“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 13 Aprile 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Roberto Cappellini

Scritto da 

Ho molto riflettuto prima di pubblicare questa intervista perché non riuscivo a modificarla editorialmente senza travolgerne il significato. Cambiare una parola, una sfumatura o anche solo la punteggiatura rende sicuramente più fruibile il testo ma non permette di seguire il contorto movimento del pensiero di chi risponde. Questo spazio che il giornale ha offerto al progetto ART 3.0 non è destinato ad uno sguardo critico sul lavoro altrui, ma è una finestra sul modo in cui gli artisti contemporanei affrontano il mondo. Uomini e donne che si raccontano. A tutti piace apparire nel pieno di una luce che ne valorizzi i pregi e minimizzi i difetti, ma non è questo l'obiettivo: compito primario di ART 3.0 è cercare di testimoniare quello che accade in alcuni scantinati fiorentini, quello che accade grazie al lavoro e l'impegno di alcuni giovani artisti (che piano piano diventaranno meno giovani), di coloro che hanno maturato già molta esperienza riuscendo a dialogare con il presente, di coloro che colgono le occasioni che il sistema artistico italiano offre di coloro che, invece, mancano l'appuntamento.
Nel caso di Roberto Cappellini ho deciso di  rinunciare a qualsiasi filtro correttivo, lasciando che le parole − la loro forma e il loro contenuto − ne testimonino personalità, carattere, scelte artistiche.

A volte Roberto ha chiesto di riformulare il quesito posto per poi non dare comunque la risposta: anche in questo mi sembra di intravedere comunque un moto comunicativo, non totalmente chiaro neanche a se stesso. Alla domanda circa la possibilità, per un artista, di vivere solo e soltanto con la vendita delle proprie opere Roberto Cappellini ha offerto a me (ed offre ai lettori) tre possibili risposte, per poi terminare con queste parole: "In tutti e tre i casi il tracollo nervoso è dietro l’angolo".
"Io personalmente metterei la croce sulla X". Così chiude la risposta: mettere una croce sulla X, una sorta di croce sulla croce, senza però dare alcuna indicazione di scelta. E ancora parla di sangue, di sofferenza e di "una spugna che sguazza nel mondo della notizia e un dripping verticale teleguidato" che "domina incontrastato un espressionismo visionario".
Insomma: se avessi scelto di linearizzare o semplificare arbitrariamente il linguaggio liberandolo dalle sue evoluzioni tortuose forse la lettura sarebbe stata più semplice ma sicuramente meno aderente alla realtà. Lui stesso, ad un certo punto, ritiene questa nostra forma di comunicazione una sorta di "selfie-intervista" ed allora mi viene da scrivergli:  prego, Roberto, scatta la tua foto intervista.
Mi permetto solo un consiglio prima di lasciare che la pagina proponga le sue parole: non cedete alla pratica facile del (pre)giudizio istantaneo, cercate di capire cosa vuole comunicarvi proprio come fareste davanti ad una delle sue opere.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?

Più che altro se ne sono accorti gli altri, io sono sempre stato inconsapevole di avere un dono: infatti, fin dall’elementari questo strano talento respirava con me e per me era normale disegnare, mentre gli altri, insegnanti compresi − salvo qualche elemento fuori dal coro − sostenevano che, pur disegnando bene, ero un po' un'anomalia. In realtà che non fossi un caso "anomalo" lo capii al liceo e poi all’Accademia, nei primi anni ’80, dove finalmente cominciai a camminare su un "pianeta" dove ritrovai altri individui della mia "razza".
Finito però il soggiorno nel limbo scolastico, una famiglia poco incline ad assecondare le mie doti mi ha proiettato, ciliegia ancora acerba, in un altro mondo, dove i bisogni quotidiani corrompono e plagiano quei meravigliosi istinti che albergavano nel mio cuore. Con il passare degli anni anche la creatività si logora, si stanca, si addormenta lentamente appagata da uno stipendio fisso e delusa dal tradimento del primo amore. La coscienza si lasciò così ingannare dai vizi e dal rincorrersi dei  fine settimana fino a quando, un bel giorno, passeggiando per le strade di un paese straniero, improvvisamente quello che credevo assopito per sempre si risvegliò e più affamato che mai esplose, nella consapevolezza che dopo venti anni di fabbrica, forse, era giunto il momento del riscatto. Licenziai così quel sistema che froda ogni tipo di talento umano. Ed è soltanto da pochi anni, oramai alle soglie dei cinquantadue, non essendo più giovane ma nemmeno vecchio, che ho accettato tutte le responsabilità e le conseguenze di un caso antico, affermando senza ombra di dubbio di essere e voler essere un artista.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?

Mi si aprirono le porte del Liceo Artistico 'Firenze 1' che si trovava in Via Cavour, dove adesso sorge un hotel ma che, nel 1977, era considerata una delle migliori scuole di formazione nel campo dell’arte: fu un momento meraviglioso. La scuola utilizzava una formazione quasi militare facendoci ripetere la copia dei famosi "gessi"; queste furono le premesse che mi sostennero e mi traghettarono all’Accademia di Belle Arti di Firenze che si rivelò, purtroppo, un guscio vuoto: popolato da insegnanti vittime del proprio ego, che cercavano di plasmare studenti a loro immagine e somiglianza.  Per fortuna in quel disorientamento, la natura mi venne in aiuto facendomi scoprire, di buon mattino, proprio nel giardino dell’Accademia, dei tronchi d’albero che gli operatori ecologici avevano tagliato. L’odore della resina mi fece da guida verso quelle masse ruvide dal cuore tenero che volevano esprimersi in altre forme, volevano vivere altre vite: iniziai la scultura su legno. Impressi su di loro le mie prime idee di figura, abbozzi prigionieri dal passato Michelangiolesco, urla mute, non ancora pronte per avere una voce propria. Dalla scuola venni poi proiettato come un alieno sugli insidiosi sentieri della “giungla d’asfalto“, dove i cattivi si nascondono ovunque e le guerre si susseguono di continuo, dove restanno a terra sempre i più deboli. Qualcuno si rialza ed inizia un nuovo percorso improntato alla rinuncia.
Mi colpì molto, con il passare degli anni, scoprire come in luoghi di lavoro impensati ci fossero molte persone insoddisfatte come me, come me infelici e desiderose di riscatto: non è il lavoro, ma l'accettazione passiva di qualcosa di ineluttabile. Così, nei primi anni ’90, con un  manipolo di coraggiosi, creammo a Prato il gruppo  "Mediolinea". Il gruppo era composto da: un ceramista visionario, un impiegato concettuale e un espressionista represso come me. Insieme creammo un movimento di parole scritte, di mostre, di installazioni, di performance. Mi sentivo come il prigioniero che finalmente si libera in tutta la sua lignea e anatomica indignazione. Lo sdegno si era trasformato in protesta e successivamente in materiale nobile. L’arte diventava una pacifica arma per colpire allo stomaco l’assuefazione e l’indifferenza alla vita. Alle soglie del nuovo millennio il gruppo si sciolse ma la presa di coscienza oramai si era innescata e mi permise l’audacia di affittare uno studio tutto mio: un inquietante seminterrato nel centro di Firenze, che divenne un dopolavoro notturno, permettendomi di affinare il mio stile. Scavavo, alleggerivo, manipolavo ricercando quell’essenza di vita nella creta, nel gesso, nel dipinto e nel disegno.
Nel 2006 le tasche sfondate dal "logorio della vita moderna“ mi fecero soc… chiudere il cerchio tornando a casa mia, a Sesto Fiorentino. Dai due piccoli box a disposizione ricavai due piccoli studi e, il sommesso fermento che continuava ad animarmi, riprese vigore spostandosi sulla pittura e sul colore.
La natura irrompeva in tutta la sua potenza in quelle opere, eliminando quasi del tutto la figura, le contaminazioni divennero sottili, facendo spazio ad un raffinato collage, mentre i colori si facevano ora chiari, ora scuri, come una spugna che sguazza nel mondo della notizia e un "dripping" verticale teleguidato domina incontrastato un espressionismo visionario.
Penso, per rispondere alla domanda, che nell’evoluzione creativa di un artista esistano dei passaggi cruciali, eventi importanti che "minano" nel bene e nel male la sua sensibilità ma che, al tempo stesso, esista anche tutta una serie di minuscole circostanze che vanno a popolare il sottobosco dell’ispirazione. Un macro-quotidiano, per il quale non basterebbero tutte le parole del mondo a raccontarlo e che, tuttavia, viene condensato da poche parole che bastano e avanzano.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?

Da ragazzo c'era una foto, una foto in bianco e nero che ritraeva un indigeno di non so quale tribù africana, immortalato in un urlo dalla mimica impressionante. Ero al primo anno di liceo quando ritagliai la foto da una rivista; da allora, come una sorta di "santino", questo grido primordiale mi seguì ovunque; poi, non so quando non so dove, la foto mi abbandonò: ho provato a cercarla, ma penso che non la ritroverò mai più.
Da scultore, Michelangelo ha allattato la mia creatività. Trovo i suoi Prigioni un grande simbolo di modernità e non solo per il significato profondo, che sento molto affine al mondo dell'artista, ma anche perché abbraccia ogni essere umano che ha l’esigenza di liberarsi dal peso di un male incurabile.
Da uomo, mio zio pittore, il fratello di mio padre. Le rare volte che veniva a trovarci: l’emozione che provavo impregnava tutta la casa. Per me era il gigante buono che veniva da lontano, e aveva sempre qualcosa da dirmi, qualcosa da darmi. I suoi consigli mi sono rimasti dentro come delle pennellate tatuate sul cuore e che non potrò mai dimenticare.
Da artista non posso che urlare ai quattro venti come un “pazzo dalla testa rossa”: Vincent Van Gogh! Chi di noi non vorrebbe anche solo per un attimo provare l’intima potenza di quel pennello e chi di voi, nel solo sentire pronunciare il suo nome, non ha provato un brivido, un'inquietudine, una reverenza, una preghiera? Per me, anche nella storia dell’Arte, c’è una chiave di volta: AV-DV: “Avanti Vincent e Dopo Vincent”. Potrebbe sembrare blasfemo ma l’arte è o non è.

Cosa pensi del mercato dell’arte, quali sono i limiti e le potenzialità?
Forse  questa  domanda  dovreste  porla  agli  addetti  ai  lavori. Personalmente: la mia attuale situazione borderline mi permette di vedere col binocolo un mercato dell’arte fiorente e dai banchi stracolmi di grandi nomi e grandi quadri. Inoltre vedo una grande cecità e la mancanza di quella coraggiosa e altruistica coscienza che permette di ricercare e provare ad aiutare i potenziali talenti sotterranei che ci circondano. I Santi si sa, sono solo in Paradiso: qui ci sono solo galleristi. Ultimamente uno di loro mi ha detto che il mercato dell’arte non è in crisi, ha guardato le mie opere e mi ha chiesto dei soldi. Dai morti reclamano soldi e dai vivi vogliono soldi ugualmente: in nessuno dei due casi ci ritorna qualcosa in tasca e, chi ha già le tasche piene e famose, “ingiustamente“ si fa gli affari propri.

Se tu potessi suggerire un’idea per valorizzare gli artisti contemporanei  cosa suggeriresti?

Voglio provare a riformulare la domanda: “Se tu potessi suggerire un’idea per valorizzare gli artisti contemporanei sconosciuti cosa suggeriresti?”
In questo momento ho la testa veramente vuota sull’argomento; come la maggioranza dei creativi, le mie idee tendono sempre verso le mie opere e sembra che non esista via di fuga dalla cornice di un quadro. Vorrei lanciare soltanto un grido globale di aiuto, a chi ha un nome, a chi ha le possibilità: che lo possa raccogliere… e trasformare in un sorriso.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Non sono legato a nessuna opera in particolare, lo trovo troppo vincolante. Ho nella testa soltanto un episodio e una persona e ora ti racconto: quando ero ragazzo, in terza media, durante l'ora di Educazione Artistica, un maestro di vedute molto ampie ma dalla ridotta capacità di giudizio ci fece sperimentare la grafica a stampa con il linoleum. Il quadro da copiare era Guernica di Pablo Picasso: fu un vero e proprio bombardamento di croste. Mi ci volle una fatica enorme solo per accostarmi a quella insubordinazione di linee, a quel pathos devastante di contrasti, a quella mortificazione spiazzante degli sguardi. E quando ogni tanto lo riguardo, mi accorgo che ha un passato, che per un istante è stato anche mio il suo ricordo  e mi rattristo per quanto sia tutt’ora così realistico e presente in me quel messaggio.
Ancora ricordo un mio amico artista siciliano che all’epoca del gruppo "Mediolinea", a Prato, lavorava il ferro e aveva un talento stupefacente. Una volta doveva fare una mostra e gli mancavano delle basi; noi ne eravamo abbastanza forniti, il mio amico decise così di fare un baratto: le basi per una scultura. Alla mia incredulità si contrappose la sua umile e salda determinazione, quella fermezza che gli faceva brillare gli intensi occhi scuri. Non si annunciava mai, arrivava come un fantasma, in silenzio; un giorno mentre ero intento a scolpire me lo ritrovai alle spalle e alla mia paura si unì un suo sguardo vacuo, senza luce, e mi disse una cosa che non potrò mai dimenticare: “Roberto… non smettere mai!”. Dopo pochi giorni era morto, folgorato da una scarica di corrente elettrica industriale e non si è mai capito se fosse stato un suicidio o un incidente sul lavoro. La scultura, quella scultura − una genetica spirale di piccoli tondini di ferro saldati perfettamente l’uno con l’altro − è in casa mia, esposta nell’ingresso. Ogni tanto la guardo, la tocco, è viva.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell’anno?
Direi che il mio sogno sarebbe Amsterdam, ma questa è soltanto una fantasia dettata dal cuore. No, io vorrei e voglio esporre a Firenze e non esiste un periodo dell’anno migliore: tutti i momenti sono buoni, affinché la gente veda e si abitui a cambiare, sperando in un “nuovo rinascimento”.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Anche in questo caso vorrei riformulare la domanda: “Secondo te un artista contemporaneo sconosciuto può vivere delle sua arte in Italia?”
A meno che uno non abbia un angelo buono che lo finanzia, oppure un lavoro che gli copra le spalle, direi che è praticamente impossibile: in tutti i sensi. Comunque anche nei due fortunati casi precendenti c'è il rischio che, nel primo caso, ti facciano sentire un parassita e che, nel secondo, ti considerino solo un "hobbista" della domenica. C’è comunque anche un terzo caso: liberarsi e scappare, sudando sette camicie per cercare d’importi e imporre la tua arte, con il rischio di rubare il gelato al primo bambino che passa. In tutti e tre i casi il tracollo nervoso è dietro l’angolo. Io personalmente metterei la croce sulla X.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che più spesso incontra un artista?

Questa è una domanda fondamentale, come fondamentali sono i sensi unici, che diventano difficili e pericolosi se intrapresi in senso contrario. Penso sia un po’ quello che succede alla maggior parte degli artisti o, per lo meno, a quelli dotati di una spiccata, umile e pura sensibilità e che hanno come unica arma le proprie opere, le quali sparano solo a salve. Artisti che crescono in mezzo a paradossi scolastici e vengono svezzati da un mondo esterno ignorante e invidioso. Giovani brucianti di passione, che si gettano in piazza a petto nudo, senza rendersi conto che verranno fucilati proprio dalle persone più vicine ai loro segreti. Artisti che tentano di diffondere il sangue sgorgato da mille ferite rinunciando alle suture perché costano troppo. Non vorrei essere troppo pessimista, anche perché a cinquant’anni i sensi unici hanno anche i loro lati positivi: almeno le difficoltà le vedi arrivare di fronte e non alle spalle, all’improvviso.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell’arte?

Non lo so… questa domanda mi suscita perplessità. La tecnologia oggi con il suo passo da gigante globale arriva a tutto e a tutti e tutti, bene o male, hanno la possibilità d’usufruirne. Io sono cresciuto con la carta stampata e la televisione ma la televisione è diventata oramai un palinsesto di mostre leggendarie, di aste grottesche, di sagre paesane e la carta stampata è stata soppiantata dall’immediatezza di un post o di un tweet, i cui abbracci devo dire che funzionano come funzioneranno queste interviste, che io trovo una sana e disinteressata ventata d’aria fresca. Sembra quasi un nuovo inizio, che potrebbe evolversi in ulteriori approfondimenti video, dove l’artista medesimo effettua una sorta di selfie-intervista, illustrando i suoi quadri dal vivo e magari −perché no? − mostrandosi mentre lavora. Ma, “se i segreti dell’arte si scoprono in segreto”, quali miglioramenti potremmo offrire a chi non ha nemmeno un computer? Chi per scelta, per filosofia di vita, decide di percorrere una creatività semplice sarebbe comunque emarginato: occorre pertanto un ripensamento anche sui mezzi stessi. Certo, potremmo dire “salviamo il salvabile” però non è giusto.
Tendenzialmente sono un tipo analogico, non mi piacciono le cose su cui non ho quasi del tutto il controllo; il computer lo trovo un po’ subdolo, davanti a lui ci si passa troppo tempo e alla fine “il mezzo diventa il fine stesso“ e si perde quell’antico fascino “… delle dita nere dopo aver letto il giornale“ ma non ci si può chiamare fuori: all’indietro… è naturale che vadano i gamberi.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d’arte?

Penso che oggi questa “attività del pensiero“ non esista quasi più. I critici si sono trasformati in tanti presentatori teleguidati, interessati soprattutto all'eventuale successo che un artista può avere sul mercato, illusi forse di poter essere il novello pigmalione pronto a raccoglierne i frutti. L’adulazione ha sostituito quella sana stroncatura costruttiva che crocifiggeva, mortificava, spronava  l’artista a migliorarsi sempre di più in attesa del tribunale della Storia che spesso rende giustizia e, a volte, capovolge il giudizio trasformando gli stessi difetti in pregevoli capolavori.
Qualcuno una volta ha detto: “I critici si occupano sempre delle cose che non li riguardano”.  Per quanto mi riguarda io vedo bene quello che faccio, e chissà, magari sono arrivati i tempi dell’“auto-critico“: se non altro questo porterebbe a un indubbio risparmio. 

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e la tua arte?

Mi piacerebbe che sapessero di me, leggendo queste mie parole, e che magari venisse a qualcuno la voglia e la curiosità di vedere le mie opere.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un’intervista?
Vorrei che mi facessero la più semplice domanda di questo mondo: “Sei felice di essere un artista?”
Risponderei senza ombra di dubbio: “Assolutamente no!”

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Roberto Cappellini
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini La porchetta; Autoritratto; La colonna; Ritratto; Doublefaxwar; La battaglia; Ecce pesce
website https://www.facebook.com/roberto.cappellini.75

Lascia un commento

Sostieni


Facebook