"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 18 Aprile 2019 00:00

Nominare gli dèi

Scritto da 

Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere
(Andrea Zanzotto, La Beltà)

 
  

1.

Mescolandosi tra noi,
si sono persi.
Gli immortali, da non nominare,
pena la loro dissolvenza
imperdonabile.
Hanno tentato di nascondersi
(nei secoli, in paesi distanti):
mentendo.

Noi, pur riconoscendoli
dai loro parchi gesti
dalle vesti cucite in trasparenza,
abbiamo finto di niente,
come fossero proprio persone
normali.
Dovevamo denunciarli, forse,
chiuderli in qualche gabbia?
Al loro silenzioso anonimato
ci siamo abituati,
dèi clandestini
che volevano salvarci.   



2.

Nei sentieri invecchiati del bosco
in disuso
vagano scorporati fantasmi
in bianco, oppure sono cervi
veloci senza orme, brucanti
foglie secche: si intrecciano
ramosi a scoiattoli inquieti  
appesi a scortecciati
rami.
Se intorno danzano libellule
ronzanti appena: ebbene
sono loro! i nostri dei
defunti, signori di foreste         
inservibili sfinite.   



3.

Orgoglio del loro innottarsi
invisibili, abissi
di ombre funambole
su scie fosforose di traffico;
e zitti, e leggeri, e traslucidi
stupiscono gli incroci
stordenti, il tanfo
dei gas ammorbanti.
Così santi, innocenti
ambulanze di bene,
così spersi beffati
incompresi, loro
tanto diversi.                  



4.

Spaurito il viandante
costretto all’esilio timoroso
da sé, dai suoi folli parenti,
si allontana nei campi, più avanti
cercando un qualsiasi chiarore
un oriente divino
o sponda di lago clemente:
la culla del riparo
a cui grazia supplicare, e perdono.
Ma i celesti non aiutano
l’erba col fiato, i cigni
amorosi si sfidano feroci,
le gemme sui rovi invernali
non sanno sbocciare.



5.

Come agnelli condotti al macello
come pecore mute
non apriranno bocca.
Nel silenzio è la loro salvezza.
Dèi minorati e zitti
si aggrappano al taciuto
al mistero
perché qui,
non nel verbo corrotto,
c’è una cosa più grande
del tempio.    



6.

Gloria di assolati meriggi
gioia che nessuno vi può togliere,
voi impalpabili passanti
che sfiorate radure,
le create luminose puramente
guardandole;
ce le rendete vergini
– improvvise nel folto del bosco
consolanti zampillanti
sorgenti, materni approdi:
il molto atteso abbraccio.           



7.

Chi li manda, e da dove?
Si aggirano incogniti, quasi spiando,
guide beate di non vedenti
di anime imbrunite;
nostre stelle comete
lasciano scie nel cielo,
sassolini per terra,
accendono fanali nella notte.
Ma noi obliosi
erranti 
li pensiamo ectoplasmi,
deridendoli:
inciampiamo nella loro
lentezza.
Noi
frettolosi ansanti
verso il traguardo
assente. 



8.

Oltre Dio,
prima e dopo di lui.
Abitano la terra come ospiti
premurosi, discreti:
velati
sommessi operai
al telaio di millenni futuri
rammendano memorie.
Ce ne fanno dono.
Terribili, rifiutano
qualsiasi gratitudine
pretendendo soltanto
dal cielo l’azzurro,
dai fiori le aperte corolle.   



9.

Quietamente chiamarli.
Forse risponderanno. 



10.

Signori dei pianeti
custodi degli abissi,
sempre regali e altissimi
lievi beati e angelici,
nascondono nei sandali le ali
coprendo le aureole
coi baschi con i caschi
e diademi o parrucche o feluche.
Eccoli
che sfrecciano sui pattini
di vetro, volteggiano
svolazzano sorridono,
ci invitano
ci invitano
a diventare loro:
quello che conta
è diventare loro
solamente. 





(Garda, marzo 2017)

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