“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 09 Febbraio 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Paola Vallini

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“Uno slancio vitale percorre e attraversa le Terre di confine di Paola Vallini, stravolgendone l'assetto non già per ristabilire il predominio del caos sull'ordine, sibbene per indurre l'idea che il principio del divenire riguarda l'universo creato, dal quale la porzione visibile fissata nella materia pittorica non è che un'infinitesima parte”. Così scrive Nicola Miceli.

Paola Vallini vive e lavora in Toscana, la sua prima personale, curata da Dino Carlesi, risale al 1989. Hanno scritto di lei Dino Carlesi, Maria Giovanna Carli, Giuseppe Cordoni, Luca Faccenda, Ilario Luperini, Nicola Micieli, Tommaso Paloscia, Nicola Nuti.

Quando ti sei accorta di voler essere un'artista?

Fin da ragazzina cercavo di colorare la realtà. Usavo pastelli e tempere, colori ad olio per imprimere un mio segno, un mio colore, per cambiare ciò che vedevo. Era un bisogno interiore. Ancora non mi era chiaro dove questo bisogno mi avrebbe portata. Cominciai a muovere i primi passi nel mondo dell’arte iniziando ad esporre alla fine degli anni ‘80, ma fu soltanto più tardi, quando il flusso creativo era così abbondante, che capii che quella era la mia strada. Non fu un atto di semplice volontà: l’arte faceva parte di me.   

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?

Ce ne sono stati diversi e sono andati di pari passo con i cambiamenti avvenuti nella mia vita. Il mio lavoro è stato segnato da cicli di opere che rappresentavano il vissuto di quel momento e, contestualmente, il mio sviluppo di coscienza. Ricordo il primo ciclo: Passaggi, ingenuo e leggero per la velocità espressiva, ma vitale: segnava infatti la nascita di mio figlio. E più avanti Terre di confine: erano veramente un confine tra l’apparenza e la sostanza. Quelle terre riarse celavano un’energia compressa che desiderava affermarsi; Terre di confine precedette infatti, di poco, la mia separazione coniugale. Rappresentavano una corrente sotterranea che trovò solo in seguito, nel 2007, piena espressione nel ciclo Oltre la porta del Tempo. La mia ricerca non si esaurì lì, andai oltre, in cerca delle radici, delle memorie, dell’appartenenza a una coscienza più vasta. Così nacquero, nel 2010, Echi di Antiche memorie, esposte nel febbraio 2015 a Firenze in Palazzo Medici Riccardi. 
La mia ricerca non si esaurisce: onorato e riconosciuto il passato, sento la necessità di lasciar andare, di liberarmi verso forme più leggere, di giungere all’essenziale. Sono stata in Senegal, nel dicembre 2014, per partecipare ad una rassegna d’arte e ho avuto così l’opportunità di riprendere contatto con la grandezza e con la forza racchiuse in questa terra antica. Al ritorno ho iniziato nuove opere: Sabbie, giacché proprio nella sabbia incido, traccio segni che sento appartenere a un linguaggio primitivo ed essenziale. Credo sia solo l’inizio di un nuovo percorso che spero di poter ampiamente sviluppare.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirata e perché?
Quando ho iniziato i primi passi nella pittura ero influenzata dalle vibranti masse di colore di Kandinsky; per un certo periodo invece dai paesaggi lirici di Paul Klee e dai vibranti colori di Van Gogh. Strada facendo ho guardato con maggior attenzione al Novecento, all’espressionismo astratto americano di De Kooning e di Pollock, ma ero molto attratta anche dalle grandi campiture di colore di Mark Rothko, scoperto durante la visita di mostra allestita a Roma. 
Non posso parlare di veri e propri modelli, preferisco parlare di contaminazione, di empatia con movimenti che avverto più vicini al mio sentire. Un grande artista per me è lo spagnolo Antoni Tàpies, che lavora molto sulla materia. Un altro grande artista, dal quale sono rimasta colpita, è Anselm Kiefer: rimasi per un’ora intera di fronte ad una sua grandissima opera al Guggenheim di Bilbao e ho avuto la stessa emozione ammirando le sue opere nella collezione Gori, alla Fattoria di Celle.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legata e perché?
Nel corso del tempo ce ne sono state diverse a cui mi sono sentita legata, perché portatrici di un vissuto personale ma poi, gradualmente, le ho lasciate andare.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Se potessi scegliere vorrei andare all’estero, non perché in Italia non ci sia spazio per l’arte contemporanea ma per il bisogno di espandere le mie conoscenze, per un desiderio di libertà che è mi appartiene.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?

Sì. Ci sono artisti che ci vivono di arte in Italia e alcuni li conosco personalmente.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un’artista?
Il processo di crescita è personale: occorre sentire la voglia di crescere, occorre lasciarsi contaminare, essere accorti, attenti a ciò che accade intorno a noi e in noi stessi, mettersi in discussione. Altra cosa è il tentativo di affermazione e diffusione. Certo, bisogna volerlo, ma non è sufficiente ed occorre spesso una capacità di intessere le relazioni adatte per affermarsi.
Quello dell’arte è un sistema complesso: riguarda curatori, critici, gallerie, musei e la complessità delle relazioni tra tali soggetti è nota a tutti. Certo facilita l’essere nati in un ambiente culturalmente più vivace, facilita frequentare luoghi in cui, con maggior insistenza si veicola e si permette l'esposizione dell’arte contemporanea: città come Milano o Napoli, restando in Italia. 
In questo complesso sistema, comunque, è necessario che l’artista, oltre al talento, abbia e mantenga anche una profonda fiducia in se stesso. Quando sei certo del tuo valore, gli altri ti rimandano questa certezza e, prima o poi, sono convinta che strade che ti sembrano serrate ti si rivelano aperte e percorribili. Occorre vare fiducia, insomma, in questa possibilità.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?

Credo che la comunicazione dell’arte sia già ampiamente sviluppata. Anzi: in alcuni casi credo che sia prevalente il fatto comunicativo rispetto al fatto artistico vero e proprio.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?

Un pregio lo ha quando aiuta il fruitore a comprendere l’opera dell’artista e quando aiuta l’artista stesso a comprendere il proprio lavoro: il critico, in questo caso, può davvero essere di aiuto, di sostegno e di guida. Il difetto maggiore della critica è l'autoreferenzialità, l'elogio fine a se stesso, che di certo non aiuta la relazione costruttiva tra artista e fruitore, tra opera e artista.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
La verità, ovvero che mi pongo domande a cui non riesco a trovare risposta: cos’è che mi spinge ancora a lavorare, a creare opere? Qual è lo scopo di questo mio fare? Il flusso creativo che mi anima da dove arriva?
Non è vero che la creazione è connessa soltanto a un’emozione o, almeno, per me non è così. È uno stato dell’essere che mi permette di creare; è un sentire che permette di cercare qualcosa che ancora non esiste: se non in frammenti, in schegge. È un sentire che porta ad assemblare particolari che si riarmonizzano in un tutto: così metti insieme materia, forme, colori e generi che prima non esisteva. Come tutto ciò accada non so dirlo, ma sento che è così.

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Paola Vallini
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Echi di antica memoria n.4 (part.); Sabbie.3; Echi di antica memoria n.6; Sabbie n.6; Figura in chiaroscuro
website http://www.paolavallini.it/

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