“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 05 Agosto 2014 00:00

"Tre croci" di Federigo Tozzi o sull'abitudine alla disperazione

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"Giulio chiamò il fratello:
– Niccolò! Dèstati!
Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi".

Questo è l'incipit di Tre croci, un romanzo di Federigo Tozzi scritto in sedici giorni e pubblicato nel 1920. È la storia di tre fratelli: Giulio, Niccolò e Enrico. Tre satelliti che orbitano intorno ad un luogo: una libreria.

Tre librai senesi che per sbarcare il lunario sono costretti a firmare cambiali false, vivendo nella menzogna, nella costante paura di essere scoperti. Tre uomini profondamente diversi, accomunati dalla parentela di sangue e dalla brama di denaro. Tre esistenze rassegnate, stanche. Tre ossessioni, tre cadute. Tre croci.
Federigo Tozzi disegna la parabola dell'ultimo periodo di vita dei fratelli Gambi con perfetto tocco da meastro del naturalismo, lasciandosi per un momento alle spalle il lirismo e l'autobiografismo di Con gli occhi chiusi (1913). Tre croci è un romanzo straziante sebbene privo di pathos: l'autore narra con perfetto distacco le vicissitudini e le tragedie dei tre librai senza mai sbilanciarsi, con l'oggettività di uno scienziato. È un romanzo freddo in cui è come se il lettore fosse costretto ad osservare gli eventi da dietro la vetrina della libreria, sorta di voyeur invisibile e impotente.
Oltre ai fratelli Gambi vi sono altri personaggi: Modesta, la moglie di Niccolò, le due nipoti Lola e Chiarina, il Cavaliere Nicchioli – colui che verrà ingannato dai fratelli – e infine, Corsali e Nisard: i più assidui frequentatori della libreria. Tutti questi personaggi sono essenzialmente marginali e sembrano passare quasi per caso tra le pagine del romanzo. Solo alle due nipoti è dedicato uno dei capitoli più belli del romanzo – il sesto – in cui si alterna la descrizione di una promenade a quella del paesaggio senese. Lola e Chiarina sono gli unici personaggi luminosi della vicenda: sgraziate "nachère e tracagnotte" sono unite da un sentimento puro e sincero, unica testimonianza di umanità in tutto il romanzo. Alla città di Siena sono dedicate delle raffinatissime pagine dalle quali straborda tutta la potenza evocativa dell'autore: "Quando Chiarina e Lola si soffermarono lì, ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi svanendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. […] Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s'appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi".
Il rapporto tra i tre fratelli è conflittuale, contraddittorio. Tozzi non lo analizza a fondo, non si prolunga in analisi intime dei personaggi. L'autore ha infatti la capacità di caratterizzare i personaggi attraverso la descrizione di gesti, espressioni del volto, tonalità della voce, movimenti delle mani, modi di parlare e di camminare.
I tre fratelli paiono quasi tre bestie rinchiuse nella prigione della libreria: Niccolò è accidioso ma dotato di una allegria contagiosa, mentre Enrico è solo rozzo e stupido. Giulio rimane a metà tra la condizione d'uomo e quella di bestia: il suo atto di sacrificio e di disperazione finale ne sarà la conferma.
Le rare parti riflessive del testo sono infatti affidate alla sua voce: egli è l'unico personaggio davvero sofferente che sembra avere una parvenza di auto-coscienza. La sua anima è segnata dalla coscienza del fallimento, egli sa di essere destinato alla miseria e all'esilio. Infatti, in seguito ad una serie di eventi, i tre fratelli cadranno in disgrazia e perderanno tutto ciò che posseggono: la loro libreria.
Nelle parole di Giulio, si avverte un senso di rassegnata accettazione delle convenzioni del vivere sociale, dell'impossibilità di liberarsi dall'influenza incatenante dell'Altro: "Perché gli altri mi credono eguale a loro? Perché gliel'ho fatto credere io. […] Vuol dire che io li ho tanto abituati a me stesso e ad essere così, che io ho perduto ormai qualunque diritto a ricredermi. […] Non vale dunque la pena ch'io soffra, perché non soffro soltanto per me ma anche per gli altri. Io vivo così perché essi vivono insieme a me".
Il rapporto tra Niccolò e Giulio è ambiguo, Tozzi scrive che "sentivano l'uno per l'altro una tenerezza che pareva una cosa sola con la collera". Solo un elemento li accomuna intimamente: il disprezzo per il fratello Enrico.
Quest'ultimo è dipinto come un essere mostruoso, sempre scocciato e arrogante. A lui è dedicato l'ultimo capitolo, nel quale si avverte come mai altrove la pesantezza del vivere, la miseria. Le scene sono buie, squallide.
Enrico è costretto a vivere per strada e spreca i suoi unici spiccioli alla locanda. Le ultime pagine del romanzo sono intrise d'odio e di rassegnazione; si illuminano soltanto nell'ultima scena grazie alla presenza pia e innocente delle nipoti.
L'unico punto di incontro tra i tre fratelli si può ritrovare in una frase che fa riferimento al personaggio di Giulio – ma che è assimilabile anche a Niccolò e Enrico: "Sentì che per lui vivere era doventata una cosa del tutto involontaria". Questa debolezza, questo senso di inazione nei confronti della vita attraversa tutto il romanzo.
Federigo Tozzi con stile secco e rara cura del verbo ci ha raccontato la storia della vita desolata di tre fratelli, di tre croci. Il romanzo è il racconto di una caduta, di un misero fallimento. La testimonianza dell'abitudine alla disperazione.

 

 

Federigo Tozzi
Tre croci (1920)
BUR, Milano, 2014
pp. 150

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