“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 17 Novembre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Piero Sani

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Piero Sani iniziò disegnando i galli, galli tutti baldanzosi ripresi dalle pubblicità con i quali esprime anche la sua vena ironica e critica. Da una pittrice italiana che imita Dalì trae spunto per i suoi paesaggi surreali, ma solo dopo scopre il vero Dalì dal quale resterà fortemente affascinato. Il passaggio successivo lo vede impegnato nel ritrarre cavalli con il corpo di donna e subito dopo donne con il corpo d’animale: le sfingi.

Procede il suo percorso inserendo il panneggio, o come li chiama lui “i cenci”. Questo “cencio” assume sempre maggior importanza fino a diventare unico elemento delle sue opere. Spariscono quindi le sfingi e iniziano a comparire i paesaggi. L’esperienza negli Emirati Arabi Uniti lo ha molto toccato tanto che prevede un ulteriore sviluppo della sua poetica, ma in che direzione non ne è ancora consapevole.
A chi gli chiede il motivo di questo tortuoso percorso risponde :“Non sono uno psicologo, io faccio il pittore”.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
I primi approcci sono stati a scuola alla fine delle elementari. Passavo davanti ad un’edicola dove vidi una monografia di Andrea Mantegna edita dai Fratelli Fabbri: mi misi a guardarlo, assorto ed incantato, perché una tale bellezza non l'avevo mai vista. I miei occhi erano come ipnotizzati. Non avevo soldi, quella mattina, ma cercai di recuperarli perché quel libro diventasse mio.
Qualche anno dopo ho iniziato a dipingere, con i colori a olio e le tavolette di legno che riuscivo a recuperare. La spinta decisiva però arrivò una mattina quando un medico, amico di mio padre, visitò la nostra casa e, guardando uno dei miei disegni, mi fece i complimenti invitandomi a continuare.
Poi l’incontro con Antonio Trifoglio, di Empoli, che mi disse: “Fai le scuole d’arte perché forse hai un talento da sfruttare”.
Mio padre però rispose: “I pittori muoiono tutti di fame, meglio che ti dedichi ad altro”.

Quale è stata l’ultima esperienza importante?
Sono stato invitato in una residenza per artisti negli Emirati Arabi Uniti nell’ottobre 2014. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con artisti internazionali. L’arte in effetti unisce  persone anche distanti per cultura, lingua e religione. Le idee e gli ideali relativi all’espressione artistica erano trasversali, vivevano come indifferenti ai confini geografici e all’età anagrafica. Ognuno di noi aveva uno studio e gli studi confinavano. Ci consultavamo sul lavoro svolto nella giornata ed era normale suggerire e ricevere suggerimenti. Non c’erano barriere, lavoravamo in piena libertà. Era la prima volta che mi capitava una cosa simile perché − in genere − il rapporto tra artisti non è mai così semplice e spontaneo. Durante il mese in cui ho soggiornato negli Emirati Arabi ho prodotto alcune opere, anche di grande formato. Le due più apprezzate sono state la Moschea e Il falco e, comunque, tutte le creazioni nate in questo periodo saranno esposte nell'Emirati Palace, ad Abu Dhabi, nel novembre 2014 e resteranno di proprietà del governo.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?

Mi sono ispirato agli artisti rinascimentali fiorentini. Per me sono stati il punto di partenza su cui fondare la mia pittura. Tra gli artisti moderni cito De Chirico perché elabora una dimensione probabilmente molto vicina alla mia, tra il reale e il trascendentale, tra ciò che si tocca e ciò che si immagina, tra pensiero e materia.
Dalì, per me, viene dopo De Chirico ma lo ritrovo sulla stessa linea creativa e, in lui, apprezzo il gioco tra realtà e falsità, l’incertezza del giudizio e, inoltre, mi riconosco nella sua spiritualità.
Ammiro Rauschemberg perchè ha usato tutti i materiali, perché è stato uno dei primi a liberare l’arte dagli schemi abituali, fatta eccezione per Marcel Duchamp, naturalmente: autentico precursore dei tempi e delle idee. Anche secondo me quasi tutti i materiali possono, nelle mani di un artista, trasformarsi in opera artistica. 

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Per dire la verità dovrei usare delle parolacce. Il mercato lo fanno i "signori dell’arte", quelli che hanno una potenza economica e scelgono ciò che piace a loro ed è a loro più affine. Il mercato dell’arte è dettato dalle scelte estetiche di pochi soggetti. Poi ci sono gli artisti che hanno enorme vantaggio rispetto a tutti noi, artisti “comuni e mortali”. Il 90% del movimento dell’arte è manipolato da questi signori che vincolano le scelte, manovrano le strutture e dettano le regole.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Comincerei a fare molta più arte nelle scuole primarie, perché lì di arte se ne studia e se ne discute poco e, anche dopo, non c’è una preparazione di base. Non che tutti debbano fare gli artisti, ma è importante capire la potenza comunicativa dell’arte.
L’arte non ha, per ora, fatto mai male a nessuno e quindi anche l’aumento di artisti nel mondo non potrebbe di certo nuocere alla comunità, anzi. Tuttavia, forse, l’arte è uno spazio di libertà che non possiamo ancora permetterci. Se una persona è preparata, può capire e comprendere da sola senza farsi influenzare da altri ma − in questo caso − chi spinge o chi sceglie per lui avrebbe più difficoltà a farlo.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
L’opera mia potrebbe essere Cavallo da guerra tratto da Il cavaliere e il diavolo di Albrecht Dürer mentre tra le opere di altri artisti a cui sono legato c’è il Ritratto dell’Infanta doña Margherita d’Austria di Diego Velázquez. In un solo “fotogramma” c’è un’intero racconto. La cosa più sorprendente è che lo scoprii guardandolo più volte. Alla prima percepii la complessità e le relazioni tra i personaggi, ne apprezzai la ricchezza del dettaglio, ma approfondendo trovai una elaborata scenografia all’interno della quale si sviluppa il racconto.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?

Direi all’Emirato Palace di Abu Dhabi se non sapessi che la mostra è già in programma; mi piacerebbe comunque esporre anche alla Galleria degli Uffizi e alla Biennale di Venezia.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Ci si può anche vivere. Chi come me − per usare un'immagine metaforica − è nel mondo dell'arte con dentro solo un piede, forse no; ma chi vi ha tutti e due i piedi e da sempre, sicuramente con fatica, ma ce la può fare.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Le difficoltà sono nella promozione. Un artista deve investire personalmente, ma alla fine non puoi solo tirare fuori soldi per promuoverti, devi avere anche un riscontro, entrare in un mercato che ti apprezza, che ti riconosce il merito e paga il tuo tempo e le tue idee.
Vero è che adesso, in due giorni, posso fare un’opera, ma per arrivare a questa destrezza ho impiegato quarant'anni di lavoro, di sperimentazione e di ricerca. Ho speso tempo e denaro per concretizzare, sulla tela, i miei pensieri. Adesso sono parte non solo della mia mente ma anche delle mie mani.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
I critici sono preparati, non si improvvisano sicuramente, però il difetto è che cercano di fare i poeti, usano parole ricercate, giri complessi, metafore poco comprensibili, invece secondo me dovrebbero semplificare il linguaggio per rendere l’arte, già così complesssa, più accessibile a tutti. Se ci pensi, un artista descrive nella sua opera un pensiero, un’intuizione, uno stato d’animo costruito da tanti dettagli o anche dall’assenza degli stessi e del colore; se per descrivere tanta complessità si usano anche eccessi verbosi, il fruitore dell’opera non accede facilmente allo stadio superiore che gli consente la lettura vantaggiosa dell’opera.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?

Vorrei che riuscissero ad entrare nello stato d’animo che comunico attraverso la composizione delle forme e del colore. Vorrei che fossero incuriositi nel leggere le opere e desiderosi di accedere alle motivazioni della mia pittura, magari anche con confronti diretti, durante le mostre o attraverso i social.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
"Perchè dipingi?", e risponderei: “Perché quando sono davanti ad una tela posso facilmente attraversare la barriera del tempo, senza tanti spostamenti, restando seduto a vagare con la mente”.

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Piero Sani
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Ricordi ed evoluzione (acrilico su tela); Periferia (tecnica mista su tela); Cavallo da guerra (acrilico su tela); Notte sul mare (acrilico su tela); Una gita in campagna (acrilico su tela)
website http://www.pierosani.com/



 

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