“Potrò mai perdonare al Dio che non esiste di avere rovinato la mia adolescenza seduto su una pila immensa di riviste di donne nude prova della sua inesistenza”.

Claudio Lolli

Sabato, 22 Dicembre 2018 00:00

L’altra faccia del “Made in Italy”

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È da poco giunta in libreria L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2018), quinta prova narrativa di Giovanni Iozzoli, autore che nel giro di pochi anni ha pubblicato un’interessante serie di romanzi che abbiamo avuto modo di affrontare in più occasioni su Il Pickwick.

A proposito delle prime tre uscite – I terremotati (Manifestolibri, 2009), I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015) e La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016) – avevamo parlato di “trilogia dello sradicamento”, mettendo in evidenza come i veri protagonisti delle sue opere potessero essere individuati nella crisi e nel senso di sradicamento che opprime i protagonisti. Una crisi economica, certo, ma anche una crisi dei rapporti umani e di senso che rende incomprensibile la realtà a cui si aggiunge l’angosciante sradicamento di personaggi che, accomunati da un analogo percorso migrante, si trovano del tutto incapaci di incidere su una realtà che li travolge prepotentemente. A tale trilogia si è poi aggiunto il recente Di notte nella provincia occidentale (Edizioni Artestampa, 2018), romanzo che per certi versi può essere aggiunto ai precedenti dando così luogo a una “tetralogia dello sradicamento” perché, in definitiva, anche in questo lavoro ritornano la crisi e lo sradicamento dei personaggi.
Nella nuova uscita editoriale Iozzoli cambia un po’ le carte in tavola: stavolta i protagonisti della vicenda reagiscono alla realtà che li sta stritolando e non si limitano a subirla. Dopo aver narrato nei due racconti brevi di Pastorale emiliana, sulla rivista Carmilla, in diretta con gli eventi, il riemergere del conflitto nel comparto lavorativo delle carni della provincia modenese, utilizzando un registro intriso di rabbia e acida ironia, Giovanni Iozzoli ha deciso di ricorrere al romanzo per raccontare quell’universo di sfruttamento che si nasconde dietro ai miti dell’Emilia rossa, delle eccellenze del Made in Italy e delle imprese locali di successo che hanno costruito la loro fortuna su accordi votati a garantire la pace sociale. In L’Alfasuin ad essere raccontato dall’autore è lo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi.
La narrazione è dunque ambientata nella provincia emiliana e qua si intrecciano una dinastia locale che ha raggiunto il successo economico nell’ambito del settore alimentare, una famiglia malavitosa che cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, decine di lavoratori giunti dai quattro angoli del mondo per lavorare e garantirsi una vita meno agra di quella vissuta in patria.
La ditta attorno alla quale si muovono i diversi attori è l’Alfasuin – nome di finzione –, storica azienda modenese di trasformazione delle carni suine che detta legge su di un territorio fondato sul maiale e sulla pace sociale. Un sistema di governo dal passato glorioso, celebrato come emblema del Made in Italy ed esibito come un fiore all’occhiello di cui andare fieri. Improvvisamente le cose sembrano essere cambiate e il presente si è fatto confuso e indecifrabile: “Lungo l’arco di vent’anni i protagonisti si agitano frenetici dentro un modello e un mondo che si va sgretolando. Dalla retorica dell’eccellenza italiana, emerge una crudissima realtà: il vero preziosissimo maiale di cui non si butta via niente è il lavoro vivo, sempre più spremuto, sfruttato e impoverito”.
Lo scopo del libro è quello di trasporre in forma narrativa “una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento”, afferma l’autore, e per farlo ha fatto ricorso “a forzature storiche e cronologiche, intrecciando nel tempo e nello spazio del medesimo racconto, contesti e personaggi che in realtà hanno avuto sviluppi autonomi”.
Il paese in cui è ambientato il racconto non esiste, ma esistono il distretto carni modenese ed i paesi che ne fanno da cornice. La dinastia dei prosciuttai milionari, al pari della famiglia dei mafiosetti in cerca di rispettabilità pubblica, sono soltanto invenzioni letterarie, ma si rifanno ad una realtà del territorio non tanto diversa. Infine, “il personaggio Abdallah è ispirato dalla figura del povero Abd el Salaam Ahmed El Danf, lavoratore ucciso a Piacenza il 14 settembre 2016, in circostanze drammaticamente analoghe a quelle raccontate nel secondo capitolo (pur senza evocarne la biografia personale e la sua storia specifica, custodite dalla memoria della sua famiglia e dei compagni che lo conobbero). In queste pagine c’è il tentativo di scattare una drammatica foto ricordo, a un pezzo dolente e torbido della storia dell’industria e del lavoro italiani”. 
Insomma, come dicevamo, in questo ultimo romanzo di Iozzoli alla crisi, al senso di smarrimento e allo sradicamento alcuni protagonisti reagiscono e, come sta accadendo da qualche tempo fuori dalle pagine del romanzo, nella reale Pianura Padana, gli schiavi decidono di alzare la testa e alla crisi rispondono con la rivolta. Ed è grazie a costoro che “il marcio è venuto a galla e non si potrà mai più nascondere, dietro le vetrine ingioiellate dell’eccellenza agroalimentare italiana”.

 





Giovanni Iozzoli
L’Alfasuin

Sensibili alle foglie, Roma, 2018
pp. 128

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