"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 03 Novembre 2016 00:00

La trilogia dello sradicamento di Giovanni Iozzoli

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L'ultimo romanzo di Giovanni Iozzoli, La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016), uscito da pochi mesi e vincitore della XXXIII edizione del premio letterario “Città di Cava de' Tirreni”, per certi versi completa quella che riteniamo possa essere definita una “trilogia dello sradicamento” inaugurata dall'autore con I terremotati (Manifestolibri, 2009) e continuata con I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015).
Partiamo dunque dall'inizio. Il primo romanzo di Iozzoli esce nel 2009 a ridosso del ventinovesimo anniversario del tremendo terremoto irpino del 1980 dimenticato in fretta e furia dalle istituzioni e dai media nonostante le scosse di quel lontano evento si siano propagate fino ai giorni nostri per poi perdersi tra le mille emergenze che, a ben guardare, tracciano una linea ininterrotta, ben diversa dalle rappresentazione per successione di punti narrata dai media e dai politici.

Tra un disastro idrogeologico e l'altro, tra l'edificazione di una nuova tendopoli e nuovi funerali messi in scena in favore di telecamera, tra le visite ed i proclami delle autorità accompagnate da giornalisti con l'elmetto a caccia di lacrime utili a vendere detersivi e dentifrici in prima serata alla tv, tra le promesse dei nuovi politici di turno che sembrano rubare le parole al passato e le ruberie e le speculazioni malavitose di sempre, non ci sono momenti vuoti se non di palinsesto. Il silenzio mediatico e politico semplicemente cela una realtà di emergenza continua ed infinita perché davvero poco è stato fatto affinché l'eco dei disastri possa davvero scemare.
L'autore conosce bene il disastro irpino di quel maledetto 1980 perché l'ha subito direttamente, e con I terremotati intende, pur attraverso un registro finzionale, raccontarne alcuni aspetti e, soprattutto, tracciare l'onda lunga di quelle scosse. Con una scrittura asciutta ed amara Iozzoli lascia parlare le piccole storie di esseri umani altrettanto piccoli. Le pagine del romanzo ci mostrano uomini alle prese tanto con le devastazioni materiali che con quelle morali amplificate da quel tremore infinito della terra. Il lettore è messo di fronte a comunità lacerate o distrutte, a rapporti sociali ormai definitivamente saltati ed a personaggi alle prese con quella modernizazzione forzata del Mezzogiorno imposta tanto dal sisma quanto da quel flusso di spesa pubblica riversato, come un fiume in piena, sulle comunità che hanno davvero ridisegnato i territori uccidendone storie, legami e possibilità di scelta.
Il 1980 da cui prende il via il romanzo rappresenta un vero e proprio momento di passaggio tra un “prima” che si lascia alle spalle, cancellandoli, gli anni di quella ribellione generalizzata che ha attraversato l'intera Penisola, rappresentati nel romanzo, nelle loro scelte estreme, dalla clandestinità della sorella del protagonista, ed un “dopo” fatto di anni effimeri dell’“Italia da bere”, di cutoliani, socialisti rampanti e di colate di calcestruzzo volte a cementare nuovi rapporti di forza. Attorno a quei primi anni '80 si vivono gli ultimi scampoli di quella che sarebbe poi stata definita, più o meno correttamente, “Prima Repubblica”.
Il romanzo di Iozzoli ci mostra come l'evento tellurico che ha colpito l'Irpinia in quel maledetto novembre del 1980 non possa essere pensato come mero disastro naturale; si è trattato anche di un vero e proprio terremoto sociale che ha dilaniato le comunità locali. Quelle scosse telluriche hanno finito anche col cancellare “la questione meridionale” dall'agenda culturale, mediatica e politica, travolta da ruberie e sprechi che finiranno col monopolizzare, ad arte, qualsiasi discussione sul Sud del Paese. Da quel momento “il Sud” è diventato “altro” nell'immaginario italiano, sia meridionale che settentrionale.
È sugli anni successivi al sisma che insiste il romanzo, quegli anni in cui “il tempo era merce abbondante” ed i giorni giravano “vorticosi e selvaggi, insieme ai soldi, agli ingegneri, ai ricottari e agli spacciatori, alle pale meccaniche, alle facce stranite della gente”. Iozzoli riesce indubbiamente a coniugare le piccole storie di altrettanto piccoli personaggi di paese con le grandi trasformazioni che hanno riscritto la vita sociale del Sud e dell'Italia del ventennio ’80 e ’90. La portata di quei cambiamenti si è data nell'Irpinia post-terremoto in maniera ancora più traumatica, un po' come se il terremoto avesse fatto da amplificatore.
Il Sud raccontato da Iozzoli è quello che sino al terremoto dallo Stato non si attendeva altro che la cartolina per il servizio militare ed improvvisamente si è trovato a ricevere promesse di donazioni e risarcimenti, pensioni e finanziamenti. Nulla accade per caso nel cielo della politica. Il nuovo trattamento si era reso necessario nel momento in cui “qualcuno si stava accorgendo che il Mezzogiorno scricchiolava, che tra Napoli e la provincia infetta del cratere, il vecchio edificio puntellato non reggeva più, sotto i colpi non solo della antiche ciurme sottoproletarie ma anche di una nuova piccola-borghesia povera, incazzata e scolarizzata senza prospettive”.
Tra i personaggi che popolano I terremotati non può mancare la figura di chi, partito con velleità politiche militanti si lascia corrompere da quel rampantismo socialista capace di riassorbire “ex rivoluzionari” che di fronte agli insuccessi ed alle frustrazioni della politica di strada, decidono di sfruttare le abilità acquisite per mettere le mani “sul grasso che cola”, su un bottino che, a quel tempo, pare davvero senza fine.
Già in questa prima opera narrativa si trovano alcune caratteristiche che si rintracceranno anche nelle opere successive. Tra queste emerge sicuramente l'abilità dello scrittore nel descrivere, attraverso brevi passaggi, in maniera puntuale, la portata dei cambiamenti generali. Ad esempio, in una manciata di righe l’autore condensa quel senso di rassegnazione regnante nella comunità irpina nell'imminenza delle scosse telluriche: “Ricordo pure uno, un bel tipo, un po’ matto, che venne a giocare ad Avellino (doveva essere il ’79) e alla prima conferenza stampa, quando gli chiesero cosa pensava dello stadio nuovo, rispose: bello, peccato che l’ospedale fa schifo, potevate pensare prima all’ospedale. E aveva ragione, non dico mica di no: ma noi, noi tutta la popolazione, eravamo rassegnati agli ospedali schifosi, pieni di topi e umidità, non era una cosa nuova. Era la serie A la cosa nuova e di quello ci inorgoglivamo”.
Tra le figure popolanti I terremotati merita sicuramente una citazione il tizio che per tutta la vita ha sognato di “fare il teatro” e che finisce col doversi accontentare della misera carriera di mago. La parabola di questo loser diviene l'occasione per osservare qualcosa di ben più ampio: “C’era sì la degenerazione di un uomo sfortunato che era andato fuori di testa, ma dietro questa parabola umana si leggeva anche la degenerazione di un’intera comunità, un senso di crisi, di sgretolamento, di perdita”.
Un po' tutti i personaggi messi in scena da Iozzoli si indirizzano pian piano, come fossero tutti parte di una mesta e dolente processione, verso un fallimento che spesso ha le sembianze della mediocrità accettata anche se non compresa ed al protagonista, adolescente, “terremotato nell'animo”, non resta che la via di fuga dell'emigrazione verso il Nord. Un Nord triste che già lascia presagire come la crisi economica e sociale che il protagonista intende abbandonare non è affatto stata lasciata alle spalle e ben presto arriverà anche lì. Il Nord che si trova davanti il giovane emigrante appare davvero poco ospitale; una terra ed una società che sembrano disposti ad aprirsi all'ultimo arrivato soltanto durante l’orario di lavoro. Per il resto della giornata ognuno frequenti il “suo giro”, se ne ha uno.
Il terremoto narrato da questo primo romanzo di Iozzoli sembra dunque aver investito tutto e tutti e, quel che forse è peggio, suggerisce l'autore tra le righe, la storia non finisce lì. Il romanzo suggerisce esplicitamente come quella cesura epocale di fine anni '70 ed inizio anni '80, di cui il terremoto irpino è stato “solo” un micidiale acceleratore per il Sud, ha davvero smembrato irrimediabilmente un tessuto sociale col risultato che “non ce la prenderemo con chi ci ha illuso (...). Ce la prenderemo con quelli che stanno sotto”.

Nella seconda prova letteraria di Iozzoli, I buttasangue (2105), sono nuovamente la crisi ed il senso di sradicamento i veri protagonisti. Si tratta di una crisi ed uno sradicamento narrati in prima persona da un'ordinaria vittima dei nostri tempi. Come ne I terremotati il crollo narrato non era “soltanto” quello determinato dai sommovimenti tellurici irpini, anche ne I buttasangue la crisi raccontata non è “soltanto” una crisi economica. Il romanzo cala piuttosto il lettore all'interno di una grande trasformazione antropologica capace di ridisegnare i territori, le comunità e le vite dei piccoli uomini che ne restano travolti. Si tratta di una crisi delle coscienze, della frantumazione di un'etica collettiva, dell'implosione del sistema di vita e di valori su cui per decenni tanti esseri umani hanno fondato e giustificato le loro esistenze.
In questo romanzo il via non è dato dai tremori della natura ma da un incidente decisamente più umano. La storia si apre infatti con una morte sul lavoro che Iozzoli presenta come simbolo di un’epoca tutto sommato disposta a sacrificare “qualche vita” in nome della produttività: “Di lavoro ne girava tanto ed era normale che ogni tanto qualcuno ci lasciasse dentro una mano o peggio”.
Il romanzo termina nuovamente sugli effetti immediati di un terremoto, quello che nel 2012 ha scosso la pianura padana. Le ultime pagine del libro offrono una carrellata dolente sull’Emilia terremotata e l'evento tellurico è nuovamente presento dall'autore come metafora dello smottamento generale di senso in realtà già all’opera da prima dei tremori della terra. Nuovamente il terremoto sembra spingere sull’acceleratore della storia, così come era accaduto per il l'Irpinia del 1980 narrata nel romanzo precedente, le scosse telluriche si rilevano presto anche un terremoto sociale.
Certamente l’adolescente irpino che si trasferisce al Nord ne I terremotati non è il protagonista pugliese de I buttasangue ma, per certi versi, ad essere la stessa è la storia di questo Paese, la storia di chi fatica a sbarcare il lunario e si vede crollare il mondo addosso. Ad essere la medesima è la storia di chi si guarda attorno e prova improvvisamente un senso di smarrimento e di sradicamento. Uno sradicamento nei fatti presente da tempo ma che, fino a quel momento, viene rimosso, come se si evitasse di guardarlo negli occhi. Nel momento del bisogno improvvisamente il protagonista percepisce di non avere una comunità su cui contare, di essere privo di relazioni vere e durature con altri simili. Davvero tornano alla mente le parole di una delle protagoniste assolute di questa trasformazione epocale consumatasi in apertura degli anni '80: “La società non esiste. Ci sono solo individui”. Così pontificava, auspicava, imponeva quella Margaret Thatcher salita al timone del suo Paese, e non solo di esso, poco prima che la terra tremasse in Irpinia. Per certi versi questo sradicamento che attraversa la trilogia di Iozzoli è figlio di quella logica bene più della terra tremante.
Il protagonista di questo secondo romanzo è un operaio allo sbando, un uomo che si scopre improvvisamente solo e sfortunato che da tempo aveva deciso di vivere alla giornata all'interno di un mondo ruotante intorno al modello emiliano centrato sulla “fabbrica”, un tempo orgoglio e perno delle comunità locali. Il nostro uomo si trova ad essere casualmente testimone della morte di un compagno di lavoro e da quel momento traumatico in poi la sua vita sembra precipitare in una voragine di eventi anche a causa dell’incontro con una giovane misteriosa che contribuirà a scombussolare ulteriormente la sua già caotica esistenza.
Da quell'essere stato spettatore della morte sul lavoro del collega e dal dover decidere come testimoniare l'accaduto pressato dai vertici aziendali, il protagonista si trova catapultato all'interno di situazioni sempre più strampalate in cui si alternano sbirri, esorcisti ed assessori incalzanti come un nodo che stringe alla gola, rappresentazione di un mal di vivere che si manifesta in questo spaesamento quotidiano diffuso.
Nelle pagine de I buttasangue troviamo la storia di un individuo costretto ad arrabattarsi per tenere in piedi una parvenza di integrità, mentre intorno tutto crolla. Un disgraziato che cerca solo di sopravvivere in un mondo che si rivela sempre più pericoloso e che sembra inseguirlo. A tale senso di spaesamento il protagonista risponde cercando di rifugiarsi in una maggiore solitudine capace di isolarlo dal mondo esterno. Il rifugio temporaneo può essere l'abitazione, l'abitacolo dell'automobile o anche, in alcune circostanze, la stessa fabbrica tanto che, sul finire del libro, il protagonista ammette amaramente a se stesso che: “Questa fabbrica l’ho sempre vista come una casa, un posto noioso e faticoso, ma dentro cui trovavo riparo dalle cose brutte del mondo”.
Le vicende narrate nel libro si svolgono quando ormai il lavoro, l’integrazione, le speranze ingenue, sono ormai alle spalle. Certo, si trattava di anni bugiardi, in cui la crisi, “come i brividi di freddo prima della febbre”, proiettava già la sua ombra minacciosa.
Nel romanzo si racconta anche dell’ultimo ciclo di emigrazione dal Sud al Nord, quando il processo di insediamento ed integrazione si è fatto sempre più difficoltoso. Si narra del cambiamento vorticoso di un tessuto di una piccola provincia industriale del Nord violentemente modernizzata, in pochissimi anni, dai flussi economici globali e di come il cittadino/operaio, eroe e protagonista della stabilità sociale, della coesione, del consenso dentro il modello emiliano, piano piano declini verso una condizione di precarietà e povertà, di estraneità civica e di rifiuto. Quel cittadino/operaio diventa il “buttasangue” (epiteto coniato dal giornalista Giuseppe D’Avanzo per descrivere l’ultimo e più precario ciclo di emigrazione dal Sud). “Butta sangue” come italianizzazione del “jetta 'o sanghe”, espressione universale di sofferenza, di mal di vivere, che la crisi amplifica, a partire dalla condizione migrante, per allargarsi alla stragrande maggioranza della società.
Quella crisi che il giovane protagonista del primo romanzo intende lasciarsi alle spalle trasferendosi al Nord, ora, in questo secondo libro di Iozzoli, giunge anche nella Pianura Padana, accompagnata da una colonna sonora ritmata sui tragici botti delle scosse sismiche del 2012 che hanno improvvisamente svelato l'illusione di un modello di vita basato sul mito della produzione e dello sviluppo illimitato. Lo spaesamento vissuto dagli abitanti di questo Nord laborioso quanto miope sono mirabilmente tratteggiati dallo scrittore: “Per i laboriosi locali, sarebbe stato molto più doloroso e complicato. Loro erano cresciuti con l’idea che c’era una morale, una specie di lieto fine, nella storia: lavori, lavori, lavori come un somaro dalla mattina alla sera per anni e anni, e risparmi, e sei un buon cittadino, e ti presti alla comunità, e alla fine sarai premiato. Questa era la convinzione che aveva spinto tre generazioni a chiudersi nelle officine da quando avevano quattordici anni. Tutti erano sempre stati convinti che il gioco valesse la candela”.
Nuovamente il terremoto sembra aver presentato il conto. Sono crollate tante certezze costruite nel dopoguerra insieme alle case edificate “da generazioni di formiche infaticabili, mattoni, valore, patrimonio, ascesa sociale, stabilizzazione. E adesso sono chiuse, e i proprietari sono vecchi e dispersi – tra figli, parenti, sistemazioni di fortuna – e la grande epopea finisce con quei vecchi che come in un gioco dell’oca tornano alla casella di partenza, al freddo, alla precarietà, alla mancanza di ogni sicurezza – come un ritorno fasullo alla loro giovinezza, ma senza più energia, senza speranze, senza futuro. Quanta fatica, centinaia di milioni di ore di tornio, di fresa, di saldatura, di presse, di vernici – e commerci, edilizia, capannoni e centri direzionali di paese –, tutto frullato e fottuto in un semplice minuto”.
Nulla sembra salvarsi da questa deriva. Il lettore riconoscerà sicuramente qualcosa di sé nella ricerca disperata e goffa del protagonista, nel suo bisogno di legittimazione, di integrazione e di redenzione. Chi vive nei territori narrati dal romanzo, tra la bassa modenese e quella mantovana, riconoscerà questo o quel personaggio, dentro la cartografia di volti e storie vere che il panorama propone. Queste terre sono raccontate da Iozzoli come sovrastate da una cappa grigia costruita e sedimentata in decenni di accumulazione e produzione forsennata. Una cappa che sembra davvero non lasciare spazio a spiragli di luce in quelle terre che avevano sputato sangue anche pensando ad un sole dell’avvenire che all’orizzonte non sembra più poter far capolino. Anzi, all'interno di quanto narrato ne I buttasangue è lo stesso orizzonte che sembra essere scomparso.
Sul finire del romanzo il protagonista sembra adattarsi ai tempi nuovi e l'improvvisa precarietà ed illegalità diffusa sembrano diventare l'unica alternativa praticabile. Il licenziamento potrebbe non essere il male peggiore lascia capire l’ormai ex metalmeccanico. Forse erano peggiori gli anni in cui si spendeva la vita in fabbrica. Eppure, mentre esibisce questo cinismo, nel protagonista traspare il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
Il racconto non entra quasi mai all'interno delle mura della fabbrica ma trasmette bene al lettore come essa si propaghi al di fuori dei cancelli, come plasmi la vita del protagonista al di là delle ore lavorative, tanto che lo stesso romanzo è organizzato in capitoli intitolati con altrettanti momenti di produzione (“Lapidatura”, “Rullatura”, “Rettifica”...).

La vita e la morte di Perzechella (2016) è l'ultimo volume di questa “trilogia dello sradicamento” di Giovanni Iozzoli. Per certi versi è il punto di approdo di quanto è stato sedimentato nelle opere precedenti. Il nuovo romanzo conduce il lettore dalla Napoli degli anni '80 all’Emilia dei nostri giorni in un viaggio di andata e ritorno nello spazio e nel tempo che, oltre a raccontare le storie di personaggi incapaci di incidere sulla realtà che li travolge, ci parla della storia di un intero Paese immerso in una crisi profonda. Non si tratta “solo” di una crisi economica, ma anche di una crisi dei legami civili ed umani e di una “crisi di senso” che rende sempre più difficile comprendere la realtà.
In questo romanzo un omicidio consumato nei lontani anni '80 diventa l’occasione per un viaggio nella storia e nella geografia dell'Italia e l’improvviso riemergere del passato, dopo decenni di apatia di comodo, non solo svela il peggio di un’epoca lontana, coincidente con la giovinezza dei protagonisti, ma palesa anche quanto sia disgustoso l'oggi. Al centro del romanzo troviamo le vite di due individui incapaci o impossibilitati a realizzarsi che si incontrano nella Napoli degli anni '80: uno studente universitario vagamente interessato alla politica, stancamente fuori corso, che si lascia vivere, senza particolari pretese in perenne attesa che qualcosa accada, ed una giovane venditrice di sigarette di contrabbando piena di tormenti e delusioni. Come negli altri romanzi di Iozzoli, i protagonisti si trovano improvvisamente catapultati all'interno di eventi più grandi di loro e da quel momento inizia quel senso di sradicamento che poi non li abbandonerà più.
Il matrimonio della sorella del protagonista, Alfonso, con un boss locale, trascinerà il giovane, seppur marginalmente, in ambienti da cui si era sempre tenuto alla larga e di cui ignora i codici comportamentali. Inoltre, la relazione clandestina con la giovane venditrice di sigarette, Perzechella, finirà per ingenerare equivoci che si riveleranno tragici. Se il giovane viene a contatto con un mondo criminale che non conosce, la ragazza tenta, invece, di uscirne e sarà proprio questo aver oltrepassato i rispettivi confini a determinare la tragedia. In questo abbandono del conosciuto, in questo sradicamento i due si troveranno a non saper più leggere gli eventi.
Diventato improvvisamente omicida, Alfonso si trova a dover lasciare velocemente la sua città e, salito sul primo treno diretto al Nord, giunge in Emilia, ove si ricostruisce una vita cancellando il passato e recidendo qualsiasi contatto con i pochi cari che ancora gli restano. Improvvisamente, però, il passato lo raggiunge e lo costringe non solo a fare i conti con ciò che ha commesso ma anche a con l’attualità in cui vive che si rivela nauseante: falsa, ipocrita ed invivibile.
Se i personaggi del romanzo che popolano gli anni '80, pur nella loro negatività, sembrano saldamente incasellati in ruoli certi e ben delineati, nell’Italia di oggi, invece, i personaggi sembrano in preda al disincanto, alla stanchezza, all’invecchiamento e, soprattutto, all’incapacità di decifrare quanto sta avvenendo. Dunque, ancora una volta, nella narrativa di Iozzoli emerge una disgregazione che ha toccato talmente nel profondo i personaggi da minare la loro capacità di comprendere la realtà in cui si sentono catapultati.
Il senso di straniamento contemporaneo è reso magistralmente dallo scrittore quando tratteggia come stia scemando il carisma dei vecchi uomini d’onore che abitano le pagine del romanzo e di come ciò avvenga all'interno di una generalizzata decomposizione della società italiana, particolarmente evidente in ambito meridionale e, suggerisce l'autore, soprattutto a Napoli.
Come nelle precedenti opere, lo scrittore risulta particolarmente abile nel tracciare, di tanto in tanto, in poche righe, il preciso contesto sociale, politico ed urbanistico in cui si svolgono gli eventi narrati. Così Iozzoli ricostruisce, mirabilmente, la Napoli post-terremoto dei primi anni Ottanta: “Tra l’80 e l’81, dopo il tremendo terremoto che in due minuti aveva spezzato la storia della Campania, seguirono infiniti altri sconvolgimenti. La scossa aveva dato il via ad un domino frenetico. Napoli sembrò implodere su se stessa, miracolosamente tenuta in piedi da un reticolo precario di putrelle, travi, tubi innocenti – ma anche di speranze, imprecazioni, urla, lacrimogeni, sangue e calcolatrici sempre all’opera. Il terremoto certo fu un formidabile detonatore: ma la Santa Barbara era già lì, pronta a esplodere, con le sue baraccopoli urbane e i suoi bassifondi fetidi e malati, e le ferite già aperte, sul punto di infettarsi e diventare cancrena. Quando Valenzi, il sindaco di Napoli, dettava i numeri dei senzatetto nei primi bilanci successivi alla scossa, barava e lo sapeva: dentro aveva fatto conto pari, e ci aveva infilato anche quelli che una casa non ce l’avevano mai avuta, le coabitazioni promiscue, i figli delle lamiere e dei cartoni, gli scantinatisti e quelli che abitavano case dichiarate da trent’anni insalubri e pericolose. Come capita alle guerre, il terremoto aveva ricomposto e quasi costituito un immenso esercito di senza speranza, che in pochi mesi trovò la forza della sollevazione, si riconosceva corpo collettivo, generava le sue avanguardie, tra capipopolo arraffoni e pronti a svendersi e studentelli occhialuti, poveri e caparbi. In pochi mesi successe di tutto – e come tutte le grandi ribellioni napoletane, anche questo uragano lasciò pochissime tracce del suo passaggio”.
Ed ancora, nel tratteggiare la Napoli della seconda metà degli anni '80, lo scrittore ricostruisce sinteticamente e compiutamente un’epoca ed uno spaccato di società: “Tra il 1986 e il 1987, il grosso del movimento post-terremoto era defluito in mille rivoli contrapposti, metabolizzato dall’enorme flusso di spesa pubblica che si stava rovesciando sulla Campania. Dopo il grande ciclo di occupazioni delle case, dopo le prime assunzioni di disoccupati organizzati, rimanevano le frange precarie di quelli che erano rimasti fuori. Dall’esercito della povera gente, tra i figli dei quartieri, che pure avevano copiosamente riempito le piazze di Napoli, pochissimi continuavano a resistere nell’impegno politico, lasciando soli ed esterrefatti i rivoluzionari di professione. I partiti, anche i più piccoli e mal frequentati, avevano recuperato il pieno controllo sulla società, reclutando a man bassa e rafforzando il loro ruolo di agenzie dove si intermediava di tutto: credito, posti, finanziamenti, appalti e affari criminali [...]. A parte la massa cospicua degli arrestati e inquisiti, al giro di boa della prima metà degli anni ’80 centinaia di militanti erano letteralmente scoparsi. Alcuni non si facevano più vedere, persi dietro ai fatti loro, in una declinazione individualistica della vita che quasi mai (come invece sostenevano le riviste) culminava con la riscoperta delle gioie del privato. Il riflusso era deriva, deriva pesante, fatta di eroina, esaurimenti, depressioni, suicidi, e un massiccio rientro nei ranghi di una normalità al ribasso, mai gloriosa o appagante. Migliaia di persone, all’inizio degli anni ’80, vivevano semplicemente con un piede di qua e uno di là, sospesi in un nulla quotidiano e un po’ allibiti nel ritrovarsi così sbandati, in un gigantesco 8 settembre da nessuno mai dichiarato”. “Sangue, eroina, calcestruzzo e monnezza si impastavano senza sosta, gonfiando una slavina velenosissima. Napoli fremeva, ma senza nessuno slancio o speranza: quella vitalità era solo la lotta quotidiana delle iene per accaparrarsi l’ultimo lembo di carne”. Sono davvero piccole perle di lettura sociologica, politica ed economica quelle che tratteggia l'autore, sicuramente figlie di un'abitudine all'analisi dell'attualità. Iozzoli si è formato all'interno di quei movimenti sociali radicali degli anni '80 e '90 in cui ancora era possibile usufruire della memoria, del metodo di analisi e dell'intelligenza di quelle generazioni che avevano tentato l'assalto al cielo nei decenni precedenti. Lo scrittore  è stato tra i fondatori dell'esperienza di “Officina 99” in quella Napoli di cui conosce bene le dinamiche di strada, così come conosce bene il contesto emiliano, in cui vive da anni e che non manca di raccontare nei diversi romanzi.
A proposito dell’Emilia contemporanea, anche in questo romanzo l'autore non manca di raccontare come le cose, anche da quelle parti, non vadano affatto bene: “Tutto stava crollando; come un presepio quando finiscono le feste, e i pastori finiscono a testa in giù negli scatoloni. La città sembrava paralizzata dalla paura. Anche nei baretti di periferia si aspettavano con ansia le notizie sull’indice Nikkei. C’era un’aria di fine secolo – anche se il secolo era appena iniziato; un’aria di crollo imminente, come una bella époque che sta per chiudersi, mentre da lontano nuvoloni minacciosi e rombi di cannone non lasciano sperare nulla di buono”. Anche osservando i tradizionali quartieri popolari si comprende la trasformazione in atto nell’Emilia fiera e produttiva: “Quando erano andati ad abitare là, nel 1996, era una strada decorosa di anziani di periferia, un po’ di verde e cortiletti di ghiaia, l’associazione di quartiere. Adesso si era come spaccata a metà. Dal lato destro c’erano tutte case basse, di uno o due piani, e anche un paio di villette bipiano monofamiliari; gli occupanti erano vecchi operai emiliani doc, o loro eredi, che avevano negli anni risalito la scala sociale e si erano sistemati: casette belle, ristrutturate, in cui si accumulavano i risparmi operosi di una o due generazioni infaticabili. C’era ancora qualche vecchio reduce delle Fonderie, che proprio lì vicino avevano avuto la sede. Sull’altro versante della stessa strada, c’erano tre palazzine alte, del dopoguerra. Anche queste erano vecchie case operaie di gente delle Fonderie; ma non si erano mai evolute, erano rimaste come quarant’anni fa, per affittuari senza pretese, e il loro status di dignità popolare si era trasformato in degrado”.
Il clima di sradicamento e malessere generalizzato, seppure con modalità differenti, accomuna il meridione, da cui la vicenda di questo ultimo romanzo ha preso il via, e quel settentrione individuato dal protagonista come rifugio sicuro in cui rifarsi una vita azzerando il passato. Quando tutto improvvisamente torna a galla, insieme al passato giunge anche l’improvvisa presa d'atto della profondità dello sradicamento. È in questo spaesamento che iniziano ad accavallarsi vicende sconclusionate abitate da personaggi sopra le righe, che si palesa lo sbandamento generale del tempo presente.
Il finale, ancora una volta, è amaro. Difficilmente, viste le premesse, poteva essere diversamente. Riemergono, quindi, anche in questa ultima opera, i vecchi fantasmi che popolano i precedenti romanzi di Iozzoli e che ci inducono a parlare di una “trilogia dello sradicamento” in cui, a ben guardare, l'autore parla di tutti noi.

 

 

 

Giovanni Iozzoli

La vita e la morte di Perzechella
Edizioni Artestampa, Modena, 2016
pp. 416

I buttasangue
Edizioni Artestampa, 2015
pp. 160

I terremotati
Manifestolibri, Roma, 2009
pp. 158

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