”In coscienza, Kàtja, non lo so.“

Anton Pavlovič Čechov

Lunedì, 23 Marzo 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Andrea Mancini

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Illustratore di moda, Andrea Mancini ha realizzato acquerelli e ritratti per il catalogo Massimo Alba, collezione primavera-estate 2013. Ama l'acquerello perchè la ritiene una tecnica "lieve ma decisa, pura ed immediata, fatta di velature luminose, a volte quasi invisibili. È indiscutibilmente l’arte della leggerezza".

Sul suo sito si trova la sezione dedicata ai "Libri come visioni" di cui Elisa Favilli, storica dell'arte, scrive: "Scrigni o tacite sentinelle di un sapere, che da secoli si tramandano nella mimica di mani, nella complicità di lettori che ne indagano le intimità più feconde, i libri restano simboli indiscussi di una memoria che non teme rivali. Bruciati nei roghi dell’ignoranza, negati tra le censure di politiche dittatoriali, essi sopravvivono tra le biblioteche di chi in essi proietta spaccati di un vissuto culturale. Andrea Mancini  gioca sul concetto del libro – oggetto esaltandone la sua inusitata ma contemporanea dialettica di elemento non comprensibile. Denaturandolo della sua funzione di narratore, il libro si trasforma in colore, carta, foglio, parallelepipedo contenete impronte di chi negli anni ne ha impresso la propria presenza. Distesi in modo scomposto su se stessi, scompaginati o armonicamente impilati in colonne che spaghi trattengono in insindacabili silenzi, essi si modellano nelle rappresentazioni come attimi fugaci, come visioni di viaggiatori che distratti ne raccontano frammentari ricordi. Si scompongono le pennellate di Mancini nei piccoli cammei di sequenze di testi strappati alle ore serali, dove il colore del tramonto annuncia la fine del giorno e apre le porte alla notte. Micro istantanee di un macrocosmo che si compone nella descrizione o negazione di libri su cui la mente proietta una fine o un oltre fatto di un tempo che si rinnova nel coraggio di intraprendere o negare un viaggio culturale".

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Quando nella mia attività di illustratore e pubblicitario ho sentito che il potenziale creativo di cui disponevo poteva essere sfruttato con maggiore personalità ed autonomia di quanto non facessi già.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Prima la formazione avvenuta sui tavoli da disegno dell’Istituto d’Arte, poi il lavoro da giovanissimo in agenzia pubblicitaria: la “Leader”, per me una vera bottega d’arte degli anni 70/80 e, infine, l’esperienza matura nello Studio 166, luogo nel quale ho ingrandito e superato le dimensioni ed il respiro della mia opera.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Ho avuto decine di modelli nel corso della mia carriera. La nostra è stata una generazione fin troppo “ispirata”. Provengo dal fumetto, dall’illustrazione pubblicitaria e dalle sperimentazioni digitali. Ho subito in egual misura il fascino del Rinascimento e del Pop americano sin dai primi anni della scuola d’arte e credo che questo si percepisca nel mio lavoro.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Penso che il mercato dell’arte stia vivendo la sua peggiore crisi dovuta al cambiamento del gusto e della cultura del pubblico prima ancora che alla crisi economica. Le figure istituzionali del sistema-arte sono ormai alla fine; lo dimostrano il fallimento delle vendite mediatiche e delle grandi gallerie. Nel passato è mancata la creazione di una vera cultura dell’opera d’arte tesa a valorizzare la conoscenza anziché la preservazione dei miti costruiti dal sistema ormai sgonfiati d’ogni contenuto. La risposta verrà dalla nuova offerta che già appare nel resto d’Europa, di nuovi artisti e di nuovi imprenditori dell’arte.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Oggi che non è più possibile pensare ad un “mecenatismo” di tipo ottocentesco credo nell’importanza del ruolo primario della nuova impresa e nella nuova politica di condivisione delle risorse. Ricordo come il grande successo dei “Young British Artists” nell’Inghilterra degli anni '90, sia stato il frutto maturo di una nuova politica di intesa tra Istituzioni e grande collezionismo: il grande rilancio dell’arte contemporanea inglese come ad esempio nei casi di Damien Hirst, Tracy Emin, Marc Quinn, parte proprio dal connubio di queste due componenti. Certo collezionisti/imprenditori come Charles Saatchi o Larry Gagosian non nascono ovunque, ma è la dimostrazione, per i nostri investitori, che un po’ di coraggio vale la pena di spenderlo.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Mi piacerebbe esporre a Firenze alla Stazione Leopolda in settembre-ottobre o comunque in una stazione.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?

In generale, in Italia, oggi sembra diventato difficile vivere di una cosa sola qualunque essa sia. Certo l’arte più di altre attività si afferma solo in presenza di due presupposti fondamentali: grande perseveranza e fiducia incrollabile in se stessi. Forse le due cose più difficili da trovare in chiunque di noi.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Innanzitutto gestire il rapporto economico-professionale con la controparte: galleristi, curatori, mediatori, critici e mercanti. La necessità fa scendere a compromessi ed alla fine è sempre l’artista a rimetterci: l’artista soffre di solito la mancanza di riferimenti seri e di figure professionali credibili. Il sentimento diffuso ancora oggi, in gran parte frutto del dilettantismo, è che “l’arte” si affermi da sè anziché servirsi delle stesse strategie di qualunque altra impresa commerciale.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
La conoscenza del mercato e degli strumenti della comunicazione. Fa ben sperare che oggi nelle accademie e nelle scuole d’arte siano spesso inseriti, come materie di studio nei programmi, proprio corsi di comunicazione.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Troppo autoreferente, troppo legata agli schemi della tradizione e del pensiero crociano. Per contro, cito a esempio critici come Luca Beatrice che trattano la storia dell’arte come la musica rock o pop. Il mondo è cambiato troppo in fretta soprattutto per chi scrive di arte.
Ricordiamoci che ciò che oggi è antico è stato un tempo inaudito e rivoluzionario.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Il mio pensiero: cioè la mia formazione, la mia educazione artistica, le poesie che ho letto, le città che ho visitato e la musica che ho ascoltato.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Andrea Mancini, hai mai pensato di candidarti all’amministrazione dei Beni Culturali?

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Andrea Mancini
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Il Quarto Stato; Libri al tramonto; Donna; Libri sparsi; Apetizers; Bagnanti
website http://www.andreamancini.it/

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