“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Martedì, 23 Gennaio 2018 00:00

Il minimalismo denso di Edina Szvoren

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Accolta favorevolmente dalla critica sin dalla sua prova d'esordio, la raccolta di racconti brevi Pertu (2010), la scrittrice ungherese Edina Szvoren ottiene il Premio Letterario dell'Unione Europea 2015 alla sua seconda prova, Non c’è, e non deve esserci (Nincs, és ne is legyen), uscita nel 2012 e tradotta in italiano da Claudia Tatasciore per Mimesis Edizioni nel 2017. Nel frattempo in Ungheria è uscito nel 2015 il terzo libro della scrittrice, Az ország legjobb hóhéra (The Best Headsman in the Land), non ancora tradotto in italiano.

Non c’è, e non deve esserci è una raccolta di racconti brevi di ambientazione famigliare incentrati sulla solitudine dei figli e dei genitori. Nel minimalismo denso di tali racconti i periodi − brevissimi − si succedono con ritmo repentino e dolente al tempo stesso, tratteggiando personaggi e stati d'animo accerchiati da una quotidianità oltre la quale non sembrano poter o voler andare, come se alla banalità del quotidiano si  potesse o volesse rispondere soltanto osservandolo in maniera insolita. Alle note malinconiche della narrazione l'autrice non manca di aggiungere, abilmente, di tanto in tanto, con misurata parsimonia, tocchi d'ironia derivanti dall'assurdità dei pensieri, delle situazioni e, soprattutto, da una modalità narrativa capace di essere secca quanto straniante.

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“Andavano a pescare. Hanno caricato sull’auto la sedia pieghevole verde. L’auto era rossa. Hanno preso il retino, la nassa, le esche artificiali. Il padre e la madre chiamavano il marito 'mio genero' e gli davano colpetti sulle spalle. Il marito è caporeparto alle poste. Si sono accordati sui turni per usare la sedia pieghevole, su cui in fase di fabbricazione è stato incavato lo spazio per il bicchiere. Il marito è mio marito. Piangendo l’ho pregato di lasciarmi restare a casa, il gracidio delle rane mi mette i brividi. Lui ha detto di smetterla di lamentarmi. Il mio viso è bianco. No, no: ha detto di smetterla di belare. A volte spengo il ricordo delle cose spiacevoli. Belare, i lavori manuali, e altre parole che non si leggono come si scrivono. Il padre e la madre sono i miei genitori, ma quando sono scoraggiata non sento alcuna prossimità con loro. In quei momenti anche un nome proprio mi suona strano, quello di mio marito. Quanto più è comune, tanto più mi è estraneo. Mio marito potrebbe festeggiare il proprio onomastico anche tre volte l’anno, se volesse. I miei genitori due volte, io soltanto una. Il suocero di mio marito è mio padre, da lui riceviamo una penna stilografica per ogni ricorrenza. Non giudicarmi, ho chiesto a mio marito per la millesima volta. Giocherò con la spirale del calendario. Capita raramente che stia da sola, e mi è venuto in mente il fungo da rammendo” (La regina)

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“Oggi la mamma mi ha accompagnato fino al cassonetto della spazzatura: le si stringeva il cuore. Immagino il suo cuore come uno stretto canale oblungo. Non è riuscita a procurarsi i soldi per l’ingresso al giardino zoologico, ha detto. Invece li ha solo dimenticati, lo so. Sono settimane che le dico che oggi la classe sarebbe andata in gita invece di far lezione. Gita obbligatoria. La mamma mi ha accarezzato e mi ha stretto a sé perché non ho fatto scenate. Ma perché piangere, quando non sono triste, ma ho paura? Anche lei ha paura: nel giorno della causa di divorzio si è dipinta le unghie di rosso bordò. I miei compagni di classe parlano da giorni della gita. Adorano i cervi. Tra loro c’è chi ha già dato da mangiare ai cavalli dalla propria mano. Tipo, dicono, come quando Ákos Szala ci stuzzica il buco del culo con un filo d’erba. Quell’Ákos sa come svenire senza battere la testa. La madre è un’attrice” (Sette capitoli di un racconto).

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“Buongiorno. Perché devono essere proprio sette i giorni che vanno insieme?, mi chiedo. Gradirei che i nomi dei giorni non si ripetessero ogni settimana. A volte il tempo rimane bloccato e allora c’è una piccola pausa. Non solo non so cosa verrà dopo, non so nemmeno se ci sarà un dopo. Non ci credo che un giorno sarò adulta. Non posso avere figli, lo so per certo. Nessuno mai desidererà che mi spogli e guardi nuda il suo corpo nudo. Le mie colpe sono inconfessabili. Quando il tempo mi taglia fuori, non ne dà segni visibili. I miei compagni di classe perlomeno non se ne accorgono, eppure la lettera passata sotto il banco rimane bloccata a me. La signora Emmi mi sorride sotto il fazzoletto da testa grigio a pois e neanche lei si accorge che non sono da nessuna parte. Vede soltanto la lettera. Me la prende ma non la legge, come gli altri maestri. Non la apre nemmeno. La signora Emmi ha gli occhi distanti, una fronte ampia, un naso rotondo. La signora Emmi si sbaglia: crede che io meriti affetto. Sono riuscita a ingannarla e adesso sogno che rimarrà delusa. Ho inaugurato un diario, me l’ha comprato Mamma per l’onomastico: ci ho scritto che muoio. Anche se non credo neanche di essere nata. Non ho mai voluto bene a nessuno quanto alla signora Emmi – ci scrivo anche questo, subito, sulla prima pagina, a caratteri più piccoli. Sono contenta che le pagine del diario siano gialle, rigide e che scricchiolino proprio come i progetti, i documenti e le lettere in tedesco a caratteri gotici custoditi nel cassetto di Papi. Non sarei contenta se il quaderno avesse l’odore di negozio. Non mi piacciono le cose nuove. Buongiorno. Cosa vuol dire “c’è il sole”? Dalla mia stanza posso vederne i raggi. Mi è stata concessa la grazia di poter vedere il sole anche quando sono stesa a letto. C’è chi non lo vede nemmeno dalla finestra, come ad esempio la famiglia Major, che è stata trasferita nella nostra mansarda. Comunque girino la testa, loro dalla mansarda vedono soltanto il tetto in ardesia e la grondaia bucata. A loro è toccato questo. È evidente però che ad alzarci siamo noi, non il sole” (Non c’è, e non deve esserci).

 

 

 

Edina Szvoren
Non c’è, e non deve esserci
traduzione di Claudia Tatasciore
Mimesis, Milano – Udine, 2017
pp. 268

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