“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Sabato, 18 Novembre 2017 00:00

Joyce Carol Oates: l'altra faccia del sogno americano

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Nel corso del 2017 l'editore Il Saggiatore ha meritoriamente tradotto e pubblicato in italiano la tetralogia − Wonderland Quartet − della scrittrice americana Joyce Carol Oates, composta da Il giardino delle delizie (A Garden of Earthly Delights, 1967), I ricchi (Expensive People, 1968), Loro (Them, 1969) e Il paese delle meraviglie (Wonderland, 1971). Da tali romanzi traspare una dura critica all’America, alla sua cultura, ai suoi valori e ai suoi sogni, espressa attraverso storie in cui le speranze e le ambizioni di alcuni individui si infrangono miseramente scontrandosi con la falsità, l'individualismo, il cinismo e la violenza di una società davvero impietosa. È una parabola sociale e morale degli Stati Uniti quella raccontata da più di duemila pagine di questa Epopea americana, scritte a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui l'autrice cambia più volte registro narrativo così come ambientazione e contesto sociale.

Il primo volume, Il giardino delle delizie − la traduzione di Francesca Crescentini per Il Saggiatore riprende la versione rivista dalla scrittrice trent'anni dopo la prima stesura − narra l’America profonda, rurale, maschilista e proletaria degli anni Cinquanta e Sessanta. Un'America composta da individui che si spaccano la schiena sul lavoro, di giorno, e il naso nelle bettole, di sera, dopo parecchi bicchieri di troppo, in attesa di una nuova massacrante giornata di lavoro. I campi di segale a perdita d'occhio immersi nell'afa e illuminati da un sole accecante che fanno da sfondo alle vicende non hanno davvero nulla di pittoresco. Clara, messa la mondo in un canale di scolo da due contadini in balìa di un mondo che per loro sembra prospettare solo miseria e ostacoli, sin da adolescente sogna di poter fuggire da quell'ambiente fatto di miseria, violenza, apatia e mancanza di prospettive in cui si trova a crescere. Certo, la ragazza fantastica di amori idilliaci e ricchezza ma soprattutto desidera innanzitutto andarsene e cambiare vita. Costi quel che costi, l'importante è abbandonare quella che sembra essere una strada senza uscita tracciata dal destino e per questo Clara è disposta ad avventurarsi lungo strade sconosciute in storie al buio: la relazione con Lewroy, che l'abbandona non appena la mette incinta, poi con il ricco Revere, che sembra poterle garantire la tranquillità economica, infine con il figlio di questo, Swan, che si rivela ben presto un essere spregevole e violento. La fuga si rivela per certi versi inutile; l'infame destino da cui intendeva fuggire sembra ineludibile per la giovane donna e che si tratti del misero universo di quel violento ubriacone di Carleton, il padre, o di quella squallida figura di Swan, il degrado non muta. Soltanto sogni infranti e disillusioni, abusi e violenze. Il giardino delle delizie finisce per rivelarsi una dannata terra arida e desolata così come i personaggi che la popolano, da cui sembra davvero impossibile sfuggire per chi è nato tra i miserabili e non è in grado di sgomitare a sufficienza per soggiogare i suoi simili e, tutto sommato, anche in questo caso, da cosa si sarebbe realmente sfuggiti?
In I ricchi, secondo capitolo dell’Epopea americana, Joyce Carol Oates abbandona gli scenari del romanzo precedente. È un altro mondo quello che ci viene narrato, un altro spaccato sociale, me le cose sembrano poi non cambiare granché. Questo secondo volume presenta il naufragio del sogno americano ricorrendo al registro della commedia nera che mostra impietosamente la maschera grottesca e violenta che si nasconde dietro ai colori pastello “e nessuno steccato bianco, nessun filo di perle, nessun cocktail party può nasconderlo: è il cuore nero e pulsante dell’America più irreprensibilmente wasp, l’America democratica e progressista, l’America di Kennedy e di Carter, l’America delle magnifiche sorti e progressive, l’America che cela, dietro le sue medaglie al valore, un volto sinistro”. Una narrazione acida e tagliente, dall'ironia straziante costruita attorno a una villa del Midwest e alle figure di Natashya Romanov Everett e del figlio Richard, che si sente uno dei tanti personaggi a cui ha dato vita la madre nei suoi romanzi e che per certi versi è vittima del successo della donna. Una narrazione in cui l'intrecciarsi di realtà e finzione, di falsità e apparenza, lascia a volte il lettore momentaneamente disorientato, proprio come avviene ai protagonisti del racconto.
Loro, terzo romanzo del Wonderland Quartet, “riscrive il racconto epico dell’America spregiudicata e selvaggia, dalla Grande depressione fino alla sommossa di Detroit del 1967”. Le storie dei protagonisti − Loretta, Maureen e Jules − sono raccontate con una spietata vena satirica capace di mostrare come il destino si accanisca nel trasformare anche i piccoli sogni in incubi senza soluzione. Nell'America di fine anni Trenta un colpo di pistola mette fine alla vita di Bernie, l'amante clandestino di Loretta che porta in grembo Jules, il frutto di quel rapporto nascosto. A fare da sfondo alle vicende di quella che la stessa autrice ha definito “un’opera storica in forma narrativa”, è “un’America patriarcale e sanguinolenta: le prostitute passeggiano davanti ai collegi cattolici, l’aria odora di polvere da sparo e temporali, i giovani crescono nell’ossessione del potere, delle macchine costose, del denaro facile”. L'american dream è qui minacciato anche dallo spettro della guerra che si avvicina e Loretta e i figli Jules e Maureen si trovano a spostarsi continuamente in cerca di fortuna per finire poi travolti dal crimine e dalla violenza sullo sfondo di una Detroit grigia e dura come non mai. Il destino si accanisce contro questi poveri diavoli: Loretta andrà incontro ad un nuovo fallimentare matrimonio, Maureen finirà in balìa della prostituzione e della violenza più feroce che la condurrà in fin di vita mentre Jules tenterà di trovare un'occasione di riscatto nell'intreccio tra politica e malaffare. Sono storie di desolazione e violenza quelle narrate che non differiscono granché da quel che accade davvero nella realtà quotidiana. “Cose così accadono ogni giorno a Detroit”, ha avuto modo di dire a tal proposito Oates durante un'intervista rilasciata a Fernanda Pivano.
Il paese delle meraviglie, quarto volume della tetralogia, assume le forme del romanzo gotico per raccontare la trasformazione del sogno americano in incubo: “Le ataviche colpe familiari che avvelenavano gli interni di Nathaniel Hawthorne sono, qui, quelle di un’intera nazione, che ha smarrito ogni innocenza, ogni grazia originaria”. Giunti a questa ultima storia il giardino delle delizie sembra davvero aver lasciato definitivamente il posto a “un soffocante paese delle meraviglie da cui nessuna Alice può fuggire. È il paradiso perduto. L’America di oggi”. La vicenda ruota attorno a Jesse che, dopo essere scampato da bambino dal massacro che ha sterminato la famiglia, divenuto uno stimato neurochirurgo, nel tentativo di riportare a casa la figlia fuggita in una inquietante comunità alternativa, finisce col fare i conti con il mostruoso che regna attorno a lui. Anche in questo caso non ci sarò alcun happy end; la salvezza della ragazza si trasformerà inevitabilmente in una vera e propria dannazione.
Le più di duemila pagine di Joyce Carol Oates non si limitano a raccontarci storie di perdenti, ci raccontano, piuttosto, di una società in cui, indipendentemente dal conto in banca, moralmente non ci sono vincitori. Una società ipocrita, violenta e insensibile in cui non si salva nessuno, una società fondata sulla violenza più turpe, sulla sopraffazione, sull'inganno e sull'individualismo non può che tramutare, inevitabilmente, il sogno in un incubo da cui risulta impossibile uscire senza mettere in discussione le fondamenta di quella società. Joyce Carol Oates non fa sconti. Anzi, risponde pagando con la stessa moneta: nessuna pietà per un Paese incapace persino di provare pietà per i vinti. Vinti che, a loro volta, non sempre possono essere considerati semplicemente vittime.

 

 

 

 

Joyce Carol Oates

Il giardino delle delizie
Il Saggiatore, Milano, 2017
pp. 520

I ricchi
Il Saggiatore, Milano, 2017
pp. 329

Loro
Il Saggiatore, Milano, 2017
pp. 653

Il paese delle meraviglie
Il Saggiatore, Milano, 2017
pp. 651

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