“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Mercoledì, 12 Settembre 2018 00:00

Il genere distopico tra immaginario e realtà

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“La fortuna attuale del genere distopico nell’immaginario collettivo si spiega facilmente: malgrado le meraviglie tecnologiche [...] facciano di tutto per saturare il principio di piacere in quell’eterno presente che ha assunto il nome di epoca postmoderna, tuttavia il sonno del mondo globale è attraversato da incubi e pericolose minacce; e anzi, proprio perché il migliore dei mondi possibili ci dicono che è già qui con noi, l’unica cosa che siamo capaci di immaginare nel futuro è l’allargarsi delle contraddizioni che tuttavia già si affacciano. Risultato è il diffondersi delle storie che raccontano un rovinoso descensus verso il peggio...”.

Con le parole sopra riportate si apre la prefazione di Francesco Muzzioli, docente di Teoria della letteratura presso l'Università La Sapienza di Roma, al libro Il futuro in bilico. Il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia (Meltemi, 2018) di Elisabetta Di Minico, appartenente al gruppo di ricerca HISTOPIA coordinato dall’Università Autonoma di Madrid.
L’affermazione mette in luce come il successo del genere distopico dipenda in maniera importante dalla percezione negativa del reale. Certo, come sostiene lo stesso Muzzioli, il successo del genere determina facilmente anche il suo depotenziamento; la distopia rischia di divenire mero intrattenimento e, attraverso la sua proliferazione e ripetizione ossessiva, può dare assuefazione. Inoltre, continua lo studioso, il successo commerciale del genere rischia di far perdere di vista alcune importanti varianti in esso contenute: “Le distopie dittatoriali, dove il guaio è che tutto continui com’è, si  confondono con le distopie catastrofiche, in cui invece la disgrazia è che il mondo finisca; si confondono le distopie pessimistiche (comprese quelle che vanno fino in fondo, portate fino all’ultimo uomo) e quelle ottimistiche che promettono comunque l’intervento di un supereroe che salverà l’umanità (secondo un consolidato modello hollywoodiano); e diventa difficile segnare a parte le distopie allegoriche, nelle quali non si tratta di pericoli reali, ma se ne parla per interposta persona (come nella immotivata e inverosimile Cecità di Saramago), altrettanto che le distopie ironiche, in particolare quelle antiantropocentriche che salutano positivamente l’estinzione dell’animale più distruttivo del pianeta”.
Il saggio di Elisabetta Di Minico, oltre ad offrire una panoramica sul genere, continua Muzzioli, presta attenzione all’obiettivo etico-politico della distopia, al suo porsi criticamente nei confronti del mondo. “In particolare l’autrice rinnova l’interesse per le distopie dispotiche, il costituirsi in regime (più o meno apertamente violento) del consesso sociale, in tal modo marcando la divisione tra le distopie vere e proprie e la letteratura catastrofista”, tendente a concentrarsi più sulle vicende dei sopravvissuti che non sulle responsabilità della catastrofe che si è abbattuta sul pianeta. Il futuro in bilico “unisce e confronta in maniera molto stretta la produzione di immaginario con le tendenze affioranti nella realtà, confermando l’ipotesi che il fantastico nero della distopia, quando sceglie soluzioni rigorose, risulta essere il più esatto realismo dei giorni nostri e la più efficace critica dell’ideologia dominante”.
Scrive Di Minico nell’introduzione al volume: “Per sminuire o annullare il valore non solo della storia, ma anche della conoscenza e della consapevolezza presso una data comunità, l’autorità distopica si affida a un controllo viscerale, che può agire sia in maniera negativa, attraverso violenza e paura, sia positiva, sfruttando la propaganda, manipolando informazione ed educazione e facendo appello a piacere e benessere. Il presente lavoro [...] ha l’obiettivo di studiare, dal punto di vista politico, sociale e culturale, le più rilevanti tipologie di controllo a cui varie forme di governo, dalle dittature alle democrazie, hanno sottoposto e sottopongono i propri cittadini”.
La studiosa, facendo riferimento soprattutto al Novecento e ai primi decenni del nuovo Millennio, partendo dalle distopie che si incontrano nella letteratura, nei fumetti e nel cinema, evidenzia come diversi meccanismi repressivi del controllo socio-politico che nell’immaginario collettivo applica ai soli Paesi totalitari, siano in realtà rintracciabili anche nelle democrazie.
“Attraverso tortura e ansia, i domini distopici soggiogano gli individui e creano una massa debole e spaventata. Attraverso condizionamento psicologico, biogenetica o droghe, plasmano il cittadino perfetto, obbediente e devoto. Attraverso la demonizzazione del diverso e del nemico, diffondono odio e timore e sfruttano sentimenti negativi per giustificare azioni repressive. Attraverso propaganda, monumentalità, mass-media e istruzione, ottengono il consenso della popolazione e annebbiano i suoi giudizi. Questi non sono processi che riguardano solo i mondi estremizzati della finzione, la storia ci ha già abituato a molte di tali degenerazioni”.
Dopo un primo capitolo speso a spiegare le caratteristiche del genere distopico a partire dal suo opposto utopico, il saggio dedica il suo corposo secondo capitolo ad alcune opere letterarie, fumettistiche e cinematografiche considerate emblematiche del genere. Detto che in non pochi casi l’idea originaria la si ritrova affrontata più o meno fedelmente dai diversi linguaggi espressivi, queste le opere trattate dalla studiosa: Il risveglio del dormiente (When the Sleeper Wakes, 1898, poi divenuto The Sleeper Awakes, 1910) di H.G. Wells; Il tallone di ferro (The Iron Heel, 1907) di Jack London; Noi (My, 1921) di Evgenij Zamjatin; Il mondo nuovo (Brave New World, 1932) di Aldous Huxley; La notte della svastica (Swastika Night, 1937) di Katharine Burdekin; Antifona (Anthem, 1938) di Ayn Rand; L’uomo è forte (1938) di Corrado Alvaro; Kallocaina (Kallocain, 1940) di Karin Boye; 1984 (1949) di George Orwell; Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury; Giustizia facciale (Facial Justice, 1960) di L.P. Hartley; Questo giorno perfetto (This Perfect Day, 1970) di Ira Levin; L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138, 1971) di George Lucas; Ministero (Ministerio, 1984) di Ricardo Barreiro e Francisco Solano López; Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985) di Margaret Atwood; V per Vendetta (V for Vendetta, del 1982) di Alan Moore e David Lloyd; Give Me Liberty (1990) di Frank Miller e Dave Gibbons; Equilibrium (2002) di Kurt Wimmer; Snowpiercer (2013) di Bong Joon-ho.
Gli ultimi due capitoli sono dedicati al ritrovare caratteristiche proprie della fiction distopica nei sistemi dittatoriali e nelle democrazie suadenti.
Il futuro in bilico ha il merito di sottolineare come la fiction distopica possa indurci a una riflessione, magari senza restare semplicemente a guardare, sullo stato di illibertà del mondo reale di ieri, di oggi e di domani. “L’influenza che la distopia può avere sulla consapevolezza sociale e politica dei suoi destinatari è travolgente, perché il timore di ciò che il futuro ci riserva potrebbe essere addirittura più forte del dolore per ciò che è già accaduto. In un periodo storico in cui si parla costantemente di crisi della democrazia e in cui appare sempre più necessario analizzare il fenomeno del controllo sociale, politico e culturale, uno studio a metà tra letteratura e storia potrebbe incoraggiare ulteriormente la riflessione collettiva e ricordarci che solo una forte coscienza critica può evitare ai cittadini di finire come le tristi e vuote figure incatenate a una distopia, le quali provano a lottare solo quando è ormai troppo tardi”.

 




Elisabetta Di Minico
Il futuro in bilico. Il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia

Meltemi, Milano, 2018
pp. 422

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