"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 21 Luglio 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Andrea Casalini

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"In genere tutti gli artisti del Rinascimento maturo cercarono di raffigurare nelle loro opere un'umanità ideale, il cui corpo avesse proporzioni perfette e forme armoniose. Per ottenere tale bellezza formale gli artisti fecero spesso ricorsoa particolari accorgimenti tecnici, come lievi sproporzioni o deformazioni a prima vista impercettibili. Ne sono un esempio le mani e la testa leggermente sovradimensionate del David, che simboleggiano la capacità di agire e l'intelligenza" (Manuela Mazzucchetti, Giorgio Evangelisti). 
Di Andrea Casalini mi colpisce il tratto netto, marcato, deciso, calcato − una sorta di vera e propria imposizione artistica, un graffio creatore lo definirei − con cui definisce, o meglio ridefinisce, le proporzioni consuete imponendo all'osservatore dell'arte sua la ricalibratura dello sguardo, una nuova misurazione percettiva. Osservate, ad esempio, le mani delle sue figure o la maniera nella quale contorna le auto che producono traffico e comprenderete perché ho iniziato questa intervista con una citazione che fa risalire il nostro pensiero, la nostra lettura, al Rinascimento deformativo; impercettibile quasi agli occhi e tuttavia simbolicamente ri-fondante.


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?

Fin  da bambino ho sempre coltivavo la passione per l’arte, sicuramente influenzato dall’aria che respiravo in casa: mio padre infatti all’epoca faceva come secondo lavoro il musicista e di tanto in tanto dipingeva tele ad olio. Le sue rappresentazioni preferite erano e sono ancora oggi i soggetti cari ai post-macchiaioli come le  nature morte, le campagne toscane, le tempeste marine. Del resto nella nostra zona e soprattutto a Castiglioncello il movimento artistico dei Macchiaioli ha segnato un’epoca storica lasciando un segno indelebile. Il mio inizio come artista è stato legato alla scultura, infatti, amavo molto la terracotta e mi dilettavo a creare manufatti. Allo stesso tempo sperimentavo la pittura riuscendo ad ottenere discreti risultati vincendo premi nei concorsi che facevo con mio padre.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?

Spinto dal desiderio di coltivare la pittura, che negli anni era diventata la mia passione, scelsi come scuola superiore l’Istituto d’Arte che ho frequentato a Volterra riuscendo a completare in parte quelle esperienze che avevo intrapreso da solo. La scuola mi fu di grande aiuto anche se accanto all’insegnamento accademico decisi di seguire già il mio stile. Purtroppo, per i casi della vita, non ho potuto concludere gli studi all’Accademia di Belle Arti a Firenze dato che sono intentrato nel mondo del lavoro facendo per molti anni il grafico pubblicitario. Pur essendo un lavoro vicino alle mie aspirazioni, un lavoro che mi ha plasmato e fatto crescere artisticamente, mi ha, per un certo periodo di tempo, “imbrigliato” legandomi ad alcuni schemi rappresentativi che mi impedivano un vero slancio emotivo, quella sensazione che ho recuperato successivamente e che mi accompagna quando adesso dipingo.
Oggi faccio un lavoro che non ha niente a che vedere con il precedente, ma utilizzo il mio estro artistico, nel proporre e vendere i prodotti dell'azienda che rappresento. Tempo per dipingere ne ho poco, in genere mi ritaglio degli spazi per rifugiarmi nel mio studio e “imbrattare” la tela con soggetti e colori  ottenendo risultati che mi gratificano.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?

I miei lavori sono stati inizialmente influenzati dalla pittura di Klee con le teorie del colore e, ancora oggi, rimango sconcertato quando vedo un’opera di questo grande maestro che insegnò pittura alla scuola del Bauhaus e che rappresentò il punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d'innovazione nel campo del design e dell'architettura legati al razionalismo e al funzionalismo. Non meno emozionante e di grande influenza è per me la Pop Art di Mario Schifano. Il suo gesto pittorico molto brioso ma anche armonico e musicale, deciso nei colori caldi e freddi fa di questo artista il mio maestro “simbolico”. Alle volte penso che conoscere i grandi artisti e le loro opere possa influenzare la nostra idea di arte, una sorta di contaminazione difficile da perdere e che può togliere la spontaneità e la purezza.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Diventare un artista quotato nel mercato dell’arte è spesso legato alla conoscenza di un bravo critico o di un mercante d’arte che possa introdurti in quel mondo complesso dove diventa possibile affermarsi. Del resto è stato sempre così, i grandi mecenati sono sempre esistiti e oltre alla bravura e alle capacità è sempre stato necessario un supporto che nel ‘400 era il denaro e che oggi è il marketing. Il mercato dell'arte, oggi, è un argomento difficile da trattare.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Sicuramente la crisi economica che frena il mercato mondiale in tutti i settori influenza a maggior ragione il settore artistico. Per valorizzare un artista contemporaneo forse si potrebbero creare gruppi di artisti che possano proporre le proprie opere ad architetti, interior designer, progettisti di arredamenti in modo tale che l’acquirente possa vedere le opere già collocate in un ambiente strutturato. Proporre le proprie opere nel settore dell’arredamento potrebbe essere un buon modo per far conoscere artisti emergenti, magari offrendo le stesse ad un prezzo vantaggioso.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Le opere di Klee e di Schifano sono le mie preferite ma se dovessi sceglierne una in  particolare non saprei individuarla. Penso che la difficoltà nella scelta dipenda molto dal momento, dalle emozioni, dalle sensazioni che provo, da ciò che mi circonda. Non mi lego mai definitivamente ad un’opera in particolare, lo faccio anche con i miei quadri: l’ultimo è sempre il più bello ma, dopo qualche giorno, questa verità che sembra inconfutabile, svanisce e sento il bisogno di fare altre cose. Quando vendo un quadro sono felicissimo, ma allo stesso tempo perdo qualcosa di me e nell’animo avverto un po’ di tristezza, la tristezza del distacco.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Mi piacerebbe esporre in grandi città italiane e straniere sia perché rispetto ad un ambito provinciale sicuramente le occasioni sarebbero maggiori, ma anche perché il fascino che hanno Parigi o Roma è indescrivibile e questo fascino può permettere all’artista di elaborare la sua opera in un'ottica nuova. I periodi che preferiscono sono l'autunno e l'inverno quando, non distratte dal caldo o dal sole, le persone preferiscono rifugiarsi al tepore di una galleria per ammirare delle opere.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Vivere d’arte è da sempre privilegio di pochi, e anche se vendo vari quadri, non potrei sicuramente campare solo di questo. È il mio sogno nel cassetto ma si sa che nella vita siamo governati dai compromessi e ad oggi mi accontento di non fare l’artista a tempo pieno e di essere felice quando dipingo, di sentirmi soddisfatto quando imprimo sulla tela le mie sensazioni senza vincoli o limiti da rispettare.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Se un artista vuol far conoscere le proprie opere non avendo la possibilità di avere un mediatore, o un mecenate, deve autofinanziarzi. Ci sono alcuni siti free su Internet che danno la possibilità di mettersi in evidenza. Purtroppo le persone che si mettono in contatto non sono acquirenti ma quasi sempre organizzatori di mostre e concorsi che chiedono contributi per farti presenziare agli eventi, naturalmente non garantendo la vendita dei quadri.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Credo che l’apprezzamento per un’opera d’arte sia soggettivo, il quadro deve parlare da solo, emozionare, non importa il soggetto, il colore, la forma ma ciò che suscita  in chi lo guarda. Il brutto in arte non esiste, infatti quando l’artista cerca, mediante l'alterazione della forma, del colore e dello spazio, di rivoluzionare la realtà per giungere a quella che lui suppone sia la verità, vuole spostare la visione dall'occhio all'interno dell'animo umano. L'occhio infatti, secondo il pittore, è solo un mezzo per giungere all'interno, dove la visione interagisce con la nostra sensibilità psicologica.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Attualmente dipingo su tela con colori acrilici e, tutti quelli che guardano i miei quadri, dicono che ho uno stile particolare, molto moderno, essenziale, insomma lo definiscono unico... ecco! Mi piacerebbe essere riconosciuto e apprezzato  per questo.

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Andrea Casalini
in collaborazione con Accademia dei Sensi
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