”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Lunedì, 30 Novembre 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Davide Pavlidis

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Non era sicuro che avremmo fatto questa intervista perché Davide Pavlidis stava lavorando alle stagioni e non voleva scrivere prima di averle ultimate. Un mese, ancora un mese, un mese ancora, ma alla fine troviamo un accordo e in attesa dell'inverno proviamo a fare la sua conoscenza. Guardando il profilo non si comprende con chi si abbia realmente a che fare: un uomo intelligente è sicuro, ma anche ironico, ma non solo ironico, anzi l’ironia sembra una maschera per difendere i buoni sentimenti da sguardi indiscreti, un modo per spostare l’attenzione da lui ad un altro oggetto. Se sia timidezza o astuzia non si comprende, ma una frase risuona mentre si racconta al Il Pickwick: “Ecco, direi di stare attenti ed essere consapevoli rispetto a quel che si cerca di proporre perché quella cosa ci esprimerà”. Un corpo traforato, un cervello traforato, un padre traforato ma che con mani solide tiene la sua creatura quasi felice di dissolversi in essa, la visione delle opere ci lascia lì a chiedersi perché, cosa c’era fuori o cosa mancava dentro? Era una rete per unire mondi diversi? Era un processo inevitabile di trasformazione? La leggerezza nella forma e armonia nel cambiamento? La materia che prende vita per tornare materia?
Lasciamo quindi che sia lui a raccontarsi ai lettori, avvertendoli fin da adesso che non troveranno qui la risposta, ma solo cercando nelle sue opere.

“Nacqui a Bologna il 19 Maggio 1968 alle 03:30 di domenica mattina, da allora mi sono sempre svegliato presto. Vista la mia propensione al disegno mi iscrissi all'Istituto Statale D'Arte uscendone diplomato nel 1987 ma in quegli anni (fra il 1984 e il 1985) partecipai anche al corso di fumetto Zio Feininger che si teneva presso l'Istituto Aldini Valeriani due sere a settimana con insegnanti d'eccezione fra i quali anche il compianto Andrea Pazienza. Dal 1990 al 1995 lavorai come scenografo per una società organizzatrice di eventi. Di quel periodo le esperienze più rimarchevoli furono una pannellatura di quasi venti metri dipinta con gigantografie di frutti che servì come quinta in alcune riprese del film Zitti e mosca di Alessandro Benvenuti nel 1991 e le scenografie per la festa di Cuore, il Settimanale di resistenza umana creato da Michele Serra a Montecchio Emilia nel 1992 e a Imola nel 1995.
Dal 1995 al 2008 collaborai con l'artista e collezionista Francesco Martani (con il quale ancor oggi realizzo saltuariamente alcuni progetti) affinando alcuni aspetti legati alla figurazione e sconfinando nell'astrazione o nel connubio fra forma e informale per determinare genesi e mutazioni. L'indagine sociale, i grandi eventi naturali, le scoperte scientifiche, l'estetica nel regno animale e vegetale, i diritti umani, la luce dei campioni e le lacrime dei sofferenti: queste, di solito, sono le tematiche che ho sempre amato e che mi coinvolgono.
Eroi e antieroi, bellezze conclamate e bellezze nascoste che, quando si scoprono, brillano più di ogni altra cosa. Allegorie dello scorrere del tempo, della natura che ci circonda, dell'impegno, della sconsideratezza, del diletto, della civiltà e dei suoi mostri. Ebbi il piacere di essere inserito nel catalogo Scultura a Zola Predosa (Cantelli Rotoweb, 2001) grazie a una digressione nel mondo della scultura. La mia passione per i temi sopra citati è stata ben descritta in questo passaggio che il critico Giuseppe Cordoni dedica all'opera che avevo realizzato nel parco dell'area museale di Cà Ghironda: 'La misura smarrita dell'uomo nell'abitare la Terra è divenuta il suo rovello più profondo, proprio incontrando civiltà artistiche che hanno invece saputo esaltare la misura ideale dell'uomo e una coscienza così dinamica e profonda nella percezione della bellezza della natura. Ecco allora i temi delle sue grandi installazioni all'aperto ancorarsi al contrasto sempre più drammatico fra città e natura. Qui ricicla legni e ferri dismessi. Riveste la loro ruggine e le loro ferite coi colori d'una festa. Vi dipinge segni, simboli, emblemi che raffigurano e simboleggiano un immaginario collettivo, una vita mitica della nostra memoria ormai impercettibile nel carcere anonimo e degradato dei nuovi spazi urbani'.
Direi che ha indovinato.
Eseguendo opere su commissione e interventi murali in abitazioni private, la produzione per le esposizioni ha conosciuto ultimamente una battuta d'arresto ma da circa un anno e mezzo sto lavorando alacremente per realizzare quanto necessario alla personale in programma nel 2016. Da quest'anno ho dato inizio anche a un'esperienza di laboratori per i bambini delle cinque classi elementari presso un istituto privato, fornendo loro piccoli consigli tecnici che li avvantaggino nel dare sfogo con maggiore efficacia alla loro invidiabile fantasia”.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?

Quando notai che vedendo i miei disegni, gli altri bambini dell'asilo e le maestre facevano "Oh!!!". E tutto ciò nel 1972, molto prima di Povia... (sorride). Naturalmente essere artisti, specie ai giorni nostri, ha a che fare con la manualità in termini meno incisivi rispetto ai secoli passati. Essere artisti è ricerca, messaggio, innovazione. Forse essere artisti è sorprendersi, per poi sperare di riuscire a sorprendere.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
L'Istituto statale d'Arte in primis ma, forse, ancora più importante è stata la collaborazione (che ancora oggi porto avanti saltuariamente) con l'artista e collezionista Francesco Martani, titolare della Fondazione Cà La Ghironda a Ponte Ronca, frazione di Zola Predosa, presso Bologna.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Moltissimi: da Escher ad Andrea Pazienza, da Giorgione a Dalì, da Magritte a Pratt, da Caravaggio a Giger, dalla De Lempicka a Manara, da Picasso a Haring. Perchè? Tutti personaggi dotati di estro, forza espressiva e grande eleganza formale o gestuale.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Non mi interrogo molto sul mercato dell'arte, limiti e potenzialità sono scritti di giorno in giorno soprattutto da grandi investitori che determinano le quotazioni di artisti contemporanei e del passato indipendentemente dalla loro caratura.
Molto spesso, a mio avviso, valore e prezzo non coincidono e credo di non essere l'unico a pensarlo. Quando sento giovani artisti che parlano prima di quotazioni che non di ricerca e passione mi viene un grande sconforto.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Il web ha dato certamente una grossa mano alla visibilità che per molti era impensabile anche solo un decennio fa, come del resto state facendo voi con me in questo momento. La strada è quella buona.

Qual é l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Sono molte le opere altrui che mi hanno segnato ma se devo indicarne una mi viene in mente l'autoritratto di Vincent Van Gogh del 1889 conservato al Musée D'Orsai di Parigi. Toni lievi e lirici frustati da pennellate turbinose dalle quali emerge la sua figura dallo sguardo magnetico ma carico di inquietudini. Un sussurro urlato (Munch, non te la prendere). Per quanto riguarda la mia produzione, invece, è certamente l'opera che ancora devo dipingere.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Mi piacerebbe esporre in un grande e frequentatissimo aeroporto internazionale, in uno qualsiasi dei periodi dell'anno. Tanta gente passerebbe, magari distrattamente, davanti alle opere, però... però ogni tanto qualcuno si fermerebbe a guardarle, così sorprendendosi a scoprire un modo diverso di volare.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?

Come in tutti i settori anche in questo campo c'è chi sopravvive, chi vive e chi si ingrassa, in breve: sì, si può.
Il limite del prodotto dell'ingegno, se limite è, sta nel suo essere voluttuario. Non è pane. In un periodo di prolungata recessione come quello che stiamo attraversando, diventa più difficile trovare committenti o acquirenti in genere ma sono conti che un artista deve fare prima di intraprendere questo percorso. Io, invero, non li ho mai fatti questi conti. Continuo a produrre opere senza pensare se le venderò. Dipingo quando ho qualcosa da dire, quando qualcosa mi ha dato una scossa. Penso, poi e magari pretenziosamente, che negli occhi di chi guarda questa forza arriverà determinando interesse per l'opera. Desidero accarezzare gli occhi e la mente di chi ha la bontà di rivolgerli a quel che faccio, il resto è una conseguenza.
Come si sarà compreso non sono uno di quelli che con l'arte si ingrassa ma c'è un vantaggio... a quarantasette anni ho ancora una silhouette invidiabile.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
La crescita è cosa molto personale e non sento di potermi esprimere su questo aspetto parlando in termini generali. Nel mio caso è bastato dare ascolto al mio sentire di fronte a piccoli eventi e grandi temi traducendoli poi in figure e scene allegoriche attraverso il mio modo di operare. Non mi interessa dipingere una bella casetta, mi interessa che quella casetta racconti qualcosa. Un germoglio che spacca l'asfalto, ad esempio, può essere raccontato con la stessa enfasi dell'incoronazione di un re. E forse la merita di più, quell'enfasi. Le difficoltà che si incontrano sono, innanzitutto, le limitazioni che ci diamo da soli, i nostri dubbi, le nostre incertezze... anche se, contemporaneamente, sono una forza, ci fanno essere onesti e pronti a evolverci.
In seconda battuta: le condizioni di accesso a un mercato dell'arte in cui gli operatori del settore gestiscono le regole decidendo chi dev'essere caldeggiato e chi invece deve "restare in panchina" a tempo indeterminato, anche se di livello assai superiore. Resto convinto, comunque, che la qualità paghi sempre. Insistere è imperativo e presto o tardi i risultati si ottengono anche se, come già ho sottolineato, il vero traguardo che conta per un artista degno di tal nome non è produrre per il mercato ma per raccontarsi e raccontare. Le cose fatte solo per guadagnare qualche spicciolo si riconoscono subito, sono spesso piccole furberie replicate all'infinito che hanno bisogno di tante parole del bravo venditore di turno per acquistino senso, anima e valore. Ecco, direi di stare attenti ed essere consapevoli rispetto a quel che si cerca di proporre perché quella cosa ci esprimerà.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Ci vorrebbero più persone come voi, ad esempio.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica dell'arte?
Necessaria e a volte maligna come un'amante capricciosa. Non sempre onesta, a volte nel bene e a volte nel male, può dare corpo o affossare un'opera. Spesso  la critica evita al pubblico di formarsi una personale opinione, altre volte fornisce una chiave necessaria di lettura. Difficile schierarsi anche se, naturalmente, talune opinioni "gonfiate" in merito a certi autori mi infastidiscono sempre, e mi infastidirebbero persino se fossero rivolte a me.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
La passione che metto in ogni tema che affronto, l'anima dietro alle pennellate. Vorrei che potessero vedere i dipinti da vicino per capire quanto lavoro c'è dietro anche alla più banale delle immagini ma anche quanto divertimento e musicalità affiora in questa sinfonia di tocchi leggeri e colori che, uno dopo l'altro, vanno a dar corpo alle mie visioni. Vorrei che vedessero quante volte, davanti al cavalletto, io rida e pianga da solo mentre mi travolge il tema che sto affrontando. Vorrei, in breve, che sapessero quanto quel rettangolo di tela non sia solo un supporto per il colore bensì un piano immenso sul quale appoggio fantasia, sentimenti e ideali.
Poi, sì, i miei quadri fanno anche tanto arredamento e stanno bene sia col mobilio classico che con quello moderno ma di questo non parlatemene mai perché mi cambia l'umore.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Lo sai che hanno inventato il pettine?

 

 

 

 ART 3.0 −AutoRiTratti
Davide Pavlidis
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website Pagina Facebook dell'artista

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