“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 18 Aprile 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Giovanna Casotto

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Quante disegnatrici di fumetti erotici vi vengono in mente se vi fermate a pensarci? Nessuna, avrei risposto io fino a gennaio dello scorso anno, poi ho scoperto Giovanna Casotto. L'ho contattata, ma l'intervista non sembrava realizzabile. Lei rispondeva ai messaggi con naturale gentilezza, ma non aveva tempo, non era il momento giusto, non poteva dedicarsi alle domande. Poi, come a volte accade, forse una congiuntura astrale favorevole o forse la mia tenacia, si è aperto uno spiraglino nella palizzata che ci divideva e da lì ho fatto filtrare il foglietto con le tredici domande. La sensazione che si ha guardando le sue tavole, i suoi acquerelli e le sue foto è quella di una donna libera, fuori dagli abituali schemi, una donna che gioca. Per i suoi disegni usa la fotografia e mostra una particolare attenzione per alcune parti del corpo. Nel rispondere alla tredicesima domanda decide di ribaltare i ruoli, annidando un'intervista già pubblicata in questa intervista.

Giovanna Casotto inizia a disegnare per assecondare la passione del padre e richiamarne l'attenzione. Sperimenta l'erotismo in casa della nonna dove lo spirito di osservazione matura proprio in condizione di solitudine. Il disegno diventa per lei un mezzo di comunicazione, un bisogno d’amore. Non le sarà facile emergere in un ambiente maschilista come quello del fumetto erotico e per anni gli esperti del settore parteciperanno alle sue mostre pensando che dietro a quel tratto si nasconda la mano di Saudelli.
Parole crude e racconti espliciti aspettano chi leggerà questo articolo fino alla fine, e forse era proprio dalla fine che sarebbe dovuto iniziare.


Quando ti sei accorta di voler essere un'artista?
In realtà non mi considero un'artista nemmeno ora, mi ritengo una mestierante. Non c'è stato un momento vero e proprio in cui ho pensato di voler disegnare, l'ho semplicemente fatto e il resto è venuto da sé. Disegno da quando sono bambina.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Franco Saudelli, che considero il miglior disegnatore esistente ed il mio maestro. Quando mi sono iscritta alla scuola del fumetto, l'ho fatto con l'intenzione di imparare a disegnare come lui. Infine, un momento particolarmente decisivo è stato, per me, il recente passaggio all'acquerello, tecnica che mi sta regalando moltissimo a livello emozionale.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirata e perché?
Franco. È stato per me una fonte d'ispirazione notevole.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Sinceramente non lo seguo, è un settore che davvero non mi interessa. Disegno le mie cose e non frequento in alcun modo il cosiddetto "ambiente". Sono solitaria, non frequento galleristi nè commercianti, nè critici, nè altri disegnatori.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
È molto difficile dare una risposta a questa domanda. Credo che spetti ad ogni singolo artista lavorare sulla propria valorizzazione cercando un modo per dare al proprio lavoro una connotazione personale, immediatamente riconoscibile. Io credo che il massimo attestato di merito sta proprio nella riconoscibilità immediata dell'autore di un disegno. Non ci sono dubbi quando sull'attribuzione di un disegno a Toppi, a Manara, a Saudelli, a Baldazzini, a Caretta... e forse qualcuno riconosce al volo un disegno della Casotto. Sinceramente non credo ad apporti esterni per la valorizzazione di un artista: il mercato è fatto da ciò che funziona e non alla valorizzazione di ciò che potrebbe funzionare.


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legata e perché?
L'opera a cui sono maggiormente legata non è mia ma di Franco Saudelli. Si tratta dell'intera serie de La bionda.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
In realtà non voglio mai più esporre. Non ho mai ambito a farlo e non ho più in programma mostre sul mio lavoro.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Se parliamo di arte non so rispondere. Se parliamo di fumetto o di illustrazione, posso dire che è certamente difficile farne una professione ben retribuita. A parte due o tre grandi nomi, in Italia è dura, durissima.


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Dipende da ciò che si cerca. Io non ho mai cercato l'affermazione o la diffusione del mio lavoro. Il concetto stesso di affermazione o diffusione è relativo. Credo che sia un errore puntare all'affermazione anziché all'appagamento del proprio bisogno personale. Purtroppo oggi, in tanti ambiti, la prima cosa che un principiante si chiede è "come posso fare per piacere e per "vendere"? A mio parere questo è un rovesciamento di posizioni che porta quasi sempre a enormi amarezze e delusioni. Per quanto mi riguarda, il mio premio è stato quello di poter vivere disegnando. Nulla di più. Non mi interessa la notorietà, non mi interessa l'affermazione.


Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Non so rispondere. Può essere forse migliorato l'approccio alle opere da parte di chi "comunica" per mestiere. C'è, in molti critici, la presunzione di avere il metro di giudizio più affinato, la smania di sembrare preparati. A mio parere occorre umiltà e predisposizione al continuo apprendimento. Forse sono fuori tema, ma a me interessa pochissimo l'attività dei "comunicatori" e dei critici di settore. Anzi, nulla.

 
Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
La presunzione di sapere le cose meglio dei fruitori "comuni", dei semplici osservatori, degli appassionati "non professionali".


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Di me nulla, perchè sono molto riservata e gelosa della mia privacy. Delle mie opere... nulla di più di quanto esse stesse raccontino!

 
Comincerei con l’erotismo…
L’erotismo mi attira in tutte le sue forme, dall’arte alla scrittura, dall’esperienza reale al sogno. È il mio unico vero interesse, gli altri sono solo secondari. Mi piace approfondire quest’argomento e sentire altre voci a riguardo, perché niente più dell’eros muove la mia vita, niente più scandisce il mio tempo e segna il mio spazio. Insomma, tutto ciò che mi riguarda trasuda erotismo. E quando posso, una volta acquisito, cerco di distribuirlo e spargerlo lungo i sentieri che percorro, tra la gente, attraverso i miei disegni. È come se la vita mi avesse dato un compito e mi avesse detto: “Vai e regala sogni d’amore!”. Ci provo, dai. Non è una presunzione la mia, ma un tentativo di condividere le mie fantasie con gli altri. Raccontare i sogni è un po’ come viverli, senza fare i conti con la realtà. È un po’ come liberare l’anima. Sognare è necessario! Certo, il rischio è quello di confondere la realtà con la fantasia, ma il “segno” confina il “sogno” nella bidimensionalità del foglio di carta. Eccolo così costretto a distinguersi dal mondo reale. O meglio, l’atto di fissare le fantasie nel “segno” conferisce loro il valore di sogno.


Come nasce la passione per il disegno?
La storia è lunga. Per chi può permettersi di annoiarsi, eccola qua: Fin da piccola ritagliavo per me un angolo dei sogni (tipo l’area-fumatori dell’Ikea) in cui mi isolavo dal resto del mondo per vivere indisturbata le mie fantasie. A pensarci bene, però, era stato il resto del mondo ad isolare me, avendo deciso che la mia infanzia dovesse svolgersi nella desolata campagna veneta. Lontana dai miei genitori, dalle mie sorelle, dagli altri bambini e dal progresso, mi ritrovavo sola tra vigne e pannocchie a fare i conti con il nulla. Cominciavo così ad immaginare un mondo fantastico, fatto di sogni e visioni. Era il mio piccolo grande mondo, così diverso da quello reale, ma vero! E quando, anche questo mondo mi abbandonava, acuivo i sensi per avvertire, intorno a me, un benché minimo segno di vita. Vista, udito, tatto, olfatto e gusto s’impegnavano a percepire nei minimi dettagli tutto ciò che mi circondava. Ecco che, un leggero fruscio di un filo d’erba mosso dal vento, diventava per me un evento, là, dove non c’era niente, là, dove non succedeva niente. Il mio spirito di osservazione s’ingrandiva in maniera esponenziale, necessariamente. Mentre trascorrevo l’infanzia dalla nonna paterna, mia madre restava a Milano con le mie sorelle, rafforzando, così, l’amore per loro.
Io cercavo, piuttosto, l’amore di mio padre credendo che quello di mia madre si esaurisse con loro. Ma come potevo conquistare l’amore di mio padre anch’egli così distante? Dovevo trovare un momento d’incontro con lui, intimo, emotivo, esclusivo. Così, cercai la sua attenzione attraverso il disegno. Essendo mio padre un ottimo disegnatore, di certo si sarebbe interessato a me, vedendomi intenta a coltivare una passione che era anche la sua. Si dice che le passioni uniscono. Già. Sentivo che mi amava quando si dedicava alla correzione dei miei disegni.
Ecco perché ancora oggi disegno. Ecco perché credo che “disegnare” non sia una dote, ma un bisogno di comunicare, un atto d’amore, una ragione di vita. Il disegno è un linguaggio che rende comprensibile un messaggio, che comunica sentimenti ed emozioni. Dal punto di vista tecnico è solo un po’ più complicato della scrittura. Tutti possono imparare a scrivere e a disegnare se ne hanno voglia o necessità. Non credo alle doti, tanto meno a quelle innate. Saper disegnare è solo una questione d’allenamento, non una dote.


Erotismo: passione vitale?
Mia nonna era molto povera e costretta al duro lavoro nei campi. Non aveva tempo per me. Le uniche attenzioni che ricevevo, durante la mia permanenza nella campagna veneta, erano da parte di alcuni miei cugini più grandi di me, che di quando in quando venivano a farci visita. La loro presenza rendeva le giornate festose. Giocavamo alle carte fino a tarda notte e la casa si riempiva di voci e risate ed io ero contenta. Loro mi davano mille attenzioni, baci e carezze. Durante le partite a carte giocate intorno al grande tavolo di marmo, qualcuno di loro mi teneva in braccio e, senza pudore, frugava con le proprie mani nelle mie mutandine. Io di pudore ne avevo nonostante la mia tenera età, ma li lasciavo fare, perché quelle carezze mi piacevano, Dio sa quanto mi piacevano! Le loro dita sembravano esperte e con dolcezza, mai con arroganza, distribuivano al mio corpicino tanto piacere. Mio cugino P. aveva un tocco leggero e delicato. La sua mano sembrava essere la più esperta. Trovava subito il punto giusto e con le estremità delle dita lo stimolava fino a farmi addormentare felice sulle sue ginocchia. Il grande tavolo di marmo riparava il nostro gioco dagli sguardi altrui, nascondendo la mia intimità e il suo interesse per me che probabilmente cresceva dentro i suoi pantaloni. Non ne ero così sicura, ma di certo ricordo la mia carne di bimba che diventava molle e soffice al tocco delle sue carezze, rendendosi disponibile come una schiava che si sottomette al suo padrone.
Talvolta una mia cugina veniva a trovare la nonna, anche lei più grande di me. Era bella e aveva un carattere molto forte. Tendeva a dominare. Non era molto alta e aveva un corpo esile ma con delle grosse tette. Anche le sue tette sembravano dominare. Le piaceva tanto guardarsi allo specchio e si spazzolava spesso i capelli. Dopo pranzo ci coricavamo insieme nel lettone della nonna per una pennichella. Ricordo ancora la freschezza di quelle lenzuola di cotone grezzo e il loro profumo di sapone di Marsiglia. Ma ricordo soprattutto il sapore di mia cugina, appetitoso, forte e deciso, lì, dove agli uomini piace perdersi. Si spogliava completamente davanti a me. Esibiva compiacente il suo corpo pretendendo il mio sguardo e le mie carezze. Guidava con autorità le mie piccole mani verso le parti più sensibili del suo corpo, insegnandomi a muoverle in modo tale da procurarle piacere. Eh, sì… mia cugina amava gli specchi. Ne aveva persino uno piccolo da borsetta. Porgendomelo mi chiedeva di muoverlo intorno alla sua vagina per vederne il riflesso e potersi ammirare, mentre se ne stava supina nel letto. Le piaceva guardarsi la fica. Mi ordinava di aprirla, di scostarne leggermente le labbra e di assaggiarla. Imbarazzata, obbedivo. Nel frattempo lei si carezzava il seno e dondolandosi mugolava soddisfatta. Io rimanevo lì, un po’ impacciata. Non potevo comprendere quelle sue necessità, considerata la mia giovane età, ma capivo bene che facevamo qualcosa di proibito dai suoi sussurri e dalle mandate di chiave inferte alla porta. Temevo che qualcuno ci scoprisse e che sarei stata punita per quel che facevo. Ma temevo ancor di più di deludere mia cugina. Lei sì che mi avrebbe punita se non avessi eseguito i suoi ordini. Perciò, nonostante le mie paure continuavo quel gioco che, in verità, cominciava a piacermi. Non so dire perché. Mi sembrava una forma d’affetto che prevedeva attenzioni davvero speciali. Mia cugina era esigente quando m’impartiva gli ordini: “Togliti il vestito”, Sfilati le mutande”, "E ora sfila le mie", ”Prendi lo specchietto e puntamelo in mezzo alle gambe", "Voglio guardarla… ecco così… sei proprio una brava bambina… lo vedi anche tu come è gonfia e rossa... Ti piace, vero?... Aprila un po’ di più… e ora assaggiala!... Su, da brava, baciala”. Ed io la baciavo, mentre lei premeva la mia testa contro il suo sesso, immobilizzandola, costringendomi a bere tutta la sua smania sessuale prima che scivolasse via.
Io, per forza, assaggiavo. Che sapore! Corposo e intenso come quello di un vino d’annata. Anche lei voleva assaggiare e bere. Perciò, finito il mio compito, mi sollevava la testa e portandola verso la sua mi baciava la bocca succhiando quel che rimaneva del suo nettare. Infine mi stringeva a sé con un abbraccio quasi materno, come per ringraziarmi, e si addormentava esausta sopra di me. Era bello sentire il suo corpo incollato al mio dal sudore. Mi sentivo adottata, amata come una figlia. Lei si addormentava sempre prima di me, mentre io rimanevo un po’ lì a scrutare le nostre nudità rigate dal sole che filtrava timido attraverso gli spiragli delle persiane. Poi mi addormentavo anch’io. Così, senza rendermene conto, mi ritrovavo intrisa di eros fin dalla primissima infanzia. E quell’eros entrò a far parte della mia vita radicandosi in me come le fondamenta di una casa.
Insomma, l’infanzia condiziona per sempre il futuro di un individuo portandolo a conformare i propri sentimenti alle emozioni primarie. La formazione psichica di un adulto dipende dai suoi primi anni di vita, così dicono gli psicologi. Nel mio caso, ecco spiegato lo spirito di osservazione, maturato in condizioni di solitudine. Ecco spiegata la passione per il disegno come mezzo di comunicazione e bisogno d’amore. Ecco spiegato il forte interesse per l’erotismo percepito come forma d’affetto da una bambina abbandonata a sé stessa. Ed ecco spiegata la scelta di fare fumetti erotici come sintesi delle mie prime emozioni.


Pornografia ed erotismo: definizioni che oscillano? Esiste un confine?
L’eros è la componente sessuale dell’impulso amoroso e i suoi riflessi profondi sulla psiche sono unici e personali. La psiche è il complesso dei fenomeni che consentono all’individuo di formarsi un’esperienza di sé e del mondo ed è specifica per ognuno di noi. Le passioni, gli istinti, gli atti nei riguardi del sesso variano da individuo a individuo facendo dell’erotismo una questione del tutto personale. Perciò, un’immagine, uno spettacolo, un argomento, possono sembrare erotici ad alcuni o pornografici ad altri. Si dice che la pornografia sia l’erotismo altrui, mai il proprio. Infatti, come può il proprio impulso sessuale che è anche un impulso vitale, considerarsi pornografico e/o osceno?
Insomma, il confine tra erotismo e pornografia oscilla seguendo il proprio gusto e pudore.


Chi può dire che questa o quell’immagine sia pornografica anziché erotica?
Lascio a voi la risposta. Nel frattempo io continuo a disegnare fumetti. Erotici o pornografici che siano, poco importa. Lo scopo è quello d’accontentare divoratori d’immagini che sognano con me certe fantasie e che dividono con me certe emozioni. La storia nei miei fumetti non è fondamentale... La storia è solo un pretesto per disegnare. Il disegno nei miei fumetti racconta da sé. Non è una presunzione la mia, ma una scelta. Scelgo il segno come portavoce della sensualità. Bastano le sfumature della grafite per dare la sensazione di carnalità. Non occorre una storia. E poi, non ho grandi storie da raccontare, ma solo sensazioni.
Riguardo la femminilità… femminile è tutto ciò che appartiene solo alla donna. Dalla sensibilità d’animo alla cellulite. Dal fascino della seduzione alla grazia con cui una donna ondeggia camminando, a piedi nudi o indossando un paio di scarpe dai tacchi a spillo. Dall’assunzione di atteggiamenti provocanti ad ammiccamenti e sorrisi. Questa è la femminilità che mi piace rappresentare. Una femminilità giocosa e spensierata, tipica delle “donnine” del dopoguerra che amavano farsi belle enfatizzando, con abbigliamento ed accessori, le proprie forme come forte richiamo sessuale per l’uomo. Ma attenzione! Non parlo di donne-giocattolo, ma di donne che giocano, ironicamente, scherzosamente.




ART 3.0 − AutoriTratti

Giovanna Casotto
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website pagina Wikipedia

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