo nel finale, dopo la routine di Imi per le prime centocinquanta pagine. Diciamo che c'è del talento in Lecca.

PS: Libro severamente vietato a chi ha trovato spassoso e, chissà, bello Cinquanta sfumature di grigio.

 

 

 

 

Nicola Lecca
La piramide del caffè
Mondadori, Milano, 2013
pp. 233

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