“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 11 Maggio 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Davide Bonazzi

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Davide Bonazzi è nato a Bologna nel 1984. Dopo la maturità classica e la laurea in Lettere Moderne all'Università di Bologna si diploma in illustrazione allo IED di Milano e all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Attualmente lavora come illustratore freelance nel settore editoriale e pubblicitario. Tra i suoi clienti The Wall Street Journal, The Boston Globe, Scientific American, Wired, Fortune, Il Sole 24 Ore, Einaudi, Paramount Pictures, Gatorade e tanti altri.
Il suo stile combina digitale e tecniche miste.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Che io mi ricordi ho sempre avuto la passione per il disegno e l'idea di farne una professione mi è venuta molto presto. Nonostante gli studi mi abbiano spinto in un'altra direzione, negli anni successivi all'università ho avuto qualche riscontro positivo che mi ha convinto a insistere con questa cosa che mi portavo dietro. Non mi ritengo un artista in senso stretto, a me interessa solo disegnare per la maggior parte della giornata.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Le lezioni di disegno e pittura da Wolfango e Davide Peretti; la scoperta dell'illustrazione concettuale prima allo IED di Milano e poi all'Accademia di Belle Arti di Bologna; l'approdo nell'editoria statunitense.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
La persona che più mi ha ispirato e spinto a continuare su questa strada è sicuramente Adelchi Galloni, grande illustratore e pittore che ho avuto la fortuna di avere come insegnante a Bologna. Si poteva imparare molto da lui anche solo vedendolo scarabocchiare ai margini di un foglio di giornale. Non è stato solo un maestro di stile, ma anche di professionalità, un vero artista prestato al mondo della comunicazione commerciale. Altri modelli indiretti sono stati per me Beppe Giacobbe, Guido Scarabottolo, Giovanni Mulazzani, Emiliano Ponzi, Shout, Guy Billout, Tatsuro Kiuchi, Mark Smith, Art Spiegelman e tanti altri.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Da quel poco che lo conosco, lo vedo come un mondo instabile e governato da leggi kafkiane e incomprensibili, ogni giorno ringrazio di non dover sottostare ai suoi parametri per fare il lavoro che amo. Mi viene in mente un episodio significativo, quando qualche anno fa Banksy mise in vendita i suoi lavori in uno stand sul marciapiede, per poche decine di dollari. Solo più tardi, dopo che il video dell'evento fu diffuso sul web dallo stesso Banksy, si capì che erano opere autentiche dell'artista e questo fece lievitare il valore delle tavole di diversi zeri, per la gioia di quei pochi che le avevano comprate a 50 o 100 dollari.
Per quanto riguarda invece il mercato dell'illustrazione editoriale, che conosco meglio, mi pare che qui il limite e il punto di forza coincidano sempre più, si tratta della massiccia presenza delle nuove tecnologie per la produzione e fruizione delle immagini. Da un lato dispositivi e software molto accessibili stanno offrendo strumenti espressivi a sempre più persone, determinando un mercato dinamico e competitivo. Dall'altro c'è un certo appiattimento e impoverimento nella fruizione delle immagini, che avviene sempre più attraverso il solo schermo di un computer o tablet. Questo rischia di diventare un limite soprattutto per le generazioni native digitali.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Mi piace l'idea che l'arte vada nelle strade. Mettere opere nelle piazze, permettere che alcuni palazzi vengano consapevolmente coperti di murales. Mettere l'arte fra la gente, fare in modo che le persone non addette ai lavori familiarizzino con essa e spingere gli artisti stessi a cercare una comunicazione più diretta col pubblico.


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
L'opera mia è una serie di manifesti illustrati che ho realizzato per Paramount Pictures ispirati a dei loro film classici. È stata una bellissima esperienza, cimentarsi con i film che si amano credo sia un po' il sogno di ogni illustratore.
Di opere altrui a cui sono affezionato ce ne sono troppe, non saprei scegliere.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Il mio lavoro è fatto e pensato per una fruizione digitale o cartacea, quindi in generale non lo vedo bene esposto da nessuna parte. Se proprio dovessi farlo, mi piacerebbe realizzare un progetto ad hoc pensato per essere esposto in un luogo di forte memoria storica.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Sì, si può lavorare stando in Italia per committenti sparsi in tutto il mondo e guadagnare bene, basta avere orari flessibili e una connessione internet. Naturalmente non si può pretendere di lavorare solo per il mercato italiano che, per usare un eufemismo, offre opportunità modeste. Parlo sempre riferendomi al mondo delle arti applicate all'editoria e alla pubblicità, non al mercato dell'arte in senso stretto. Ci sarebbe poi da parlare del problema tutto italiano di una pressione fiscale spaventosa, per i lavoratori autonomi tra cui illustratori e designer, ma questo è un altro discorso.


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
In generale gli inizi sono duri per tutti, si tratta di imporsi in un mercato competitivo, saturo di stimoli e che non offre garanzie di successo. All'inizio capita di svendere il proprio lavoro, di avere a che fare con committenti di vedute poco larghe, di non vedere riconosciuto il proprio talento. Credo che siano incidenti di persorso fisiologici e inevitabili, l'importante è imparare anche dalle esperienze negative e non lasciarsi scoraggiare dai fallimenti.


Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
L'arte di per sé già dovrebbe essere comunicazione, la più forte e immediata che esiste. Il fatto che ci sia bisogno di una massiccia comunicazione dell'arte, nel senso di un gigantesco apparato divulgativo necessario a rendere più accessibile l'arte di oggi al pubblico, indica che forse c'è qualcosa che non va. Quando l'arte smette di comunicare ai più, quando la barriera culturale fra artista e spettatore medio si fa insormontabile, non è che ci si possono aspettare miracoli dalla comunicazione dell'arte.
Comprensibilmente un artista si rivolge a un suo pubblico, fatto di specialisti con i quali si condividono valori e codici, che diventano sostenitori e potenziali acquirenti, e difficilmente coltiva l'idea di dialogare con un pubblico più vasto. Per contro lo spettatore medio, anche quello di buona cultura ma non aggiornatissimo sulle ultime tendenze, manifesta diffidenza e insofferenza di fronte a questi linguaggi alieni di cui non è data traduzione, un atteggiamento di chiusura che comunque è negativo.
Forse la comunicazione dell'arte dovrebbe recuperare una certa dose di onestà intellettuale e avere il coraggio di tracciare un solco più netto tra quello che può essere considerato un prodotto culturalmente valido e quello che invece può ben darsi che sia, se mi si passa il termine, una “minchiata”. Ma comunque il confine tra i due opposti sarà sempre sfumato per l'oggettiva ambiguità dei linguaggi contemporanei.


Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Un pregio della critica d'arte contemporanea è che spesso offre una chiave di lettura per lavori altrimenti difficilmente intellegibili, cosicché lo spettatore può affidarsi a essa per penetrare il mistero di un'opera che non parla la sua lingua. Va da sé che stando così le cose la critica viene ad assumere un peso enorme nella valutazione di un'opera, diventa l'unico ponte fra il potere spirituale dell'arte e il potere temporale del mercato. Questo non è un semplice “difetto”, mi pare sia proprio un bug del sistema-arte. Il mercato dell'arte è evidentemente simile alla borsa, dove un titolo può perdere o acquistare interesse senza che ci sia un reale legame col valore del prodotto, basta che ci sia un'azione speculativa alla base.
È buffo constatare invece che il lavoro di un illustratore, se non è immediatamente interessante a colpo d'occhio, se ha bisogno di una lunga mediazione verbale, ha praticamente fallito nel suo intento.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Niente di più di quello che vedono. Mi piace che il lettore dia l'interpretazione che preferisce dei miei lavori, in base alla sua cultura ed esperienza. Non c'è poi molto da conoscere, i miei lavori devono comunicare concetti immediati e non è che si capiscano meglio scavando nel mio privato.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Sarebbe interessante spiegare come nasce un'illustrazione, quale processo mentale richiede, quali fasi si attraversano durante un lavoro. In realtà non sarebbe facile rispondere, a volte il pensiero segue schemi tutti suoi e noi ci limitiamo ad andargli dietro.

 

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Davide Bonazzi
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website www.davidebonazzi.com

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