”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Domenica, 20 Ottobre 2019 00:00

Rosso

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“Erano tre mesi, dodici giorni e sei ore che non scopava, non teneva il conto dei minuti perché era una cosa patetica. L’ultima volta l’aveva accolto Emilia dentro di sé, che stavano insieme da tre anni ma i primi due erano stati veri e l'ultimo si era aggiunto in coda solo perché si annoiavano a stare da soli. E pure a scopare era diventata tutta una moina per evitare di dirsi che non avevano più voglia di scoparsi davvero: lui infilava quello che aveva tra le gambe dentro quello che aveva tra le gambe lei e andavano avanti con questi movimenti meccanici che erano memoria fossile di un erotismo dissoltosi nel tempo, diventato odori e sapori di pelli lontane.

E l’ultima volta lei gli aveva detto “no eh, oggi no”, perché lui aveva questa abitudine un po’ adolescenziale che mentre veniva doveva per forza baciarla, nemmeno lo sapeva perché, gli veniva spontaneo. Subito prima dell’eiaculazione aveva questo momento ascetico, con tutti i pensieri di un giorno, un anno e una vita che si accavallano in un secondo e la sua testa era davvero troppo piccola per contenere un bagaglio di informazioni così ampio. Faceva cortocircuito e gli impulsi nervosi passavano direttamente dal cervello alla bocca e gli suggerivano un cumulo caotico di parole che lui per primo e tutti gli altri subito dopo, non aveva nessuna voglia di ascoltare. Che dentro c’era annidata ogni sua paura, dalla prima all’ultima, e aveva questa idea che a lasciarsi libera la bocca ne sarebbe venuto fuori un vaso di pandora, che non voleva, non poteva e non doveva farci i conti, e se avesse conosciuto altri servili li avrebbe senz’altro aggiunti alla lista. Così, anche se lei gli aveva detto “no eh, oggi no” lui l’aveva baciata comunque, non ne aveva nessuna voglia ma l’aveva fatto per timore di dover assistere e partecipare pure in persona primissima a quello che sarebbe successo se invece non. Così, subito dopo quest’apice di stimolazioni capillari, si era partiti da lì per arrivare alla luna, corsi e ricorsi storici che nemmeno Vico, tirando fuori quella volta e quell’altra e pure quella in cui lei ma invece lui, senza più legami con un momento presente e tangibile, ancorati dentro i rimorsi di due persone che da troppo tempo si erano dimenticate come si fa a comunicare: in un flusso d’informazioni intellegibile dalla fonte alla foce, e soprattutto nel mezzo, durante il percorso, che è senza dubbio la parte più importante e sottovalutata. Così si era deciso di finirla lì, senza troppo rancore, nemmeno una lacrima avevano dedicato a quel momento, che ormai stava nell’aria da così tanto che era diventato pure più denso dell’ossigeno, ed era l’aria piuttosto che stava dentro il momento e non il viceversa. Ora però erano passati tre mesi, dodici giorni e sei ore pieni di lucidità e dunque di senno e di poi e di senni di poi che bruciavano come soltanto i passati possono bruciare, di un fuoco a fiamma lenta, carico di lingue, che eternava per un tempo apparentemente infinito e finiva in un’apparenza temporalmente eterna, tanto che nessuno dei due riusciva a vederlo davvero, nemmeno nella sua sagoma, nella sua ombra scura. Questo tempo però era trascorso senza che dal sentimento si passasse all’intelletto e tutto questo dolore era rimasto dentro le loro pance, o i loro spiriti a seconda della poesia che vi si voglia attribuire, senza che mai la mente potesse comprenderlo e porvi rimedio. Tre mesi, dodici giorni e sei ore che il suo cazzo se ne stava moscio e triste in mezzo a queste gambe tristi e mosce, perciò ad un certo punto aveva deciso di fargli e farsi un regalo, nelle sue singole parti ma pure nella loro somma complessiva. E siccome era un periodo che le donne nient’altro riuscivano a manifestargli che il loro sesso e i loro seni, aveva deciso dunque di evitarsi tutta la fatica formale che nella norma conduce poi all’orgasmo, e di giungere direttamente al seme senza passare per gli altri umori. Non l’aveva mai fatto prima e conservava ancora quest’immaginario derivativo e romantico e perciò fittizio della prostituta di paese che si concede ai quindicenni proletari per insegnargli cos’è l’amore. E nel frattempo i loro cugini, padri o fratelli maggiori aspettano in piedi lungo la strada, fumando una sigaretta e ripensando a quando quindicenni ci erano loro, ancora pieni di stupore di fronte al segreto di queste grandi e piccole labbra umide e ispide. E invece la strada era vuota, di fratelli, padri o cugini non c’era traccia da nessuna parte e queste povere ragazze nemmeno si accorgevano del peso che si stavano costringendo a portare per sentire la leggerezza di una vita dignitosa nella materia ma brutale nello spirito. Ne scelse una che sembrava la più anziana, pensò che almeno per lei il danno maggiore era fatto e che insomma, quando si fosse presentata alla resa dei conti, il nome di lui l’avrebbe dimenticato insieme a quelli di tanti altri e al massimo le sarebbero rimasti impressi quello del primo che amava davvero, e del primo che le aveva portato via tutto l’amore. Rossa era, di un rosso acceso, di fuoco, coi capelli ricci stretti in boccoli circolari quasi perfetti, col seno gonfio e le cosce tonde, gli occhi che prendevano verso il basso, come appesantiti da una naturale tristezza, e la bocca tenera, piena di carne. La fece salire in macchina e se ne andarono in un posto tranquillo, poco frequentato, in cima ad una collina che lui conosceva bene, perché da ragazzino ci andava a fumare coi suoi amici. E gli dava un senso di familiarità quel posto, che in quella situazione così poco conosciuta, sentiva di volere un minimo di appartenenza, se non con lei, almeno con il luogo in cui lei e lui sarebbero stati. Una volta spento il motore fu tutto molto meccanico e qualcuno avrebbe potuto avvertire il disagio snaturato di un gesto viscerale senza le viscere, ma per lui invece era normale, che ormai si era abituato alla sincopatìa di un sesso di maniera. Di quella notte si sarebbe ricordato sempre due cose, la prima era il sapore acido della pelle di lei, che sotto la sua lingua gli sembrava di sentire le lingue di tutti gli uomini che avevano leccato quel collo prima di lui, e la seconda era quel coito che lo lasciò per la prima volta a bocca aperta. Sentiva come al solito un accodarsi confuso di pensieri e sapeva che sarebbe sfociato in un errore dell’ingranaggio cognitivo che doveva guidarlo verso il mondo e invece ora lo faceva sbandare come lungo un percorso sterrato fatto di ciottoli e fango. Decise però di non baciarla, almeno stavolta che non aveva niente da perdere, voleva smetterla di sentirsi sentire e concedersi di sentire e basta, dentro di sé, insieme con tutto quello che era fuori. Leccò quel collo d’epidermide acida e sovrapposta un’ultima volta e poi, mentre sentiva l’esplosione di lungo corso che si faceva strada dai genitali fino alla punta rosea dei suoi corpi cavernosi, aprì la bocca e fece uscire quello che aveva dentro da anni, represso dalla vergogna e dalla paura di mostrarsi a sé stesso e al mondo, col sangue che tutto defluiva dalla testa alle sue estremità meno cerebrali. Alzò gli occhi verso il tettuccio grigio dell’auto che gli stava tutt’attorno e urlò: “io”.

Sento un suono di pagine che sfogliano, forse mia nonna ha chiuso il libro e lo sta mettendo via, ma non ne sono sicuro, non posso vederlo. Ho gli occhi chiusi, sto facendo finta di dormire, lo faccio spesso quando sono coi grandi, perché se ho gli occhi chiusi dicono alcune cose, mentre se ce li ho aperti ne dicono altre, e quelle che dicono quando fingo di dormire sono sempre molto più interessanti. Questa cosa comunque la faccio anche quando sono con quelli della mia età, che non importa quanti anni hai, alla fine la verità la dici solo quando nessuno ti sente. Il mare è silenzioso, le onde vanno e vengono con un ritmo regolare e si stendono dolcemente sulla riva, senza fare rumore. Tira un po’ di vento, io sono steso sulla sabbia e un velo di granelli sparsi mi fa il solletico lungo la schiena. Vorrei coprirmi la pelle con un pareo ma non posso, altrimenti i miei nonni si accorgono che sono sveglio e non c’è più niente da sentire. Eccolo il pareo, me lo mette addosso mia nonna, mi sento un po’ in colpa adesso, se sapessero che sto facendo finta di dormire si dispiacerebbero tutti e due, si sentirebbero traditi. Però non la leggevano questa storia se ero sveglio, che c’erano tutte quelle parole che un ragazzino non dovrebbe sentire, il cazzo, il sesso e tutto il resto. Ma tanto io queste parole le conosco già e non è che se le dicono i miei nonni mi impressiono, anzi, se le sento da loro diventano più normali, meno proibite, mia nonna è la persona meno proibita del mondo. Quindi non fa niente se sto facendo finta di dormire, non faccio male a nessuno e anzi, mi fa pure bene sentire queste cose dagli adulti e non sempre dai miei compagni di scuola, che quando le dicono loro sembra che stanno bestemmiando. E poi non si devono preoccupare i miei nonni, tutto quello che sento me lo tengo solo per me, è un altro pezzo nella mia piccola collezione di momenti segreti, un tesoretto di frasi e parole che a volte sono davvero belle e altre meno, ma che comunque sono solo mie, sono piene di eco e mi aiutano a capire meglio come funziona tutto quanto. Ecco, ora il vento non mi fa più niente, apro pochissimo l’occhio sinistro per vedere che pareo mi ha messo addosso mia nonna. È quello verde, sopra ci sono disegnati tanti piccoli gechi neri che zampettano sulla tela, questo qui è il mio preferito, chi sa se mia nonna l’ha preso a casaccio o se lo sapeva. Lancio un’occhiata anche a loro, sono seduti su due piccole sdraio di plastica, mia nonna ha un costume intero ed un paio di grossi occhiali da vista marroni, da donna anziana. Il vento le sta scompigliando un poco i capelli e lei ogni tanto se li sistema, anche se è inutile perché qualche secondo dopo sono di nuovo tutti arruffati, ma mia nonna è così, ci prova sempre a fare le cose per bene, anche quando lo sa che non serve a niente. Mio nonno sta seduto accanto a lei, ha una maglietta addosso, un paio di occhiali da sole scuri davanti agli occhi e tiene la mano sulla gamba di mia nonna, perché la sua voce non gli basta a sapere che sta lì accanto a lui, ogni tanto gli serve pure la sua pelle per essere sicuro di non rimanere solo.

− ti è piaciuto?
− non lo so... era un po’ volgare
− però era bello
− non lo so

Mio nonno ha la voce sempre alta, ma invece adesso sussurra, e forse questa è la prima volta che gli sento dire “non lo so”, in genere sa sempre tutto, anche quando non lo sa. Fino all’anno scorso mi aiutava tutti i pomeriggi a fare i compiti e a volte mi aiutava davvero, ma altre invece ero io che aiutavo lui. Diceva certe cose per esempio che erano sbagliate, o se le ricordava male o se le inventava da capo, in genere sbagliava sempre la grammatica ma io non lo correggevo mai, lo sapevo che poi se la prendeva a male. E comunque adesso è da un po’ che non mi aiuta più coi compiti, da quando gli è peggiorata la vista, che fino all’anno scorso ci vedeva male ma ancora ci vedeva e adesso invece quasi più niente. Non ho mai capito bene che cos’ha, me l'hanno spiegato un sacco di volte ma io niente, so solo che sta diventando cieco, un giorno alla volta, e che alla fine non ci vedrà proprio più niente, solo tutto nero, davanti, dietro e intorno. Una volta me l’ha detto anche lui cos’è che aveva, io ho capito solo che c’erano due problemi che si erano messi uno sull’altro. Una macchia che si allargava dalla pupilla verso l’esterno e un’ombra buia che si restringeva sempre di più dall’esterno verso la pupilla, e quindi riusciva a vedere solo attraverso questo piccolo cerchio di luce che mano a mano diventava sempre più sottile. Io me lo immagino come un anello d’oro immerso dentro la pece, che lentamente affonda fino a quando non riesci più a vedere nemmeno un pezzetto di giallo. Sono anni che questa macchia e questa ombra si mangiano i suoi occhi e da qualche mese ormai non riesce più a distinguere le forme e i loro contorni, solo la luce e i colori accesi, quelli li vede ancora. È successo un giorno alla volta, ma mi ricordo certi momenti in cui invece le cose sono cambiate di colpo, tutte insieme. Quando si è comprato la radio per seguire il campionato, perché a guardare la televisione gli facevano troppo male gli occhi. Quando si è fatto l’operazione e tutti speravamo che poteva andare meglio, ma invece non è cambiato proprio niente, che la macchia e l’ombra erano già troppo grandi per poterle fermare. Il momento che ricordo meglio, cioè con le immagini più dense e piene di dettagli, è quando si è accorto che non riusciva più a leggere il giornale, quello è stato un giorno difficile per tutti. Eravamo a pranzo da loro, da lui e da mia nonna, e lui se ne stava chiuso nella sua camera da letto, al buio, e non voleva uscire nemmeno per salutarci. Abbiamo mangiato a tavola con la sua sedia vuota e c’era quell’atmosfera strana, che tutti si aspettano una cosa ma invece se ne trovano di fronte un’altra e non riescono davvero a stare dentro quel momento perché pensano tutto il tempo a quell’altro, quello che si aspettavano e che non hanno trovato. Mio nonno è un uomo di presenza, lo senti quando c’è e lo senti anche di più quando non c’è, quel giorno a tavola non c’era e te ne accorgevi subito perché nessuno alzava la voce, nessuno rideva in quel modo fragoroso, come fa lui, nessuno raccontava storie di quando lavorava in ufficio a Milano. Ce n’era una che gli piaceva proprio tanto, non ho mai capito se era vera oppure no, diceva che il suo capo aveva una scimmia, una scimmia tutta colorata, per come ne parlava lui sembrava che avesse l’arcobaleno dipinto sul pelo, e un giorno, dopo anni e anni che il padrone e l’animale si erano tenuti fedele compagnia, questa scimmia era morta e il capo ci era stato malissimo per giorni. Alla fine aveva deciso di farla seppellire nella piccola cappella al pian terreno del loro ufficio e accanto alla lapide aveva fatto mettere anche una foto di questa bestiola sorridente, tutta colorata. Così da quel giorno, ogni volta che arrivava un nuovo impiegato, mio nonno e i suoi colleghi lo portavano nella cappella al pian terreno e gli dicevano che lì era seppellita Gianna, la figlia del capo, e quella era la sua lapide e l’altra la sua foto. E ogni volta il nuovo impiegato abbassava lo sguardo e diceva con tono solenne che era una cosa terribile, una ragazza ancora così giovane, e nessuno invece aveva mai il coraggio di dire che Gianna aveva una faccia da scimmia, piena di peli e col muso tutto schiacciato all’indentro.
Quel giorno però non l’abbiamo sentita la storia della scimmia e nemmeno quella della sosta in autogrill per guardare Italia-Brasile ai mondiali dell’82, o quell’estate che lui e i suoi amici avevano vinto tutti i tornei del campeggio e i proprietari li avevano fatti rimanere un’altra settimana gratis. Siamo arrivati alla frutta nel silenzio generale e subito dopo papà ha messo i dolci a tavola senza dire una parola. Lui e mio nonno non parlano spesso, ma quando parlano lo senti che sono sempre parole importanti, anche se stanno guardando la partita e mio papà dice che finisce in un modo e mio nonno in un altro, si capisce che in verità non stanno dicendo solo quello. “Questo è mio figlio”, “Questo è mio padre” ecco le parole che sento sempre sotto tutti i loro discorsi, ogni volta che parlano si riconoscono, perché vogliono ricordarselo l’uno all’altro, ma pure a tutti quelli che gli stanno intorno. E quel giorno papà è rimasto zitto tutto il tempo, ma il suo silenzio no, quello era pieno di parole, da quando eravamo entrati lì dentro stava dicendo sempre la stessa cosa: “È questo mio padre?” ma nessuno gli poteva rispondere. Mia mamma nel frattempo provava a distrarlo, che tra loro funziona sempre così, quando mia mamma è triste, mio papà sta in silenzio, quando è triste lui, lei non la smette di parlare. Il dolore a mio papà l’ammazza, non ce la fa proprio, è come una cosa sacra per lui e una volta che c’è quello, tutto il resto sparisce e può solo aspettare che finisca. Per mia mamma è diverso, può piangere e ridere allo stesso tempo, lo sa che fa tutto parte di lei e una cosa non esclude l’altra, ma anzi ci sono sempre un po’ tutte e due. Mio fratello continuava a mangiare come se niente fosse, è ancora troppo piccolo per certe cose, ma in verità anche se era più grande, sono sicuro che non le sentiva lo stesso. Non sente bene le cose lui, le capisce se sono legate una con l’altra, in fila indiana, ma se s’intrecciano non ci vede più chiaro e ci perde la vista dietro a tutti quei nodi. Mia nonna era l’unica che continuava a provarci, a ogni portata riempiva un piatto e lo portava a mio nonno ma lui non la faceva entrare, la sentivamo che bussava un paio di volte, poi qualche secondo di silenzio e alla fine tornava da noi col piatto ancora pieno. E pure quando mio padre ha messo a tavola i dolci, lei ci ha provato di nuovo, ha deciso di portare al nonno un cannolo, che è il suo preferito. Lo ha avvolto in un fazzoletto, ha bussato alla porta e tutti ci aspettavamo di vederla tornare indietro qualche secondo più tardi, ma invece quella volta non è andata così. Abbiamo sentito mio nonno che diceva “entra”, poi la maniglia che si abbassava e si alzava e i passi di mia nonna che entrava nella stanza buia dove lui si era rinchiuso. Mamma e papà si sono scambiati un sorriso, lei gli ha accarezzato il dorso della mano sotto al tavolo, per non farsi vedere, ma io li ho visti lo stesso. Poi hanno iniziato a sparecchiare la tavola, sempre con questo lungo sorriso addosso e mio fratello si è steso sul divano e si è messo a dormire. Io ho detto che andavo in salotto a giocare e invece sono andato a controllare cosa succedeva lì dentro, nella stanza buia. Mi faceva strano vedere una persona adulta e nemmeno una qualunque ma mio nonno, la cosa più vicina ad un gigante che io abbia mai visto, insomma mi faceva strano vederlo così, chiuso dentro la sua stanza, come fanno i bambini. Mi sono accostato alla porta e sentivo la voce bisbigliante di mia nonna, come quando io e mio fratello ci mettiamo a letto e lei ci legge le storie e ci dà la buonanotte. Ho pensato che forse mio nonno era davvero diventato un bambino e adesso gli serviva una storia per riuscire ad addormentarsi. Ho aperto la porta piano piano, a terra sparpagliati per tutta la stanza c’erano un mucchio di fogli di giornale strappati e ridotti in brandelli e striscioline di carta sgualcite. Mio nonno era steso sul letto e aveva gli occhi chiusi, sul comodino c’era un piccolo lume acceso, coperto da un telo rosso che rendeva più calda la luce. Seduta accanto a lui c’era mia nonna, che teneva in mano un giornale aperto e rigo dopo rigo glielo stava leggendo tutto. Lui ascoltava in silenzio e poi ogni tanto commentava, le chiedeva di tornare indietro perché un pezzo non l’aveva capito, o di passare all’articolo di dopo che quello non gli interessava troppo. Io ho chiuso la porta e me ne sono andato davvero a giocare in salone, e alla fine ce l’avevo pure io addosso, lo stesso sorriso dei miei.
Dopo quel primo giornale ce ne sono stati molti altri, ogni giorno mia nonna dava un po’ dei suoi occhi a mio nonno, così nessuno dei due ci vedeva davvero bene, ma entrambi potevano guardare il mondo almeno un po’. E dopo i giornali sono arrivati i libri, all’inizio lei ha dovuto insistere, perché a lui le storie non piacevano molto, ma poi ha iniziato a prenderci gusto. E adesso li trovi in spiaggia tutti i giorni, anche d’inverno, quando non piove, mia nonna gli legge qualche pagina di un libro e poi rimangono per un po’ a commentarlo insieme. Vengono sempre al tramonto, che ha la luce più calda di tutte, l’unica che mio nonno riesce ancora a sentire. E vengono sempre al mare, perché da qui il tramonto si vede benissimo e non ci sono tutte quelle antenne e quei tetti che ti spezzano lo sguardo. E alla fine, quando l’ultimo raggio di rosso è affondato in mare e gli occhi di mio nonno si sono riempiti tutti, se ne tornano a casa, ad aspettare il prossimo tramonto.

− c’erano tutte quelle parole
− ti davano fastidio?
− erano troppe, e poi l’ultima...
− “io”?
− sì, quella... quella era triste

Oggi sono venuto anche io, ero curioso, almeno una volta volevo sentirla anche io questa loro conversazione privatissima. Mia nonna voleva farmi rimanere a casa, non l’ha detto mai chiaramente perché si vergognava: che nonna è una che non si porta il nipote a fare una passeggiata con lei? Ma si capiva che non le andava, che quello era un momento per loro due e capitava solo una volta al giorno e forse non ce n’erano ancora molti di giorni. Mio nonno però le ha detto di non preoccuparsi, che non era un problema se andavo anche io, che tanto se c’ero o non c’ero, il sole veniva giù lo stesso, come sempre.

− perché triste?
− non è bello se pensi “io” mentre sei insieme a qualcuno
− e a cosa devi pensare?
− non lo so, a tutto il resto

È la seconda volta in un giorno che gli sento dire “non lo so”, e non era mai successo prima di oggi, ne sono sicurissimo. Forse è per questo che alla fine si è convinto a farsi leggere le storie e non solo i giornali, perché quello che c’è scritto negli articoli dice sempre che lo sapeva già, mentre le storie lo fanno rimanere così, confuso, senza risposte.

− però mi è piaciuta lei
− la ragazza? Emilia
− no, lei no, la prostituta
− sì, sembrava molto bella
− sembrava vera, l’ho vista

Il mese scorso a scuola abbiamo studiato Le mille e una notte, che è un libro orientale molto vecchio in cui una principessa di nome Shahrazad, racconta ogni sera una storia diversa al sultano che l’ha presa in sposa. Non mi ricordo come si chiama questo sultano, ha un nome complicato, che certo anche Shahrazad non è facile, però è pieno di armonia, lo reciti come il verso di una poesia dove tutte le lettere si siedono una dopo l’altra e il suono e le immagini che ognuna si porta con sé formano qualcosa di più grande e più bello di loro. Mentre il nome di lui è tutto spezzato, sia ai lati che nel centro e sembra una parola irrisolta, che qualcuno l’ha pensata ma non gli è venuta troppo bene e nel frattempo l’ha comunque messa lì insieme alle altre, a soffrire questi piccoli vuoti nelle parti crepate. Comunque non ricordo come si chiama questo sultano, ma ha l’abitudine di uccidere tutte le sue spose dopo la prima notte di nozze. Non ho ancora capito perché lo fa, l’unica cosa che mi è venuta in mente è una storia che mi ha raccontato Damiano, che è il mio migliore amico. Damiano dice che quando si è fidanzato per la prima volta, intorno a lui era sempre tutto rosso e allora credeva che da quel momento in poi sarebbe stato così ogni giorno. E poi invece dopo una settimana le cose erano diventate sempre più grigie e alla fine si erano proprio spente. Quindi ho pensato che forse il sultano le ammazzava per questo, perché la prima notte era sempre rossa ma dopo non lo poteva sopportare tutto quel grigio. Non dico che è un buon motivo, Damiano la sua fidanzata mica l’ha ammazzata, si sono lasciati, come fanno tutti, però insomma è comunque un motivo, che spesso le persone fanno le cose senza capire perché le fanno, ma comunque un perché c’è sempre, solo che a volte sta nascosto sotto un mucchio di stupidaggini. Comunque insomma Shahrazad lo sa bene che il sultano vorrebbe ucciderla e allora decide di raccontargli una storia diversa tutte le sere, ma ogni volta si interrompe prima di arrivare alla fine. Quando la professoressa ci ha spiegato questa cosa, Damiano ha detto che era tipo quando ti fai una sega e sul più bello entra tua mamma in camera e ovviamente tutti hanno riso. Lui è fatto così, deve sempre prendere tutto quello che è bello e riempirlo di sporco, secondo lui alla fine il bello si rovina comunque e allora preferisce rovinarlo lui, senza aspettare che ci pensi qualcun altro. E la professoressa ha fatto finta di arrabbiarsi ma si vedeva che in realtà ci era solo rimasta male, che era molto triste per il commento di Damiano perché sperava che questa storia di Shahrazad ci poteva interessare davvero. Alla fine della lezione io sono rimasto un altro po’ in classe e quando se ne sono andati tutti gliel’ho detto che a me interessava davvero e lei stavolta è stata contenta e mi ha dato la sua copia de Le mille e una notte, che aveva la copertina tutta rossa. Se Damiano ci faceva caso a questa cosa, forse non se ne usciva fuori con quella battuta cretina e lo leggeva anche lui questo libro che non aveva grigi da nessuna parte. Comunque ecco Shahrazad lasciava sempre tutte le sue storie in sospeso e prometteva al sultano di finire il racconto la mattina successiva, così era sicura che sarebbe rimasta viva un’altra notte e poi un’altra notte e un’altra notte ancora, finché non finiva tutte le storie. Io l’ho letto per intero questo libro, alcune parti non le ho capite benissimo ma le ho segnate con la matita, così poi posso leggerle di nuovo e capirle meglio. La professoressa me l’aveva detto che alcune cose erano difficili, che erano “per i grandi”, ma mi aveva anche detto di leggerlo comunque, che tanto grandi ci diventiamo tutti ed è meglio farlo coi libri giusti. E a me piacciono un sacco le frasi come questa, perché magari non rispondono proprio di preciso alla domanda che hai fatto, ma la mettono dentro una serie di domande molto più grandi, che fanno diventare piccola la tua. Quindi l’ho letto tutto e ci ho pensato solo alla fine che quel libro mi ricordava i miei nonni, con la differenza che Shahrazad raccontava le sue storie ogni sera per allungarsi la vita, mentre mia nonna le racconta al tramonto per allungare la vita di mio nonno.

− quindi non ti piace questo libro?
− non molto, no

Sento mia nonna che fruga nella borsa, io sono ancora coperto dal pareo verde con i gechi neri che zampettano sulla tela. Stringo i pugni nella sabbia e raccolgo tutte le mie speranze.

− c’è quest’altro se vuoi, è di Nicola
− come si chiama?
− Le mille e una notte, te lo ricordi?
− sì

Non è vero, non se lo ricorda, come non si ricordava la grammatica quando mi aiutava coi compiti, ma mia nonna l’ha capito, come lo capivo sempre io, e fa finta di niente per non offenderlo.

− è quello con tutte le storie
− sì, me lo ricordo
− ti va se leggiamo questo?
− fammi vedere

Apro di pochissimo un occhio per guardare la scena, mia nonna gli mette il libro tra le mani, lui se lo avvicina agli occhi, forse lo annusa anche un po’, non lo so, così mi sembra.

− ha la copertina rossa?
− sì
− va bene
− lo leggo?

Mio nonno fa cenno di sì con la testa, io chiudo gli occhi e un po’ sorrido, l’ho portato apposta questo libro, sono contento che quell’altro non gli piaccia. Adesso leggeranno il mio e capiranno che la loro vita così piccola e segreta, la racconta anche questo testo orientale molto vecchio, che si studia in tutte le scuole. E se un libro che dura per sempre racconta la tua storia, è un po’ come se durassi per sempre pure tu, che alla fine le storie servono a questo, sia quelle di Shahrazad che le nostre, a conservare la vita e tutte le cose importanti che c’erano dentro.

− Si narra che tanto tempo fa − e Dio solo conosce la veridicità di ciò che hanno tramandato gli avi − il sovrano dei Sassanidi ebbe tue figli che amava teneramente...

Mia nonna inizia a leggere, con la sua voce sottile che riesce e mettere un velo di dolcezza su tutte le cose. Il sole sta tramontando, io ho gli occhi chiusi ma lo avverto comunque dietro il buio delle mie palpebre. Ascolto di nuovo questa storia, in sottofondo c’è il rumore delle onde calme che s’infrangono e si ricompongono all’infinito. E adesso mi addormento per davvero e mentre perdo il contatto col mondo, solo questo riesco a pensare, che se chiudo gli occhi mentre il sole tramonta, io e mio nonno vediamo la stessa cosa.





foto di copertina: Bruno Stefanile

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