“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Lunedì, 16 Novembre 2015 00:00

ART.3.0: AutoRiTratto di Bruno Bozzetto

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Quando una persona brucia di passione esercita su di me un fascino magnetico e Bruno Bozzetto brucia di passione per il disegno e per il cinema da quando aveva sedici anni.
È un visionario, ma uno di quelli che sa esattamente cosa vuole, dove cercarlo e come ottenerlo.  Inutili i tentativi di farlo desistere, la sua sembra più una missione che una passione e forse neppure si interroga troppo sulle conseguenze, perché l'unica conseguenza possibile è raggiungere l'obiettivo. In quest'ottica le difficoltà si affrontano, si aggirano e comunque si superano proprio perché non esiste un'alternativa.
Stare due ore con lui dovrebbe essere consigliata come pratica terapeutica per il buon umore e il pensiero positivo. Ha una voce che trasmette la voglia di essere gioiosi e un'ironia rara. I suoi pensieri ti passano tra le orecchie come anguille di cui puoi percepire la consistenza e il movimento fluido, a volte la traiettoria, ma come le anguille inutile tentare di fermarle a mani nude.
Non ho faticato ad immaginare Piero Angela che, nel cuore di una notte newyorkese, spiega al telefono come si muove un moscerino affinché Bruno Bozzetto, in Italia, possa disegnarlo. E mi sono divertita moltissimo quando parlando di mercato dell'arte, mi ha confessato che uno dei guadagni è venuto alla  Sotheby's e non appena ho mostrato il mio stupore carico di congratulazioni, si è affrettato ad aggiungere: “Sì. Li hanno rubati e quindi ho avuto il rimborso dall'assicurazione”. O come non manifestare solidarietà al padre Umberto che, per evitare che si rompesse l'osso del collo nel tentativo di fotografare i disegni, gli ha costruito una “macchina verticale” con l'asse da stiro. Mai una volta in tutta la conversazione ha parlato dei numerosi premi vinti, mai una volta un accenno nostalgico: progetti, futuro e ancora progetti e futuro. Il tempo è volato in fretta e poi Beelen lo ha reclamato. Chi è Beelen? No, questo non lo scrivo in questa introduzione all'intervista, ma se date una sbirciatina al suo profilo...


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
“Artista” è un parola che non userò mai; tuttavia ho provato sensazioni un po' particolari nel momento in cui ho presentato il mio lavoro al pubblico. Durante il lavoro non si ha la percezione esatta di quello che si fa ma, quando si incontra il pubblico e questo rimane colpito da qualcosa, è facile intuire di essere su una strada nuova e originale.
Ero iscritto al 'Cineclub Milano' quando ho iniziato a lavorare.
Ho sempre avuto la passione per il cinema: fin da ragazzo ero un fanatico e quando mi padre Umberto ha portato a casa la prima 8mm non l'ha mai più vista o usata perché me ne sono appropriato iniziando a filmare tutto quello che era possibile filmare. Mi piaceva il modo di esprimersi offerto dalla pellicola, quindi ho iniziato dal montaggio. Ho fatto tanti esperimenti, ma volevo fare sempre qualcosa di più e quindi reclutavo i compagni di scuola, imponendogli la resa anche dei personaggi che non volevano interpretare. Il problema è che loro venivano un giorno o due, per farmi un piacere, ma il terzo giorno non venivano più: si annoiavano e, quindi, dovevo ingegnarmi a fare da solo tutte le parti rimaste vacanti. Era difficile, però è da lì che sono nato.
La passione per il disegno in realtà non era proprio per il disegno in quanto tale – nel senso, cioè, che rispondeva ad una mia esigenza specifica di disegnare – ma derivava dal bisogno d'avere solo un mezzo adatto ad esprimermi. In pratica se devo dire una cosa –  quando ho un'idea – la esprimo meglio con il disegno.
Parlando un attimo di pittura però, mio nonno si chiamava Girolamo Poloni, era di Martinengo ed era un pittore con lo stile seicentesco e, mentre altri suoi contemporanei si dedicavano a ricerche artistiche diverse, lui lavorava dipingendo tele per le chiese. Diceva che non era felice a fare angeli cristi e madonne, non gliene fregava molto, però “erano soldi” e quindi ha realizzato moltissime opere. Opere, in alcuni casi, molto belle; opere di fatica e sudore, d'impegno, opere di mestiere, opere piene di passione. Anche al Teatro della Scala di Milano si trovano alcuni suoi disegni e, ricordo, era molto bravo nel figurativo: uomini, paesaggi, animali e battaglie con tanti cavalli. Da lui ho ereditato il senso delle proporzioni e dei punti di fuga forse: me li ha trasmessi come si trasmette il DNA.
Ma, in realtà, devo davvero ringraziare mio padre perché, quando vedeva i miei disegni, spesso commentava dicendo “ma guarda che movimento che hanno” e questo mi ha  indicato la direzione da seguire: sentivo che avevo una facilità nel movimento che, infatti, ho sviluppato nel mio lavoro


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?

Un film è composto da tantissime fasi. L'inizio consiste nell'avere un'idea, qualcosa da comunicare. Si fanno degli schizzi, si cerca di sviluppare questa idea attraverso un percorso, spesso tortuoso, e – lentamente, piano piano – si concretizza una storia, un modo di porgere delle situazioni, di farle vedere al pubblico.
Ad esempio prendiamo il mio primo film: Tapum! La storia delle armi : ero al liceo, studiavo ma non ho mai amato la scuola e – tra gli argomenti  scolastici più tediosi –  c'erano le guerre e andando nei musei vedevo come le invenzioni per il 90% erano armi: armi, capisci? Questo mi colpì e quindi pensai di raccontare in modo ironico la storia delle armi nel percordo evolutivo dell'uomo. Parallelamente avevo visto un film di Walt Disney, La storia della musica, che consideravo molto bello perché – per la prima volta – avevo assistito ad un racconto davvero utile ovvero alla storia degli strumenti musicali, resa con un disegno moderno, graffiante e ironico e questo mi ha stimolato moltissimo. Ho capito che anche io avrei potuto raccontare una storia ed ho trovato la forza per iniziare.
I primi esperimenti li ho fatti a sedici anni e il primo film attorno ai diciotto. Abitavamo in Piazza San Babila; ricordo che tutte le sere stavo lì, in casa, a fotografare i miei disegni poiché ci vogliono ventiquattro foto per ogni secondo di film e, quindi, accendevo e spegnevo le lampade per ogni scatto. Intanto i miei amici andavano al cinema e a divertirsi poi, di ritorno, passando per Corso Matteotti, alzavano gli occhi e vedevano la luce di camera mia che si accendeva e si spegneva e dicevano: “Ma guarda quel pirla che è sempre lì a fare il film”. Ma ero appassionato, mi piaceva.
Al primo festival dell'animazione a Cannes decisi di partecipare ed ero l'unico italiano e... sai quando si dice i colpi di fortuna? C'era un critico importante, non gli piaceva il film cui stava assistendo e quindi si alzò prima che questo finisse. Passando per il corridoio del palazzo del cinema sentì provenire una musichetta dal piano inferiore. Scese le scale e – davvero quando suol dirsi “il Caso e la Fortuna” – stavano proiettando in una saletta proprio il mio film. Di ritorno in albergo scrisse il suo articolo per il giornale affermando che gli era piaciuto molto più il mio film che quello in cui recitava Sofia Loren. Quando il pezzo arrivò a Il Giorno a prendersene cura fu un redattore che, pochi giorni prima, era stato  a casa di mio padre e quindi decise di scrivere, a caratteri cubitali, il mio nome vicino a quello della Loren.
Queste concomitanze hanno accelerato il processo: a quel punto mio padre si è convinto che potevo avere del talento e, da allora, mi ha sempre aiutato moltissimo. Subito dopo anche la gente, anche il pubblico, ha creduto a questo talento.
Mi rendo conto che allora era impensabile pensare – scusa il gioco di parole - di realizzare un lavoro nel campo dell'animazione, campo che nessuno conosceva. Erano gli anni 1959/1960 e − al cinema, per quanto concerne l'animazione − si vedevano solo film prodotti da Walt Disney: lavorare in quel settore era (o sembrava) un'ipotesi assurda.
Tra i pochi studi presenti a Milano c'era quello dei fratelli Pagot, i creatori di Calimero: chiesi a loro un parere e mi risposero così: “Fallo come hobby, mai come lavoro”.
Non mi sono perso d'animo e mio padre – Umberto – ha progettato ed ha costruito –  con le sue mani,  utilizzando il tavolo da stiro di mia madre – la mia prima macchina verticale, per fotografare i disegni.
Intanto a Cannes avevo conosciuto stranieri come Dusan Vukotic, Richard Williams e quel genio di Norman McLaren, “un grande” - così lo definisco – poiché ha iniziato a disegnare direttamente sulla pellicola 35mm: abbiamo cominciato a scriverci e quelle lettere sono diventate un epistolario che ancora conservo.
In pratica mi sono trovato, dal nulla, a condividere un'esperienza creativa e produttiva insieme ad autori importanti, che avevano già realizzato film all'avanguardia e che, tuttavia, in Italia non erano conosciuti. Loro mi hanno permesso di capire che il cartone animato poteva essere per gli adulti e che si trattava di un linguaggio con il quale avrei potuto parlare della società e dell'uomo. Non potevo competere con Walt Disney e con i suoi personaggi e, inoltre, ero affascinato dall'uomo: per questo ho creato il Sig. Rossi.
Ti confido: a posteriori mi sono reso conto che, involontariamente, con il Sig. Rossi stavo realizzando una caricatura del direttore del Festival di Bergamo. Sì perché, vedi, mi ero presentato al Festival, mi sentivo di casa abitando lì, ma non mi accettarono. Vidi i film in concorso e mi sembrarono orrendi  e così ho raccontato questa storia in modo ironico, facendo del Sig. Rossi il personaggio principale.
Ci sono stati poi altri film e un amico che lavorava in un concessionario, mi disse che il suo titolare voleva conoscermi e commissionarmi  cinque caroselli pubblicitari. Sono cresciuto, sono arrivati dei premi e un po' di soldi con i quali ho aperto lo studio Bozzetto.
Non sono un artista, davvero, ma un bravo artigiano, che sa quello che vuole.
Piero Angela mi ha detto un giorno: “Esistono due tipi di uomini: quelli che combattono contro le cose e quelli che combattono contro gli uomini e sono due categorie fondamentali e molto diverse tra loro”. Io, ho assecondato il desiderio di trasmettere agli altri quello che avevo in mente: mi sento un cantastorie ma, per queste mie storie, uso il disegno, mentre quando mi invitano per parlare in qualche occasione pubblica letteralmente mi sento morire. È vero! Credimi! Sai cosa dice mia moglie? “Tu non hai il minimo senso dell'umorismo, ma quando fai i disegni mi fai morire.”
L'arte, quindi, c'entra poco: è piuttosto un credere nel proprio modo di comunicare e riuscire a fare qualcosa che ami fare.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Da bambino guardavo soprattutto i film della Walt Disney: mi piacevano le storie perché, attraverso Carl Barks, ho scoperto l'America; mi affascinava vederne le città, i personaggi, i retroscena e i pettegolezzi. Allora – e parlo degli anni '45/'47 – cartoni e personaggi  come Topolino giornalista (che introduceva il concetto di mafia) o che parlavano, ad esempio, della bomba atomica erano racconti intelligenti e, ancora oggi, rileggendo quei giornalini mi sembrano all'avanguardia. Poi crescendo ho maturato una grande ammirazione per Saul Steinberg, che trovavo fantastico, e per Johnny Hart; per caso, inoltre, mi sono avvicinato alla pittura scoprendo Ben Shahn che mi ha stimolato inducendomi, per tanto tempo, a fare disegni che non erano nel mio stile ma che per un periodo mi hanno travolto e sui quali mi sono allenato un po'.
Tuttavia è la letteratura che davvero mi ha influenzato: ad esempio l'etologo Konrad Lorenz, Lo zoo umano di Desmond Morris e poi Robert Ardrey con L'istinto di uccidere: romanzo nel quale narra le origini e la natura animale dell'uomo. In questo libro Ardrey mi racconta che l'uomo era nudo, piccolo, senza peli, senza denti e senza unghie e che ha fatto fuori tutti gli animali che esistevano! Questo significa che l'essere umano possiede l'istinto di uccidere più forte d'ogni altro essere vivente.
Sì, trovo decisamente più interessante la lettura che il disegno e, per questo, leggo moltissimo. Certo di Saul Steinberg mi ha colpito la sintesi e la pulizia del disegno e ho molto apprezzato la sua capacità di realizzare immagini con trovate realmente uniche: come nella vignetta in cui prende una bimba e la solleva in altro per farle vedere la luna. In questo caso non si tratta di una vignetta soltanto: è un modo diverso di vedere la vita, c'è dentro della genialità, perché è la realtà attraversata seguendo un percorso laterale. E poi non dimentichiamo mai che l'umorismo è alla base della vita: infatti, dove manca l'umorismo, credo sia più alto il pericolo per gli esseri umani.
 

C'è qualcuno che ha stimolato la tua fantasia in modo particolare?
Ero un grande appassionato di Piero Angela e ho letto e riletto tutti i suoi libri perché scritti in modo chiaro e avvincente: sfogliandone le pagine era come se vedessi dei film.
Un giorno gli ho scritto perché mi sarebbe piaciuto fare un film con lui, narrando le sue storie: mi rispose affermando che mi conosceva ma che, in quel preciso momento, non avrebbe avuto idea di come fare. Tuttavia a certi uomini le idee arrivano velocemente e, poco dopo, mi contattò perché su La Repubblica avevano pubblicato un articolo in cui si parlava di energia: l'articolo serviva a spiegare il dispendio di energia che ogni cosa comporta e di cui spesso non si tiene conto. Aggiunse poi: “Prova a realizzare uno storyboard partendo da questo articolo”. Gli piacque e da lì producemmo prima un film e poi altri cento film assieme: senza mai incontrarci. Ci sentivamo al telefono magari quando avevo dei dubbi o quando necessitavo di indicazioni su questo o quel personaggio. Ricordo una conversazione telefonica pazzesca, durata quindici minuti – lui in America, io in Italia – perché dovevo capire i movimenti della Drosophila, il moscerino per intendersi. Se qualcuno ci avesse ascoltato avrebbe potuto pensare ad una conversazione in codice.
Poi, sai, per me disegnare è anche un modo per uscire dal mondo in cui viviamo; per esempio quando i giornalisti mi chiedevano com'era stato il mio '68 io non rispondevo di certo come loro s'attendevano: non sapevo nulla di quel che accadeva, immerso com'ero nelle mie storie. Forse non è bello, forse non è giusto, ma a volte il lavoro è anche una scusa per alienarsi dalla realtà che il mondo propone.


Cosa pensi del mercato dell'arte?
Non so niente del mercato dell'arte tranne che, ogni tanto, a Torino capita ci siano dei miei disegni all'asta. Anzi, una volta ho ricevuto una somma per un'asta da Sotheby's ma – in quel caso – non era per la vendita di un mio disegno ma perché era stato rubato.  Un risarcimento assicurativo, insomma!


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?

In generale considero la prossima opera la più cara, quella a cui tengo di più, perché contiene tutta la mia passione e perché non si sa ancora come verrà.
Amo, tra i miei lavori più ampi, Allegro non troppo: è un film che mi ha dato grandi soddisfazioni, non solo in termini di critica e pubblico, ma anche sul piano strettamente personale. Amo la musica classica e sono stato preso dall'idea di poterla visualizzare. So che può essere discutibile, perché la musica è musica e quindi non dovresti volerla visualizzare, ma la sfida era elettrizzante e ci siamo divertiti ad affrontarla – questa sfida –  provando ad arricchire la musica con le immagini. Ci abbiamo lavorato due anni, ogni giorno con rinnovato piacere osservando come ogni creatura si sposava con le note.


Se potessi scegliere, dove proietteresti un tuo film?
Il pubblico cambia e quindi, piuttosto, mi viene da chiedermi quale pubblico sia o possa essere più recettivo. Un tempo avrei detto sicuramente i festival del cinema d'animazione o del cinema tradizionale perché si tratta di manifestazioni alle quali il pubblico prende parte per scoprire qualcosa di nuovo, ciò che non ha mai visto prima, e quindi sono pronti a cogliere un'idea originale; tuttavia anche nel cinema e nei suoi festival ci si sta spostando verso l'ermetismo, un po' come nell'ambito pittorico.
Io sono più concreto e mi piace scorgere e tener presente “il significato” di un film. Ad esempio sono stato presidente onorario di un festival, in Giappone, e ho dovuto vedere tutti i film in concorso; alla fine, nonostante ci fossero film che raccontavano storie importanti, belle e significative, sono stati premiati film che fermavano una sensazione: dieci minuti cinematografici dedicati alla visione di una foglia che cade ed il suo riflesso che si muove, sull'acqua di un lago. Mi sembra che i festival – e le loro giurie – siano un po' troppo attenti alla tecnica, anzi direi che la forma sta avendo il predominio ed è per questo che vediamo premiati dei film sperimentali.
Per tornare al pubblico, citato all'inizio della mia risposta: qual è quello adatto ai miei film? Cavolo! Non lo so! Direi un pubblico intelligente, ma soprattutto dotato di un umorismo non volgare.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?

Ci sono persone che ne vivono e benissimo; altre che non vi riescono.
Uso una metafora, per parlare della fortuna. Per me la fortuna è come un campo che ha quattrocento semi: se vi cade una sola goccia d'acqua hai qualche possibilità che almeno un seme nasca, ma se metti solo tre semi, la possibilità che la goccia li bagni è assai minore. Ovvero: la fortuna va aiutata. Si deve perseverare ed insistere e, se una persona è davvero convinta delle sue capacità prima o poi qualcosa raccoglie, ma si deve credere nelle proprie idee e non mollarle mai.


Nel processo di crescita e nel tentativo d'affermazione e di diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che più spesso si incontrano?
Io ho trovato difficoltà quando ho dovuto cercare denaro. Cercare finanziatori, produttori, distributori significa spiegare ad altri quello che si ha in mente e questo è una difficoltà quasi insormontabile: soprattutto quando parli di animazione e quindi di progetti che sono chiari soltanto nella tua mente. Infatti finché ho lavorato da solo o con collaboratori che parlavano la mia stessa lingua non ci sono stati problemi mentre quando ho dovuto spiegare una mia idea a qualcuno che non condivideva questa lingua ho incontrato molte difficoltà. Diciamo che se normalmente trovare investitori che credano nel tuo progetto presenta una difficoltà di “livello 3”, quando si parla di animazione la difficoltà diventa di “livello 7”. A me è capitato con Allegro non troppo. Lo presentai alla Cineriz, vennero dei grandi “soloni” aziendali – mi si passi il termine -, ne facemmo proiezione, ricevetti i loro  complimenti e poi pronunciarono queste parole: “Ci dispiace ma il film non è né per bambini né per adulti perché non ci sono donne nude o parolacce”. Fu così che in Italia non uscì. In America – dopo cinque mesi che proiezioni, in seguito alle quali Allegro ma non troppo risultava tra i cinquanta film più visti dal pubblico statunitense – mi chiesero se in Italia fosse uscito e spiegai il motivo del rifiuto italiano. Solo allora – e dopo l'America – anche l'Italia lo avrebbe accolto e veduto.
Montanelli affermava che l'Italia è “il Paese delle seconde visioni” ed aveva proprio ragione. I visionari nascono qui, ma o vanno avanti da soli o emigrano via.


Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
La critica per me è stata fondamentale ed è stata davvero importante ed ha svolto un ruolo positivo nel momento in cui ho iniziato, quando ero solo contro tutti e non avevo ancora un pubblico, non avevo distribuzione, non avevo altro supporto. I critici che hanno visto i miei primi lungometraggi mi hanno aiutato enormemente e mi hanno fatto conoscere al pubblico raccontandogli e testimoniando che stavo facendo qualcosa di nuovo e di originale. Io devo tutto alla critica.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?

Vorrei che condividessero certi pensieri, il mio modo di vedere la realtà. Se dico che l'uomo è il tumore della terra, anche se sto esplicitando un pensiero cattivo, mi auguro che faccia riflettere e ragionare. Europa&Italia ad esempio, fa riflettere e dà degli stimoli per migliorare. È il mio modo di raccontare la vita quotidiana: senza fare la morale, ma con serietà e capacità critica.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Non vorrei che mi facessero domande.

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Bruno Bozzetto
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website http://www.bozzetto.com/
               
https://www.youtube.com/user/BrunoBozzettoChannel             
             https://www.facebook.com/BBozzetto
            
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Bozzetto

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