“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 31 Gennaio 2018 00:00

Il sublime modernista in Eliot, Joyce e Woolf

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C’è ancora spazio per il sublime nella letteratura del modernismo? Questo è l’interrogativo che si poneva Ezra Pound nel 1920 e che si pone ai nostri giorni la studiosa Elena Munafò nel suo recente saggio Il sublime e il modernismo. Eliot, Joyce, Woolf, (Carocci editore, 2017). A differenza di Pound che ne decreta la morte, la ricercatrice in Letterature comparate presso la Sapienza di Roma ne individua la presenza in altri autori a lui contemporanei − T.S. Eliot, James Joyce e Virginia Woolf − in una forma nuova che definisce “sublime modernista”.

Non sviluppando i tre autori alcuna esplicita teoria del sublime, Munafò concentra i suoi studi sulle rappresentazioni del sublime che compaiono in alcune loro opere − The Waste Land, Ulysses e Mrs. Dalloway − al fine di ricavare le principali caratteristiche di questo “nuovo sublime”. Le finalità del volume non sono pertanto quelle di delineare una teoria del sublime modernista, quanto piuttosto di “seguirne le tracce attraverso i testi, concentrandosi quindi sul fenomeno più che sulla sua definizione”.
Munafò propone un’analisi comparata "condotta sia sull'asse sincronico che su quello diacronico: in particolare, sul piano sincronico, i tre testi vengono studiati non solo in relazione l'uno con l'altro, ma anche nei rapporti con altre opere composte negli stessi anni in altri contesti nazionali. Sul piano diacronico, invece, vengono letti a confronto con alcune opere della tradizione letteraria particolarmente rilevanti dal punto di vista del sublime". Il saggio indaga pertanto la specificità del sublime in The Waste Land di Eliot, Ulysses di Joyce e Mrs. Dalloway di Woolf in rapporto alle tradizioni di tale categoria che si sono generate nel corso dei secoli.
Se, come afferma Baldine Saint Girons, l’attenzione verso il sublime cresce nei momenti storici in cui vengono messi in discussione i valori dominanti, nei momenti di crisi, “il legame che intercorre tra questo concetto e alcune fasi particolarmente turbolente della storia permette di considerare l'elaborazione di una nuova forma di sublime come una prova della necessità dell'uomo di interrogarsi su se stesso e sulla propria natura”, dunque, sostiene Munafò, “anche se la critica è generalmente concorde nel considerare l'inizio del Novecento un momento di scarso interesse nei confronti del sublime, condannato da molti autori a essere considerato un concetto del passato, alcuni studiosi hanno cominciato a mettere in luce l'implicita centralità del sublime nella letteratura dell’epoca”.
Pur risultando, da un lato, il sublime modernista fortemente influenzato dal contesto storico in cui prende forma, non di meno palesa di derivare da una lunga storia che passa per Aristotele e il trattato dello Pseudo Longino, per modelli biblici, soprattutto nella mediazione letteraria dantesca, per l’estetica illuminista, in particolare attraverso le riflessioni di Kant e Burke, fino a giungere alla ricerca del sublime nello squallore e nel buio e di Charles Baudelaire.
Numerosi sono gli indizi che possono far pensare all’inattualità del sublime così come si è sviluppato soprattutto a cavallo tra Sette e Ottocento: “Quale può essere il ruolo del sublime in un mondo che ha decretato la morte di Dio, assoggettato la natura ed elevato essere umano a una tale altezza da rendere il crollo inevitabile?”, si chiede la studiosa. Autori come Eliot, Joyce e Woolf “si ritrovano a confrontarsi con questa realtà frantumata, privi di un sistema di valori che permetta di giustificare lo scenario che hanno davanti: gli dei hanno abbandonato il mondo, ma gli esseri umani non sono in grado di occupare degnamente il loro posto. I tre pilastri che caratterizzano la dinamica del sublime − l’essere umano, il mondo esterno e la dimensione fisica − sembrano infranti: il soggetto perde la propria integrità e sicurezza, il mondo esterno non è più considerato un qualcosa che possa essere oggettivamente percepito ed iscritto, mentre la realtà di un ordine metafisico viene messa in discussione dal rifiuto della religione. Per questo, gli autori modernisti sembrano porsi in aperto contrasto con il sublime, o almeno con alcune sue forme”.
Il nuovo sublime modernista risulta caratterizzato tanto da elementi di continuità quanto di rottura nei confronti della tradizione. Nella prima parte del volume, concentrandosi sul ruolo della ragione, sul rapporto tra uomo e natura e sull’impossibilità dell’incontro con il divino, la studiosa si sofferma su ciò che viene abbandonato della tradizione da parte del nuovo sublime. In particolare l’indagine riguarda la concezione dell’essere umano che emerge dalle opere dei tre autori e che risulta caratterizzata tanto dall’esperienza della frammentazione che dalla scoperta dell’inconscio. “Se nel sublime di Burke, l’oscurità rappresenta una minaccia che colpisce un essere umano dall'esterno, ma dalla quale è possibile proteggersi attraverso l'interposizione di una distanza, nelle opere del modernismo l’oscurità è parte dell'animo umano e per questo non è possibile liberarsene. I nostri autori esprimono queste sensazioni di intima estraneità e la rappresentano nei loro scritti, ma allo stesso tempo credono che sia sempre necessario separare la propria esperienza individuale dalla creazione letteraria”.
Nonostante la derivazione autobiografica, soprattutto in Joyce e Woolf, gli scrittori elaborano l’esperienza personale separandola dal vissuto e rendendola universale. Se il sublime settecentesco è in buona parte incentrato sul rapporto dell’essere umano con il mondo naturale, nelle opere moderniste indagate il soggetto è escluso dall’ordine naturale. “Se l'armonia con la natura è inattuabile, l'incontro con il divino, che è all'origine di un'altra forma sublime, è altrettanto impossibile”. In The Waste Land, Ulysses e Mrs. Dalloway non trovano spazio nelle loro forme tradizionali né il sublime naturale né quello religioso. Nonostante ciò, “il sublime non scompare: esso rimane come una tensione potente, che influenza tutti gli aspetti principali della creazione letteraria, modificandone i meccanismi e coinvolgendo l'autore, il testo e il lettore”.

Nella seconda parte, indagando il valore conoscitivo dell’esperienza sublime, l’aspetto retorico e l’idea di irrapresentabilità, vengono affrontati quegli aspetti del sublime tradizionale che, pur assumendo forme diverse, vengono inglobati nella versione modernista. In particolare, sostiene la studiosa, nelle opere moderniste analizzate si assiste alla rinascita del sublime “come momento conoscitivo: esso si presenta come un'esperienza momentanea e fuggevole, ma sconvolgente, che consente al soggetto di entrare in contatto, intuitivamente, con una verità che, per quanto parziale o provvisoria, lo riguarda intimamente”. Ovviamente l’oggetto di questa rivelazione è differente nei tre autori e nelle loro opere. “Definiamo quindi come sublime la rivelazione a cui portano le epifanie di Joyce, i momenti di essere di Woolf e gli attimi senza tempo di Eliot. Anche se non è più possibile ricevere la grande rivelazione, il sublime consente di accedere a piccole rivelazioni quotidiane, che illuminano temporaneamente l'esistenza. Non sempre ciò che si rivela è positivo, ma questi lampi sono brevi istanti di senso e per questo, nonostante la grande tragicità che può caratterizzare la loro comparsa, vanno valorizzati e preservati”.
Anche la scrittura può derivare dall’attimo sublime; può nascere dal desiderio di fissare in forma artistica l’evanescenza delle esperienze ma, sottolinea la studiosa, gli scrittori conferiscono alle loro esperienze personali un carattere impersonale, trasformando il particolare in universale e nel momento in cui vengono “a far parte dell'opera, questi attimi ne diventano il culmine, perché sono in grado di suscitare nel lettore la stessa esperienza che hanno prodotto sull'autore, o su un personaggio a cui vengono attribuiti. Si ricrea, nella lettura, quella stessa meraviglia portatrice di conoscenza che Aristotele pone al principio della filosofia. In questo modo, il sublime delle cose si trasforma in sublime delle parole e della fruizione estetica”.

Nella terza ed ultima parte vengono individuati gli aspetti inediti presenti nel sublime modernista rispetto alla tradizione, o meglio, come sottolinea Munafò stessa, nelle opere indagate si rintracciano “alcuni elementi di novità rispetto alla tradizione, ma essi si pongono comunque in dialogo con la letteratura precedente. È la funzione di questi aspetti che viene intesa in modo nuovo, assumendo maggiore valore e diventando dominante nella nuova concezione. Ad esempio, la riscoperta dell’umile e del basso come forme di sublime è già presente fin dai Vangeli, ma nelle nostre opere questo elemento assume un ruolo nuovo alla luce − da un lato − della poetica dell'Epifania e del momento significativo e − dall’altro − di una riscoperta del reale come compensazione per l'assenza di Dio. Da questo nasce la malattia dell'infinito, quel desiderio di andare oltre i limitati orizzonti umani [riscontrati] nei testi, che porta a spingere lo sguardo oltre il nostro mondo, ma anche a fissare gli occhi all'interno di esso”. Tale tensione sublime, continua la studiosa, conduce i tre autori ad esiti diversi: in The Waste Land questa si si scontra con “l’esperienza del vuoto, del nulla metafisico”, in Ulysses porta alla “contemplazione dell’infinita molteplicità del reale” e al tentativo di racchiuderlo nell’opera, mentre in Mrs. Dalloway si mira alla “ricerca di un’empatia tra gli esseri umani che permetta di superare la morte attraverso il legame con l’altro e l’accettazione del dolore”.
Se, nonostante la consapevolezza del buio verso cui andrà incontro, il movimento del sublime modernista si ostina a puntare verso l’alto, occorre domandarsi, continua Munafò, “a cosa allude all'esperienza del sublime se, come avviene in questa fase per i nostri autori, l'esistenza di un oltre al quale rivolgere le proprie aspirazioni è messo in discussione”. A tale interrogativo, suggerisce la studiosa, si può rispondere che “da un lato, il movimento verticale potrà diventare orizzontale, ritornando al mondo dei sensi e valorizzandone il canto; dall'altro, il sublime alluderà all'arte stessa, facendo dell'esperienza della forma un antidoto al caos e all'assenza di senso”. In ciò Eliot, Joyce e Woolf, in continuità con la tradizione baudelairiana, intendono dare un senso all’abisso che li circonda attraverso la forma letteraria.
Tornando all’interrogativo di partenza, ossia se nella letteratura modernista esista ancora spazio per il sublime, così risponde, in conclusione della sua analisi, Munafò: “Il vecchio sublime è stato davvero abbandonato, ma al suo posto assistiamo alla nascita di un sublime diverso, che dal precedente eredita alcuni aspetti fondamentali, lasciandosi, però, molto alle spalle. Al suo centro rimane l’essere umano, svuotato di ogni eroismo, precario, ma ancora in bilico su quella corda tesa, in equilibrio sopra l’abisso”.

 



 

Elena Munafò
Il sublime e il modernismo. Eliot, Joyce, Woolf

Carocci editore, Roma, 2017
pp. 208

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