“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Lunedì, 24 Novembre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Elio Bargagni

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Elio Bargagni è un uomo che ha vissuto molte vite, che ha sempre tante storie da raccontare, che ama costantemente intrecciare relazioni e che ripete, ad ogni occasione, che ama profondamente le donne: tutte le donne.
Gelosissimo delle sue opere preferisce non venderle anche quando i suoi estimatori si fanno insistenti. Adesso che ha 85 anni, ha collezionato oltre duecento mostre di acquerelli, realizzati in ogni parte del mondo. Da poco tempo ha acquistato un Ipad con il quale fotografa angoli particolari delle città per poi ricrearli nel suo studio: anche se preferirebbe ritrarre dal vero.

Si definisce un architetturista e sottolinea con orgoglio che adesso sono pochi a poter fare l’acquerello con il suo stesso amore. Ride, si diverte, si apposta sui gradoni di Via Tornabuoni e lì crea e si ricrea.


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Non mi sento un artista, io sono uno scarabocchiacarta, perchè gli artisti sono ben altro. A nove anni arrivai a Firenze dalla campagna, era il 1939, quando mi misero in quarta elementare. Stavo in via Aretina e mi mandarono a scuola alla 'De Amicis' in Viale Gabriele D’Annunzio. Ero passato in quarta l’anno prima a Dicomano, ma mi interrogarono e mi rimisero in terza e per me − quei tre anni − furono una bella esperienza perchè mi permisero d'essere compagno di banco di Danilo Gori che disegnava benissimo, faceva sombreri messicani e l’uomo mascherato.
Li faceva così velocemente che io rimasi estasiato e, da quel momento, ho iniziato e non ho mai più smesso di disegnare.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Ho impiegato tutte le tecniche: matita, gesso, china, olio, acrilico;  tutte le ho provate poi, conoscendo Aldo Raimondi, che era già mio maestro immaginario, scelsi di fare solo acquerelli.
Ero a Milano, dipingevo scorci, quando incontrai un certo Zecca che era bravissimo e mi propose di entrare nell’AIA (Associazione Italiana Acquerellisti) il cui presidente era proprio Aldo Raimondi.
La prima mostra che ho fatto con Raimondi appartiene al 1977; da allora abbiamo trascorso trent'anni a fare mostre insieme. Per un periodo siamo stati invitati tutti gli anni in Sicilia, dove disegnano dal vivo, e le opere prodotte venivano poi conservate nelle pinacoteche. 
Per la realizzazione di un quadro capitava di essere ospitati quindici giorni, spesati in albergo: all’eposa era assai diverso.
Lo abbiamo fatto alle Eolie e poi a Fabriano, a Rieti, a Milano, a Roma e in tante altre città.
Era molto bello vivere così.  


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato/a e perché?
Aldo Raimondi, perché davvero mi piaceva tanto. Altri modelli non ne ho. Amavo gli acquerellisti e lui era il migliore. A noi diceva sempre “Dovete consumare vagoni di carta per raggiungere la perfezione; il risultato viene dal lavoro costante”.
L’acquerello è tutta trasparenza e non si può correggere, quindi occorre esercitarsi molto.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Non riesco a condividere l'andamento contemporaneo dell'arte perchè, per me, "Arte" significa fare qualcosa, imparare a farlo e continuare a farlo. Se vedo uno scarabocchio non lo considero arte. Amo l’arte figurativa, ad esempio Picasso, e quindi  vorrei che, tutti coloro che "fanno il moderno", mi dimostrassero di saper anche disegnare.
Il mercato dell'arte, invece, non lo prendo in considerazione, perché dipende da "chi c’è dietro".


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei?
Vorrei che tutti gli artisti potessero esporre in ambienti pubblici, mentre adesso possono esporre solo coloro che, alle spalle, hanno i galleristi o che sono disposti a investire molti soldi.


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Una delle opere a cui sono più legato è il Perseo perchè, quando l’ho creata, l'ho fatto davvero mettendovi tutta la passione e quindi mi piace pensare che, chi la osserva, possa percepire la stessa struggente sensazione che provo io.
Poi ci sono le opere legate all’India, perchè si è trattato di un viaggio indimenticabile.
Ci sono opere che, quando le crei, sembra si sviluppino da sole, ecco: quando accade è un po’ come un parto, una nascita, e allora penso all'opera come a  una mia creatura: ecco perché, in alcuni casi, non sono più capace di cederla.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell’anno?
Esposizioni ne ho fatte tante; mi piacerebbe andare dove la mostra viene visitata da chi ama davvero gli acquerelli. Quando ero giovane, ogni volta che sapevo di una mostra di acquerelli, mi mettevo in viaggio per visitarla. Per me, quindi, non è importante il luogo ma il pubblico.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?
No, almeno con l’acquerello, perchè non è apprezzato come l’olio. L’acquerello è difficile, com tecnica, perchè − mentre con l’olio i difetti si possono correggere − con l’acquerello è impossibile. Pagliai mi disse, una volta: “Sono rimasto stupito perchè non si vede alcun ripensamento in nessun quadro, anche di grandi dimensioni”.


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Non incontro difficoltà perchè non sono un artista e, comunque, io lavoro prima di tutto per me stesso. A me non interessa nè vendere nè essere importante: lavoro per lavorare, lavoro per creare.


Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Primo: insegnare ad amare l’arte; secondo: trovare ed avere modelli da seguire, da criticare, da scartare, perché è importante confrontarsi con altri che hanno scelto l'impegno dell’arte.


Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Chi scrive di arte deve amare l’arte e conoscere bene le tecniche di cui scrive.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Non considerandomi un artista, non posso chiedere nulla di particolare ai lettori e tuttavia, se qualcuno apprezza gli acquerelli, mi cerchi in rete e valuti da solo.
Voglio dire però che nella vita ho avuto la fortuna di non trovare ostacoli perché ho sempre creduto in me stesso ed ho sempre creduto nel domani. Le racconto, infine, un episodio.
Il 9 ottobre del 1963 mi trovavo a cercare la camera d’albergo a Longarone: c’era una partita della Juventus, in coppa, e dunque cercai un albergo con la tv. Purtropo − ma oggi devo dire per fortuna − l’unico albergo con la tv era a trentacinque chilometri da Longarone; quindi mi recai a Santa Giustina.
Quella notte, alle 22.45, Longarone fu cancellata dal Vajont.

 

 

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Elio Bargagni
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Duomo di Firenze. Particolare (acquerello); Praga (acquerello); Piazza della Signoria (acquerello); Particolare di un tempio indiano (acquerello)
website http://www.eliobargagni.com/

 

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