“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Venerdì, 14 Marzo 2014 00:00

“Io e Proust”. Splendori (pochi) e miserie (molte) di un uomo ossessionato da Proust

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Io e Proust ci incontrammo tanti anni fa, e fu subito amore.
Giorni di passione iniziati con la famosa madelaine, e proseguiti in compagnia di Marcel, di sua nonna, sua madre, suo padre, sua zia, la sua cuoca, e poi di Swann, Odette, Gilbert, Madame e Monsieur Verdurin, Albertine, Andrée, Madame Bontemps, il barone di Charlus, Robert e Mademoiselle de Saint-Loup, Rachel, Jupien, il marchese di Norpois, il duca e il principe di Guermantes, Oriane, la marchesa Madeleine de Villeparisis, Bergotte, Elstir, Vinteuil, Berma, Albert Bloch, Cottard, Brichot, Céleste, tutti insieme appassionatamente.

Io e Proust ci siamo amati, ebbene sì, per tre o quattromila pagine scandite in un numero imprecisato di settimane in cui mi ritrovai scisso tra la meravigliosa Francia fin de siècle (fino alla prima guerra mondiale) di Marcel e la meno meravigliosa realtà italiana di inizio millennio. Fu bello, fu molto bello, ma poi, come tutti i grandi amori, a un certo punto doveva finire.
Almeno per me.
Per Jacques Bartel, invece, non è stato così.
Jacques Bartel in piena adolescenza aveva due poster sulla parete della stanza: uno raffigurante Proust, l’altro la stella del calcio olandese Johan Cruijff.
Jacques Bartel era indeciso tra chi dei due adorare; nel dubbio li adorava entrambi.
Jacques Bartel fu costretto dalle circostanze a fare una scelta.
Un giorno trovò il poster del calciatore staccato e finito faccia a terra: “il grande campione olandese, non sopportando più quell’eterna competizione, aveva sfidato Marcel. Quest’ultimo era abituato alle schermaglie (avevo letto che si era battuto in duello, il che gli dava ai miei occhi una statura eroica), quindi aveva raccolto la sfida. Alla fine della partita la vittoria di Marcel era incontestabile. Proust 1, Cruijff 0”.
Io e Proust (Voland, 2014) di Michaël Uras è la storia di un amore, quello tra il protagonista, Jacques Bartel, e lo scrittore, un amore che non è finito con la lettura della maestosa e - più per mole che per altro - spaventosa Opera, ma che al contrario si è tramutato in ossessione.
Trattasi di autofiction, forma letteraria tanto in voga oggi: l’autore ci mette molto di se stesso, della sua passione per Proust, della sua esperienza di ricerca (giunge puntuale la critica sarcastica agli eccessi di erudizione degli studiosi: di Proust pare si sia detto tutto, a Jacques Bartel non resta che cercare un fantomatico uomo che appariva sempre in foto con Marcel e, incredibile a dirsi, lo trova, ultracentenario e moribondo), dei dubbi circa i gusti sessuali di chi studia l’autore della Recherche, o almeno mi piace credere che faccia tutto questo, data la statura ambigua dell’autofiction, tale da rendere impossibile tracciare una linea di demarcazione netta tra verità e finzione. Di certo, come si evince da un’intervista pescata a caso sul web (http://lemeledelsilenzio.blogspot.it/2014/02/io-e-proust.html), Uras regola qui i conti con Proust che l’ha aiutato in un momento difficile della sua vita.
Io e Proust è godibile per chi ha letto Proust ma anche per chi ne ha un certo timore reverenziale.
Il romanzo prende le mosse da un’idea di notevole portata: la confessione (incipit folgorante: “Ho sempre avuto un problema con Proust. Fin dall’inizio ho capito che mi avrebbe fatto soffrire”) a tratti dolorosa a tratti arrabbiata di un uomo che non solo è vissuto in funzione di Proust ma che è arrivato ad utilizzare Scrittore ed Opera come strumenti interpretativi del reale.
L’idea non sempre regge, si percepisce qualche stonatura nello stile, talvolta la tensione narrativa sembra calare anche perché il romanzo della vita propria, l’autofiction, richiede un certo margine di incoscienza e una buona dose di fortuna; d’altro canto lo stesso Uras, nel punto in cui la narrazione si fa “metaletteratura”, osserva che “il problema di quando scriviamo è che spesso pensiamo di fare un lavoro eccellente mentre in realtà stiamo annoiando il mondo intero”.
E però quando la storia tiene ci si diverte a star dietro agli splendori e alle miserie di un uomo ossessionato da Proust.


 

Michaël Uras
Io e Proust (2012)
a cura di Giuseppe Girimonti Greco
traduzione di Giacomo Melloni
Roma, Voland, 2014
pp. 160

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