“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Giovedì, 22 Novembre 2018 00:00

L’albero della discordia di José de la Cuadra

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Uno degli ultimi volumi pubblicati dalla casa editrice Arcoiris nella sua collana “Gli eccentrici” è I Sangurima dello scrittore ecuadoriano José de la Cuadra, tradotto da Raul Schenardi e con postfazione di Federica Arnoldi. Pubblicata dall’autore negli anni ’30 del secolo scorso, si tratta dell’occaso di una famiglia di possidenti e in particolare dell’insanabile conflitto tra il loro mondo ancestrale, latifondista e premoderno, e una società necessariamente differente, votata alla meccanicizzazione e alla burocratizzazione della vita pubblica.

Per rendere la metafora della progenie, l’autore espone la sua teoria del matapalo, un albero oriundo della regione Montubia, nella costa ecuatoriana, in cui è ambientato il romanzo. L’albero rappresenta, ovviamente la genealogia dei Sangurima in cui cresce e si sviluppa: è ben radicato al terreno, ha molteplici tronchi principali e rami frondosi. A suo modo, è anche un albero magico o tragico o spaventoso, come la famiglia dei Sangurima. La progenie è maledetta a partire dal patriarca, Nicasio Sangurima, un soggetto sul quale circolano leggende e storie che non vengono mai chiarite del tutto. E quindi, il susseguirsi di leggende, prodezze e di una certa retorica razziale e sociale (o lo scarto tra l’opinione di sé e la realtà) di Nicasio dovrebbero collocare il romanzo di José de la Cuadra nella costellazione dei precursori del realismo magico. Sì, perché quando ci giunge una narrazione dall’America Latina in cui il freddo e problematico realismo viene sostituito da scene inspiegabili e condite da un umorismo istrionico o eccessivo, ci dirigiamo immediatamente alla categoria forgiata dal successo “garciamarchino”. Tutto ciò potrebbe andare anche bene, se usassimo il “logo” letterario latinoamericano per eccellenza per aumentare le vendite del volume. Aspetto questo non secondario, visto che nel capitalismo inevitabilmente è il mercato a stimolare la circolazione delle merci (ma non la vita delle persone), ossia dell’opera di uno scrittore a lungo trascurato dal pubblico italiano. D’altronde, dell’Ecuador conosciamo poco, forse solo qualcosa di Jorge Icaza o Jorge Enrique Adoum. Eppure, una letteratura ecuadoriana esiste e merita di essere scoperta e apprezzata nella sua complessità e nel sottile reticolo di riferimenti e problematicità.
D’altro canto però, la facile rubricazione dell’opera nell’alveo di una corrente letteraria non è più sufficiente. Ci aiuta, a questo punto, la postfazione di Federica Arnoldi (vale la pena di dire che è davvero molto difficile scrivere una recensione a I Sangurima dopo aver letto il testo dell’Arnoldi: con grande intelligenza e una scrittura squisita Federica Arnoldi sviscera le questioni fondamentali del romanzo). “Non si tratta di mettere anche José de la Cuadra, per giunta a posteriori, nel grande paiolo [del realismo magico] in cui una certa critica ha buttato sbrigativamente autori di ogni tipo”, ma di assumere che I Sangurima, attraverso la figura di Don Nicasio, “centro simbolico di un sistema sociale […] che possiede il potere di dare e di togliere la vita in modo del tutto arbitrario”, concernono il mito, “perché rimonta[no] alle origini stesse del narrare”. Il mito dell’origine si scontra con le forze modernizzatrici dell’Ecuador (alcuni figli di don Nicasio, tra cui un avvocato, morto in circostanze misteriose) fino al tragico epilogo in cui solo il figlio prete sarà il depositario della verità sul caso Sangurima; il prelato, rappresentante eccentrico di un’istituzione in grado di rinnovarsi attraverso il tempo, è anche il depositario della fine rancorosa di una concezione sociale, come il matapalo, dura a morire. Eppure, come bene dice l’Arnoldi, “non vi è nulla di magico nella violenza politica di questo scenario”, così come non vi è magia nel trauma del passaggio da un tipo di organizzazione socioeconomica a un altro.
Pochi giorni prima, in un testo di antropologia, scorgevo gli stessi concetti: in The Devil and Commodity Fetishism in South America, lo studioso australiano Micheal Taussing del 1980 descrive le narrazioni degli indigeni colombiani e boliviani (orrorifiche, spiritiste, messianiche, truculente, affini a episodi contenuti ne I Sangurima) messe in atto per rappresentare il passaggio da una condizione di sfruttamento all’altra, dalla condizione coloniale e premoderna del latifondo alla meccanicizzazione delle culture. Il magico e la magia sono modalità con cui si narra lo sfruttamento e l’alienazione dalla produzione; la brutalità dello sradicamento di culture ancor più ancestrali (ma drasticamente moderne, come dimostrò il peruviano José Carlos Mariátegui) dal rapporto con la vita e la loro introduzione nella produzione di beni. E quindi non c’è nulla di magico nella storia di José de la Cuadra, salvo forse la sua volontà di creare uno stile.








José De la Cuadra

I Sangurima 
traduzione Raul Schenardi
postfazione Federica Arnoldi
Salerno, Arcoiris, 2018
pp. 144

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