“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 18 Ottobre 2017 00:00

La rivolta dello stile: Dick Hebdige e la "Sottocultura"

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Sul finire degli anni Settanta, quando ormai inizia a far capolino un nuovo decennio destinato a cambiare le cose più di quel che a lungo molti hanno pensato, praticamente mentre Margaret Thatcher trasloca a Downing Street, nelle librerie inglesi esce Subculture: The Meaning of Style (1979) di Dick Hebdige, un saggio destinato a far parlare di sé a lungo. Il libro, dopo essere stato pubblicato la prima volta in italiano nel 1983 da Costa&Nolan, è da poco tornato sugli scaffali delle librerie grazie all'editore Meltemi − Dick Hebdige, Sottocultura. Il significato dello stile (2017) − con una preziosa introduzione di Massimiliano Guareschi.

“Nelle prime pagine di Diario del ladro, Jean Genet descrive come un tubetto di vaselina, trovato in suo possesso, venga confiscato dalla polizia spagnola durante una retata. Questo miserabile, sporco oggetto, che dichiara la sua omosessualità al mondo, diviene per Genet una specie di garanzia, il segno di una grazia segreta che in breve mi avrebbe salvato dal disprezzo. La scoperta della vaselina è salutata da grandi risate nella stazione di polizia e i poliziotti, puzzolenti di aglio, di sudore e di unto, ma [...] forti [...] delle loro basi morali, sottopongono Genet a una lunga tirata di insinuazioni ostili. Anche lo scrittore ride con gli altri (dolorosamente), ma dopo, nella sua cella, l’immagine di quel tubetto di vaselina non mi lasciò più”.
Hebdige decide di aprire Sottocultura con questo passo perché vede in Jean Genet il più fulgido esempio di chi ha avuto modo di esplorare sia nella realtà che nella sua arte “le implicazioni sovvertitrici dello stile”. Nel libro Hebdige torna più volte su questioni care a Genet: “Le condizioni e il significato della ribellione, l’idea di stile come forma di Rifiuto, l’elevazione ad arte del crimine (benché, nel nostro caso, i crimini consistano soltanto nella rottura dei codici). Siamo, allo stesso modo di Genet, interessati alla sottocultura, alle forme di espressione e ai rituali di quei gruppi subalterni – i teddy boy e i mod e i rocker, gli skinhead e i punk – che di volta in volta vengono rifiutati, denunciati e canonizzati; trattati in momenti diversi o come una minaccia all’ordine pubblico o come degli innocui buffoni. Ancora, come Genet, siamo attratti dagli oggetti più mondani – una spilla di sicurezza, delle scarpe a punta, una moto – che nondimeno, come il tubetto di vaselina, assumono una dimensione simbolica, divenendo una sorta di marchio, emblemi di un esilio volontario. Infine, come Genet, dobbiamo cercare di ricreare la dialettica fra azione e reazione che rende significativi tali oggetti. Poiché, come è possibile racchiudere in un oggetto singolo il conflitto fra la innaturale sessualità di Genet e gli insulti legittimi dei poliziotti, nello stesso modo sulle superfici della sottocultura – negli stili composti da oggetti mondani che hanno un doppio significato – si possono trovare riflesse le tensioni fra gruppi dominanti e gruppi subalterni. Da un lato, questi oggetti avvertono in anticipo il mondo normale di una sinistra presenza – la presenza della diversità – e attirano su di sé vaghi sospetti, risa forzate, muta e bianca rabbia. Dall’altro, per coloro che li innalzano a icone, che li usano come parole o come imprecazioni, tali oggetti divengono segni di un’identità proibita, fonti di valore”.
Alla sua uscita il volume di Hebdige si presenta come un pietra lanciata, in un periodo in cui ne volavano ancora parecchie e non tutte metaforiche, soprattutto nei confronti di quelle letture accademiche incapaci di affrontare le tendenze giovanili se non in termini di devianza. Scrive Guareschi nell'introduzione: “Con Hebdige, ci si muoveva su un piano completamente diverso, e si proponeva una categoria, quella di 'sottocultura', alla luce della quale isolare e valorizzare, come oggetti analitici e orizzonti politico-esistenziali, pratiche e stili senza ridurli a meri fenomeni di costume”.
Guareschi sottolinea giustamente come il saggio di Hebdige sia costruito sulla fase eroica dell'epopea punk inglese, prima che la macchina del business intervenisse riassorbendolo in buon parte, e si sofferma su come la rivolta dello stile al centro del libro, al suo arrivo in Italia si incontri con una scena punk decisamente vitale e, in alcuni suoi settori, altrettanto pensante. Insomma, la rivolta dello stile, così come ricostruita da Hebdige, incontra presto quei soggetti che la praticano con una certa consapevolezza, tanto da giocarla in termini esplicitamente e antagonisti e, non a caso, Guareschi rimanda alle pratiche di autoproduzione, di occupazioni e di azione diretta, soprattutto italiane e tedesche, difficilmente riassorbibili dal sistema.
“A partire dai primi anni Ottanta, così, il punk fornisce una cornice, un’estetica, una narrazione, un’identità allo stesso tempo in sintonia con il tempo presente e in feroce opposizione a esso. Le forme residuali dell’impegno militante appaiono ripiegate sulla sconfitta, sulla riproposizione di modelli percepiti come estranei, stilisticamente inadeguati, distanti dalla realtà [...]. In quel frangente, Sottocultura forniva preziose chiavi di lettura per decifrare le coordinate di un protagonismo non più inquadrabile nelle forme consuete della militanza politica. Anche nell’autocomprensione delle stesse sottoculture, nonostante il rifiuto di principio che le componenti più oltranziste potevano opporre a qualsiasi sguardo esterno o alle oggettivazioni del sapere accademico, il libro svolse un ruolo non trascurabile”.
Sempre nell'introduzione Guareschi si sofferma anche sulle ricadute che il libro di Hebdige ha avuto in ambito accademico. “Di fatto, la sua pubblicazione ha rappresentato la prima occasione offerta al lettore italiano per familiarizzarsi con gli sviluppi intervenuti nell’ambito dei cultural studies nella fase che segue l’assunzione da parte di Stuart Hall della direzione del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham e il riorientamento della precedente vocazione prevalentemente storico-letteraria in direzione sia di una focalizzazione su tematiche quali la resistenza attraverso i rituali, la guerriglia semiotica messa in scena dai comportamenti giovanili, la risignificazione dal basso dei consumi, l’interazione fra pubblico e media aggirando le ipoteche delle letture unidirezionali in termini di meccanico travaso di contenuti dall’emittente al destinatario o di moralistica stigmatizzazione dell’abbrutimento delle masse nell’era del consumismo e della massificazione [...]. Sottocultura, in maniera incisiva e brillante, specie nei capitoli dedicati ai case studies, costituiva una sintesi delle prospettive di ricerca sugli stili e l’agency giovanili maturate all’interno della scuola di Birmingham che avevano trovato un momento di rielaborazione collettiva nell’importante volume curato da Stuart Hall e Tony Jefferson Resistance through Rituals (a cui lo stesso Hebdige aveva contribuito), o anche in altri ambiti teorici”.
Certo, rispetto alla scena inglese indagata da Hebdige le cose sono cambiate e parecchio, tanto da rendere oggi problematico anche solo ricorrere al termine sottocultura nelle modalità con cui vi si ricorreva qualche decennio fa. Ad essere mutata è anche la capacità della macchina del business di mercificare e di riassorbire fenomeni nati più o meno con intenzioni sottrattive, se non antagoniste, rispetto al sistema stesso. Sembra ormai lontano il tempo in cui gli stili delle sottoculture venivano osteggiati e condannati dal potere in quanto considerati simboli di devianza rispetto all’ordine codificato e, nel frattempo, non sono di certo mancati fenomeni di collaborazionismo, più o meno volontari, con l'industria della moda e dell'intrattenimento.
Da qualche tempo lo stesso ricorso alla provocazione è divenuto una strategia utilizzata con una certa frequenza dalla cultura e della moda manistream; basti pensare a quanto spesso ricorre tale termine tra gli stilisti di “alta moda” o tra i “dispensatori d'aura” in ambito artistico, per dirla con Alessandro Dal Lago e Serena Giordano (L’artista e il potere, Il Mulino 2014). Nella contemporaneità sembra ormai che normalità e devianza, da questo punto di vista, siano due strade, nemmeno così diverse, che conducono all'omologazione della mercificazione. Indipendentemente da quale sia il percorso seguito, le identità faticosamente costruite necessitano comunque di conferme, di una patente ottenuta attraverso una pubblica accettazione e qua fanno capolino i social network, ove i like o altri indicatori di apprezzamento rappresentano l'unità di misura del successo davanti al pubblico, come sostiene Vanni Codeluppi nel suo Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre «vetrinizzazioni» (Mimesis, 2015).
Facendo riferimento al modo di vestire, scrive Matteo Guarnaccia nel suo Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali (ShaKe Edizioni, 2009): “Oggi il consumo individuale di look, grazie all’indefesso lavorio delle subculture, è stato liberalizzato – o meglio, la dose personale consentita è stata innalzata a livelli mai raggiunti in passato. Il motivo di questa magnanima tolleranza è semplice: il mercato è diventato sempre più dipendente dalla devianza, che si rivelata un’efficientissima palestra di innovazione. Centro (mercato) e frontiera (devianza) collaborano sempre più strettamente alla solidità del sistema, si completano reciprocamente [...]. La devianza − dopo strepiti e conflitti − più o meno rassegnata, viene ricondotta nell’alveo rassicurante del consumo”.
Insomma, le cose sembrano essersi fatte davvero complesse e, rispetto al momento in cui è uscito il saggio di Hebdige, ad essere cambiato è anche l'approccio culturale, più o meno accademico, frantumatosi in mille sfaccettature, con cui si possono affrontare oggi tali soggettività sempre meno stabili.
Come ha scritto Guareschi “sarebbe vano cercare nel libro di Hebdige uno schema analitico da applicare tale e quale al presente. Lo stesso concetto di sottocultura, forse, risulta inadeguato e fuorviante per rendere conto di tendenze e fenomeni che in apparenza sembrerebbero rientrarvi pienamente, in continuità con le sottoculture precedenti, e che tuttavia, a uno sguardo più attento, rimandano a logiche e a contesti completamente differenti. Ed è proprio qui, per evidenziare le cesure intervenute, lo stacco che ci separa da un recente passato, che il libro trova oggi la sua maggiore attualità”.
Il libro di Hebdige è assolutamente da leggere o, per chi lo avesse fatto in passato, da rileggere ora perché ci aiuta a capire un po' di più non solo di un passato oramai lontano ma anche del nostro presente e, forse, anche del futuro che ci vogliamo dare o subire. A suo modo Sottocultura è un classico.



 

Dick Hebdige
Sottocultura. Il significato dello stile

Meltemi, Milano, 2017
pp. 196

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