“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Martedì, 25 Agosto 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Marco De Angelis

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Marco De Angelis è vignettista, illustratore, giornalista professionista e grafico ed è nato nel 1955 a Roma. Finora ha pubblicato su circa centocinquanta testate in Italia e all’estero. Dopo essere stato vignettista e redattore del Popolo dal 1979 al 1997, ha collaborato lungamente con Il Messaggero ed è entrato nella redazione di Repubblica nel 2003. Ha pubblicato sul Il Mattino, Grazia, I Gialli Mondadori, Panorama, Help!, ComicArt, le nuove edizioni de Il Travaso e Marc’Aurelio, giornali stranieri come Washington Post, Los Angeles Times, Chicago Tribune, Vancouver Sun, Herald Tribune, Courrier InternationalLe Monde, Yez, Nebelspalter, Eulenspiegel, WittyWorld (di cui è stato corrispondente dall’Italia). Molti dei suoi disegni sono distribuiti all’estero da The New York Times Syndicate. È uno dei curatori della rivista online Buduàr.

Ha illustrato molti libri per Giunti, De Agostini, La Scuola, San Paolo, Lapis, European Language Institute (ventotto riviste distribuite in trenta Paesi) e altri editori; Palma d’Oro al Salone dell’Umorismo di Bordighera nel ‘97, due volte Premio Consiglio d’Europa, ha ricevuto settanta premi internazionali (Istanbul, Teheran, Tokyo, Belgrado, Krusevac, Montreal, Amsterdam, Skopje, Olen, Città di Castello, Dolo, Fano, Le Piastre). Ha collaborato con RAI, TeleMontecarlo, Coldiretti, Confartigianato, Asstra, Ministero dell’Interno e molte società e associazioni. È stato membro di giurie in varie manifestazioni e i suoi lavori sono esposti in numerosi musei: Tolentino, Skopje,Teheran, Stoccolma, Boca Raton.
"Il disegno fresco, colto, intelligente, di immediata e gradevole lettura, è da anni l’arma vincente di questo umorista tecnicamente e professionalmente impeccabile, riconosciuto peraltro come uno degli autori italiani più affermati in campo internazionale".
(Dal libro 20th Century Humour, 100 anni di storia in 300 caricature; Antonio Mele, Biennale di Tolentino, 1999)

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Sin da bambino mi sono sentito subito impegnato in una costante ricerca creativa e di conoscenza delle tecniche. Studiare fumetti, illustrazioni e libri d’arte autonomamente, al di fuori degli studi scolastici che mi fornivano una cultura artistica tradizionale ma indispensabile, è stato sempre per me un divertimento, alla continua scoperta degli stili dei vari autori. Questo mi ha aiutato molto per capire che la grafica umoristica, i fumetti, l’illustrazione per ragazzi o i cartoni animati erano arte a tutti gli effetti, la "Nona Arte", come viene ora definita, con molto maggiore rispetto di quando ero ragazzo. Da qui a scoprire che soltanto creando immagini mi sarei sentito appagato il passo è stato breve.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
All’inizio c’era una naturale confusione, non sapevo esattamente come volevo mettere su carta le mie idee, umoristiche o di genere veristico, insomma quale fosse lo stile che mi soddisfaceva di più. Questo ha fatto sì che procedessi per vari anni approfondendo e perfezionando due stili parallelamente, quello umoristico e quello più realistico, ma guardando con più interesse e sentimento al primo. Entrambi mi divertivano in egual modo, fino a quando, dopo aver partecipato al mio primo concorso a diciassette anni, il Salone Internazionale dell’Umorismo di Bordighera, e dopo avervi vinto un premio nel ’75, a vent’anni, cominciai a pubblicare (durante gli studi universitari) su alcuni giornali umoristici, come PlayRoma ed Help! e poi per Grazia, I Gialli Mondadori, Panorama.
Perciò ho continuato come disegnatore, perché era così che mi sentivo realizzato, disegnando vignette satiriche, illustrazioni per ragazzi o per riviste. Ho perfezionato e affinato lo stile nel corso degli anni (soprattutto nell’uso del colore), comunque senza mai cambiarlo radicalmente, pur adattandolo talvolta al target, come nel caso dei libri per bambini. Fu nel 1980, quando diventai disegnatore satirico ufficiale de Il Popolo e poi giornalista, che definii in modo inequivocabile il mio futuro.
Nello stesso tempo ho però continuato anche a realizzare, sebbene più saltuariamente, delle illustrazioni veristiche, mantenendo questa seconda anima più “seria”, che mi consente talvolta di spaziare in campi che mi interessano molto, come per esempio l’illustrazione storica.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
In realtà non ho dei modelli precisi a cui posso dire di essermi ispirato, ci sono però tutta una serie di autori italiani e stranieri che ho apprezzato o amato e il cui spirito umoristico e l’abilità grafica mi hanno colpito e sicuramente influenzato. Da giovanissimo ero, come molti, affascinato dal mondo creato da Walt Disney e personalmente sognavo di diventare un disegnatore del suo staff, nello stesso tempo amavo Benito Jacovitti (soprattutto Cocco Bill) per quel divertimento geniale e surreale che trovavo unico e irripetibile. Con il tempo ho imparato a conoscere sul Corriere dei Piccoli i grandi disegnatori della scuola franco-belga della Bande Dessinée, quindi i disegnatori di fumetti e vignette americani, per poi scoprire (grazie alle prime mostre internazionali) i grandi autori umoristici sudamericani e dell’Est Europa, dalle grandi capacità artistiche e caratterizzati da un originale “surrealismo umoristico”. Tutto questo, ben mescolato – ma non shakerato – con le mie scelte grafiche, ha dato vita al mio stile.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Non essendo un pittore che mette abitualmente in vendita i suoi dipinti nelle gallerie d’arte, non posso esprimere un giudizio preciso. Noto però, che almeno per quanto riguarda il mio settore, cioè la grafica umoristica e l’illustrazione, non ci sia quasi mercato.
Sono innumerevoli i casi di bravi autori che hanno tenuto mostre personali senza riuscire a vendere i propri lavori, perché la valutazione di un’illustrazione o di una vignetta satirica per quanto bella, non era equiparabile a quella di un quadro o comunque valutabile con esattezza. Comprare una vignetta o un’illustrazione finora non è stato in genere considerato un buon investimento o almeno non un investimento nell’arte. L’unico mercato esistente, che nobilita e dà dignità ad autori e opere, è quello di alcune case d’aste, che fissano con valutazioni più o meno giuste i prezzi base delle opere in vendita, che siano dei definitivi o dei bozzetti. Vere e proprie opere d’arte che però interessano esclusivamente i collezionisti, e per le quali un profano, per quanto amante del fumetto, raramente spenderebbe una cifra se non irrisoria.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Oggi, contrariamente al passato, i media, Internet, i social network ci offrono grandi possibilità per pubblicizzare le opere o per informare il pubblico sulle iniziative, le mostre, le valutazioni, per poter “istruire” sul valore dei lavori e far conoscere gli autori. Soltanto informando si può sensibilizzare di più la gente, aumentando così l’interesse e la qualità dell’attenzione verso tutte le forme d’arte, in modo che non si resti in un mondo chiuso e commercialmente quasi improduttivo, ma si crei un rapporto sempre più dinamico, spontaneo e naturale verso la cultura dell’immagine.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Sono legato a molte delle mie opere, per differenti motivi che possono essere un premio o un particolare successo di pubblicazione. Comunque se devo preferirne una il pensiero va a quella vignetta, ma dal punto di vista compositivo era più un’illustrazione, che mi ha fatto vincere la Palma d’Oro al 50° Salone Internazionale dell’Umorismo di Bordighera, nel 1997: un soldato schiacciato da una montagna di armi, scrivanie, bandiere, telecamere, oggetti e simboli di vario genere, tutti sulle sue spalle, allunga la mano cercando aiuto verso un bambino invalido che si sostiene con una gruccia, un piccolo profugo in mezzo a delle macerie. È senza parole, perché preferisco la metafora grafica. L’idea era nata pensando alle guerre nell’ex Jugoslavia (che avevo seguito come giornalista), ma purtroppo vale per ogni guerra ed è valida ancora oggi e temo che lo sarà nel futuro.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Non c’è un luogo particolare, ma sicuramente in un posto pieno di gente, in modo da poter essere visto da più persone possibili, una galleria, ma anche una fiera, una manifestazione, in una grande città come in un luogo di vacanza. Se le opere che espongo sono disegni che trattano satira di costume o di attualità il mio scopo è quello di far arrivare il mio messaggio a più gente possibile. Se poi il luogo fosse all’estero sarebbe ancora meglio, così potrei unire all’arte la mia passione per i viaggi.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Credo di no, sicuramente per quanto riguarda il mondo della pittura e della scultura, tranne rari casi di grandi autori. Forse qualche possibilità, ma con grandi sacrifici e sorte altalenante, la si può trovare nel campo dell’illustrazione, sebbene vi siano stati periodi più floridi e adesso è tutto molto più difficile: le case editrici sono molto parsimoniose, i progetti editoriali originali meno numerosi e i compensi invariati rispetto a quelli di dieci anni fa, già abbastanza inadeguati. Per quanto riguarda le illustrazioni per le riviste, poi, queste preferiscono acquistarle a poco prezzo dalle agenzie, piuttosto che avere un proprio collaboratore fisso.
Nel campo della satira ben pochi giornali sono disposti a pagare un vignettista. Io stesso, che pure ho sempre avuto molte collaborazioni nel corso di quarant’anni di attività (sia fisse che occasionali), mi sono mantenuto prevalentemente con il mio stipendio di giornalista, prima al Popolo (come grafico editoriale e redattore di Interni ed Esteri), poi come collaboratore al Messaggero e quindi come redattore a Repubblica.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
La mancanza di sensibilità di chi dovrebbe utilizzare lavori dell’artista, molti editori, direttori, ma spesso persino art director che non riescono a cogliere il valore di uno stile piuttosto che di un altro, o che analizzano il rapporto con il collaboratore soltanto dal punto di vista economico (se si deve risparmiare è sicuramente sull’immagine) senza valutare la qualità artistica, il cosiddetto “valore aggiunto” per un giornale o per un libro. Non sono pochi i grandi autori che hanno sentito chiamare “disegnini” i propri lavori o che hanno visto pubblicare dei lavori impegnativi in formati ridottissimi o con una pessima qualità di stampa.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Il modo di scrivere e parlare di arte sicuramente; offrire al pubblico anche trasmissioni televisive che facciano capire l’arte senza annoiare, divertendo e presentandola in modo accattivante.
Talvolta questo accade, ma non a caso nei palinsesti sono sempre programmi notturni, che solo qualche fortunato o appassionato può vedere. Questo è molto indicativo di quale considerazione abbia l’arte presso i media.
È necessario comunque uscire dal circolo ristretto e intimo delle piccole mostre e delle gallerie per stabilire un rapporto più empatico tra artisti e pubblico. Infine trovo indispensabile far crescere i giovani facendogli tenere per mano l’arte, facendogliela amare dalla scuola materna al liceo, interessandoli, facendo visitare musei e mostre, istruendoli non in modo sterile e didascalico, ma scoprendo e sviluppando in loro quella vena creativa, quel guizzo artistico che potrebbe altrimenti restare nascosto per tutta la vita.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?

La critica d’arte è spesso autoreferenziale e incomprensibile per la maggior parte delle persone e per gli stessi artisti. Tranne rari casi di critici preparati e limpidi nel commento e nell’analisi dell’opera in questione, un gran numero di esperti e studiosi trovano appagamento nella ricerca di virtuosismi concettuali che nulla aggiungono al valore dell’artista, anzi spesso rendono più complicata la comprensione della sua opera, creando un divario sempre più profondo tra chi crea e chi guarda. Non solo; bravi autori vengono spesso stroncati da critici presuntuosi, mentre altri si vedono innalzati grazie all’abilità di altri. Ma di questi esempi, lo sappiamo, è purtroppo piena la storia dell’arte e molti dei più grandi artisti hanno dovuto soffrire non poco per affermarsi. Nonostante ciò la funzione della critica, se esercitata in modo intelligente, ha senza dubbio un suo valore intrinsecamente positivo, perché senza di essa l’arte non avrebbe giudizi né visibilità.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Mi piacerebbe che sapessero cosa c’è dietro al disegno che stanno guardando, la ricerca, gli interessi e le passioni che ho, i libri letti, i miei hobby, tutto ciò che sul momento non traspare, ovviamente, ma che è l’humus fondamentale che dà nutrimento e forza alle idee. Per esempio amo leggere e viaggiare, sono studioso di Storia e appassionato di astronomia e cinema, colleziono soldatini, foto storiche, fumetti, modellini di barche e altro. Mi piacerebbe che ognuno mi conoscesse di più, quasi in amicizia, per far capire che le opere che ho creato talvolta sono nate in condizioni difficili o in poco tempo (per esempio quelle per i quotidiani o per alcuni libri), oppure sono sì divertenti, ma in qualche caso realizzate in momenti di tristezza o di preoccupazione. Ognuno di noi ha una vita privata che influenza in qualche modo la nostra vena creativa o le nostre scelte stilistiche.
Ma in fondo, l’importante, a ben vedere, è solo che le mie opere siano apprezzate e capite sia per la grafica che per il messaggio o il commento che voglio comunicare. Questo sarebbe l’unico risultato realmente soddisfacente.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Ce ne sarebbero molte, ma forse una interessante per questa intervista potrebbe essere: disegnatore umorista si nasce o si diventa? L’umorismo credo che sia nel DNA, e forse qualcuno è effettivamente più portato di altri, ma lo si può sviluppare in maggiore o minor misura a seconda dell’ambiente in cui si cresce e della cultura con cui ci formiamo negli anni. Vi sono infatti molte persone, che un po’ compatisco, totalmente prive di sense of humour, o che considerano questo stato dell’animo poco dignitoso ed equilibrato.
Quindi c’è chi dell’umorismo, disegnato, scritto o recitato, ne fa una filosofia di vita e talvolta trasforma il piacere del sorriso in una professione e altri che, pur praticando magari anche mestieri serissimi, mantengono comunque dentro di sé il gusto per la battuta, spesso miracolosamente salvifica.

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Marco De Angelis
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Tarzan in the Cage; Battlefield; Stars; Help!; Moby Book
website http://www.autoridimmagini.it/soci/127/de-angelis-marco/
            
https://www.facebook.com/marco.deangelis.14

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